Il cambiamento è mille mila cose tutte insieme

Foto di Alonzo Photo

Ci ho pensato spesso in questi anni. Tutti cambiano, per necessità, perché obbligati, per scelta, e per mille altri motivi. E poi c’è chi non è mai cambiato sin dall’adolescenza.

Immagino questa scena.

Qualcuno ti fa incazzare all’ennesima potenza al lavoro – è molto facile che succeda considerando che nessuno è responsabile mai delle proprie azioni, in certi contesti – e allora cambi. Lasci il posto di lavoro all’istante, prenoti un aereo, vai in aeroporto non più tardi del giorno dopo, magari nel pomeriggio, giusto per mantenere l’adrenalina dell’incazzatura che ti ha fatto mandare tutto all’aria. Se te la prendessi comoda e prenotassi l’aereo quando costa di meno, magari dopo una settimana o due, o un mese, non faresti nulla di tutto ciò. Resteresti dove sei, ridimensioneresti l’incazzatura del momento. Si deve agire in fretta, dopo l’ennesima incazzatura. Cogliere l’attimo.

Sì, perché si può sbollire già in 24 ore. In un film o in una serie TV l’aereo lo avrebbero preso uscendo dall’ufficio, al volo, quasi rischiando di perderlo.

Ma stai pur certo che arriverà l’ulteriore messaggio di posta elettronica da parte di quei deficienti che non sanno manco cosa è un computer, ma che lavorano in ambito informatico e che ti chiedono di fare una cosa che tocca fare a loro e che dimostrano chiaramente di non capire affatto o di non voler fare. Segnalano problemi inesistenti di cui tu non sei responsabile, una volta tanto, ma lo sei lo stesso. Sono di una grande azienda a cui devi sottostare per contratto, nonostante ti stiano chiedendo cose che sono fuori dalla grazia di Dio, dimostrando di essere cervelli vuoti, bacati, scientificamente provato, non tanto per dire.

Sì, bella scena. Quante volte avrei voluto fare qualcosa del genere, e invece vivo con un senso di vuoto enorme per non aver accettato qualsiasi condizione, anche precaria, pur di andare a lavorare a Londra. Marzo 2023. Un’occasione buttata nel cesso. Ma tanto sapevo che me ne sarei pentito a prescindere. Se avessi accettato mi sarei dovuto fare il culo dentro fuori, avrei dovuto campare pensando a dove risparmiare la singola sterlina, per vivere, e mi sarei pentito di aver accettato a cuor leggero. Ma me ne sarei pentito anche se non avessi accettato, per una cazzo di paura del cazzo che arriva inattesa davanti al fatto compiuto della proposta economica, oppure perché la proposta economica per vivere in una città costosa come Londra risulta palesemente ridicola.

Negli anni ho cambiato alcuni bar dove prendevo il caffè. Ce n’era uno dove ho visto andare via i diversi ragazzi che servivano dietro al bancone, ragazzi che erano lì da mesi e mesi, e il fatto che fossero lì, e fossero sempre loro, mi dava pace, mi faceva sentire al sicuro, godere di una certa stabilità emotiva, perché c’era almeno una cosa che non cambiava, una abitudine piacevole per il dopo pranzo, ritrovare Carmine che ti serviva il solito caffè appena ti avvicinavi al bancone. Poi, un bel giorno, Carmine se ne è andato e al suo posto c’era il cugino di Carmine, che si chiamava pure lui Carmine. Il primo Carmine aveva lasciato per un posto di lavoro pagato meglio. Poi, dopo il secondo Carmine, è arrivato Enzo e dopo Enzo non so come si chiamasse, ce n’era sempre uno diverso in tempi molto brevi che nemmeno facevi in tempo a imparare il suo nome. A volte durava anche solo una settimana.

Alla fine ho cambiato bar perché lì ci andavo con un collega, Pierfrancesco, con cui mi trovavo bene al lavoro, a chiacchierare, a pranzare insieme, a prendere una tazzina di caffè dopo pranzo. Pierfrancesco se ne è andato pure lui, ha trovato un altro lavoro. E dopo Pierfrancesco se ne sono andati in tanti, un elenco sterminato, al punto che siamo rimasti in cinque, dei trenta che eravamo. E io sto sempre lì a pensare a quel giorno di primavera del 2023 in cui in una azienda che si occupava di Linux al 100%, con sede in una zona centralissima di Londra che conoscevo come le mie tasche, mi faceva sostenere un colloquio di lavoro in inglese. Dal vivo, faccia a faccia. Riuscivo a capire tutto quello che dicevano. Non una volta che avessi detto: “Excuse me, could repeat that?”, ovvero: “Mi scusi, può ripetere?”.

Mi avevano persino invitato al ristorante di loro proprietà, per conoscere i miei futuri colleghi e sincerarmi che loro volevano io fossi parte della squadra.

Londra mi attrae e mi ripudia. La Brexit ha cambiato tutto, e in quel colloquio mi era stato detto, mi era stata fatta una panoramica a 360° sul fatto che nessuno ti assume a Londra se non vivi e lavori già a Londra e che loro potevano pensarci di farlo con me, ma io ho reso la loro decisione di non ricontattarmi facilissima.

Sarebbe stato un casino, vivere a Londra, per certi aspetti, però sarebbe stato anche molto stimolante e, credo, anche molto piacevole. Oramai vivere in questo inferno di città con 37°C quando ora, in questo momento, a Londra ci sono appena 20 °C, è diventato impossibile. E non è solo per la temperatura. Una volta ci ho scritto un romanzo sul perché questa città è invivibile e, anche allora, ho appena scalfito la superficie del problema. Non potevo dare troppi drammi, ma ne sono bastati un certo numero affinché i protagonisti, nel romanzo successivo, si lanciassero nell’avventura di mandare al diavolo la loro città natale, non senza rimpianti e paure per l’ignoto in cui si lanciavano, ovviamente.

Il cambiamento è un casino. Pensiamo di essere pronti e poi, davanti ai fatti, ce la facciamo sotto e agiamo senza dire no, ma dicendolo lo stesso. Il problema è che oramai sto vivendo come una rana bollita. Non mi sono accorto per tempo che la pentola d’acqua in cui ero immerso si stava scaldando poco per volta e sono morto bollito senza rendermene conto, se mi fossi scottato da subito sarei saltato fuori dalla pentola e, ancora vivo, sarei scappato verso la salvezza.


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