
Il vero bisogno di approvazione, per uno scrittore, però, arriva dal lettore. È il lettore a rappresentare l’attore ultimo della catena narrativa. Tutta l’attenzione e il lavoro del mondo fatto sul testo per poi arrivare alla pubblicazione può rappresentare anche uno sforzo infinito, ma valere nulla se non si finisce nelle mani del lettore, della sua attenzione, per il fatto che lui o lei lascerà un “voto” o, meglio ancora, una recensione ben fatta, o ne parlerà agli amici, in un blog, su una rete sociale, da qualche parte. Se non accede, il lavoro fatto dall’autore è solo frustrante e inutile. C’è un bisogno di approvazione fortissimo quando si è appena pubblicato un libro, soprattutto perché non si sa se si è fatto bene a pubblicare, se era un testo pronto, rosolato nel modo giusto, se era crudo o se, invece, è venuto fuori addirittura bruciato. Come fai a saperlo se nessuno ce lo dice? Se nessuno nota la nostra nuova creatura?
A un certo punto, però, il bisogno di approvazione, il bisogno di attenzione, la necessità di sapere che hai fatto la cosa giusta, non ci dovrebbe più essere. Da self-publisher risulti più preparato di chi ha qualcuno che fa tutto per lui (copertina, 4-5 editor, ufficio stampa, marketing aggressivo, organizzazione di presentazioni e invio del testo a giornalisti che possono recensire, che possono farti andare in televisione per essere intervistato, distribuire un booktrailer fatto benissimo in una sala cinematografica prima dell’inizio del film).
Però devi essere un self-publisher che ha capito cosa vuol dire essere un self-publisher. Prendere un testo appena scritto, in formato punto doc, come dicono in tanti, e caricalo su Amazon, non ti rende un self-publisher che ha capito cosa vuol dire essere un auto editore. Come definizione ci siamo, ma se non sapevi cosa facevi risulterai un self-publisher scarso, pessimo, ridicolo, ma non temere, si può sempre essere in buona compagnia. Non tutti capiscono o vogliono capire le implicazioni di dare in pasto un testo approssimativo a una pagina web dove viene caricato e trasformato in un formato proprietario per un Kindle.
Qualcuno mi ha invidiato perché mi sentivo sempre sicuro di me stesso sul fatto di volermi occupare da solo dei miei testi. Prima avevo dei collaboratori eccellenti, ancora ne ho, ma il grosso l’ho imparato da loro. Ho sempre le loro domande davanti agli occhi.
Col tempo non ho mai fatto a meno del bisogno di approvazione, posso averlo attenuato, ma non ci sono riuscito del tutto. Avrei voluto l’approvazione di mio padre nei confronti della mia mania per Londra, avrei voluto fargli cambiare idea sui preconcetti tipici di chi disprezza senza sapere nulla di quanto sta criticando: una città che mi manda in visibilio pur conoscendone i limiti e i difetti, ma oramai è impossibile. Mio padre è morto e ritrovarmi ora a soffrire per un bisogno di approvazione mai venuto meno penso sia una cosa molto grave.
Anche ricevere un complimento da un collega mi fa sentire meglio, ma spesso sono troppo critico per quanto riguarda gli aspetti tecnici delle questioni, narrativa inclusa, e non so se sono detestabile, o se vengo comprenso. A volte mi sento addosso un peso infinito.
Succede a tanti? Non lo so. Posso immaginare solo che ciascuno reagisce in modo diverso e con un carattere meno eccessivo, meno eccessivo nei confronti di problemi tecnici. Ecco perché rifuggo nella narrativa e nella trasformazione del testo in qualcosa che poco per volta migliora, prende una sua dimensione precisa.
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