Ritorno alla normalità settembrina

Photo by Jahra Tasfia Reza

Agosto è stato un mese difficile, ho cercato di recuperare tempo, alternando lettura, scrittura, riposo. Era difficile andare in giro. In questa città in situazioni normali i pullman non ci sono, ma il mese di agosto entra in vigore l’orario estivo. In realtà entra in vigore già a luglio.

L’orario estivo è un’ulteriore penalizzazione a quello che è un trasporto pubblico al collasso. Vengono ridotti i mezzi pubblici all’osso. Io direi che ridotti all’osso non rende l’idea. Sono passato, in cerca di un fumetto da leggere, davanti al deposito dei pullman. Era pieno zeppo di mezzi che da lì non sarebbero mai usciti perché il personale è tutto in vacanza, ragion per cui pensare di trovare un mezzo pubblico in giro per Napoli, in pieno agosto, è fantascienza allo stato puro, è un atto di fede di portata biblica.

Una caratteristica italica. Il mese di agosto si chiude un mese intero e si avvertono i dipendenti giusto qualche giorno prima. Agosto è stato caldissimo. C’è chi continua a negare il cambiamento climatico. Agosto è il mese in cui tutti vanno in vacanza, per tanto non esiste un posto dove vai, paghi poco e sei tu e poche altre persone. Agosto è il mese in cui paghi una cifra e ricevi un servizio pessimo su tutto, ritardi come se non ci fosse un domani. Ci sono ristoranti specializzati per fare gli assaggi e farli pagare come se ti avessero servito dieci porzioni invece dell’assaggio. Ho sentito in TV che c’è stato chi si è fatto pagare l’aver tagliato in due un tramezzino, oppure farsi pagare per aver portato in tavola un piatto vuoto per condividere il primo con un amico o addirittura si è dovuto pagare il bagno dopo aver ordinato due caffè. Oramai agosto è il mese peggiore per andare in vacanza, ma è il mese in cui le aziende dichiarano chiusura aziendale giusto 5 giorni prima, e per un mese.

Ma il problema è che fa troppo caldo. Anche scrivere non si riesce. Leggere forse un po’ di più, ma più leggo più ho voglia di scrivere. Vero è che con il mio romanzo di fantascienza sono andato molto avanti. Ma non tanto quanto avrei voluto. In teoria, con tutto il tempo avuto a disposizione, avrei potuto finirlo. Sono arrivato a circa 42 mila parole e prossimo alla fine, per quanto forse potrei puntare alle 60 mila parole anziché 50 mila.

Giusto in questi giorni ho scritto la scena più importante del romanzo. Un pranzo di Natale, ma un pranzo molto particolare, in un futuro dove la sorveglianza ambientale la fa da padrona. C’è la storia di questo anziano che rivive il passato, che affronta il rapporto con i figli, il quale non è dei migliori.

Il titolo non so se faccia pensare a un romanzo di fantascienza. L’immagine di copertina che avevo trovato ha bisogno di qualche effetto perché è forse un po’ troppo semplice.

Nel frattempo la mente pensa, elabora storie, e mi sono trovato a iniziare un ulteriore altro romanzo che potrei pubblicare con uno pseudonimo. In realtà mi stavo chiedendo se dopo aver pubblicato un solo romanzo di fantascienza e 8 romanzi di formazioni della serie “Le parole confondono”, non debba cercare uno pseudonimo anche per il romanzo di fantascienza che sto portando a termine, in quanto parte di un universo di romanzi di cui avevo iniziato un altro.

Come mai non ho finito il primo e ho iniziato il secondo? Perché partecipai a un gioco letterario sull’amore e ho provato a vederlo in termini futuristici. Il racconto era stato impostato male, nel senso che non poteva tenersi nelle dimensioni del racconto. Questo lo sapevo bene, l’ho saputo subito, per tanto scrissi un secondo racconto e poi tenni da parte questa storia, la quale era già chiara come si sarebbe dovuta sviluppare e quali temi avrebbe trattato.

Avrei voglia di confrontarmi con qualcuno per la copertina, il titolo. Farlo però non in pubblico, in quanto non voglio bruciare l’idea, l’immagine, il titolo. Dell’altro romanzo, che riprenderò se riuscirò a essere un tantino più metodico, ho già la copertina, e forse nemmeno quel titolo è da romanzo di fantascienza, soprattutto se facente parte di uno stesso universo narrativo.

Ho comprato anche un dominio relativo a un elemento di quell’universo. Ci vorrei mettere qualcosa dentro ma dovrei trovare un servizio di hosting, ma l’hosting offre 3’000 giocattoli con le ia, roba che crea da sola e che a mio avviso fa pena perché inserisce schifezze varie nell’HTML, roba che appesantisce e non serve, e si fa pagare tanto. Non è quello che mi interessa. Un servizio di hosting statico mi basterebbe, ma avrei bisogno anche di python per altri motivi.

In effetti metto troppe cose a cuocere e poi finisce che non arriva lo stimolo a continuare, perché ci sono così tante cose che il mese di settembre porta con sé. La prima in assoluto è un nuovo inizio, un cambio di rotta necessario e fondamentale, il quale viene prima di ogni altra cosa ma che fatica a concretizzarsi da anni, anche perché ovunque mi giro e mi rigiro vedo che sono disinteressati. Oggi tutti pensano di fare tutto con le IA, incluso sostituire lavoratori con anni di esperienza, quindi si finisce in un altro territorio tetro che non prevede niente di buono. Farsi valere nell’anno 2026 pare proprio fantascienza e, infatti, c’è anche questo aspetto nel romanzo, l’aspetto tecnologico spinto unito alla sete di guadagni economici, che è lo specchio di quanto avviene oggi.

Per il resto sto leggendo altri romanzi di Georges Simenon. Romanzi e suoi racconti lunghi e meno lunghi.


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9 pensieri su “Ritorno alla normalità settembrina”

    1. Grazie per la fiducia, è un contesto complicato, ma sono fiducioso che qualcosa ne verrà fuori, forse non nel modo in cui lo farebbe fare un Philip K. Dick o un Arthur C. Clarke, o forse non abbraccerà tutti i temi. Non so. Non so nemmeno se dovrei usare uno pseudonimo, ma tanto dei miei lettori non ne è restato nemmeno più uno, quindi non si accorgeranno nemmeno che ho pubblicato un nuovo libro e di fantascienza. Non lo sapranno mai. Dovrebbero venire di proposito sul blog, o saperlo tramite la newsletter a cui forse sono iscritti ma che non leggono. Sono anche io come te un po’ in alto mare, capisco bene il non avere più riferimenti o sentirsi troppo sotto esame per dire che un testo va bene o meno, soprattutto, nel mio caso, con il totale abbandono di un beta lettore molto bravo senza manca avere spiegazioni. Questo mi spinegerà ad avere necesittà di più tempo e di una maggiore attenzione ai dettagli, ma se non lo fa l’autore non penso lo farebbe qualcun altro. L’iniezione di fiducia deve essere un’automedicazione, almeno davanti a certi eventi, poi ogni storia è a sé, ogni autore deve agire come meglio si sente e ogni romanzo è un discorso a parte.

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      1. Avatar di @bluebabbler @bluebabbler

        Leggevo che ormai per gli autori auto-pubblicati la scelta è tra promozione continua e capillare (praticamente un lavoro a tempo pieno) e l’oblio. Non so quanto sia vero, in Rete si dice sempre il tutto e il contrario di tutto. Ma sai che ti dico? Da parte mia ho deciso di regalarmi il fregarmene altamente. Ho un libro quasi pronto e ho deciso di lasciarlo lì, senza cambiare una lettera e senza per questo sentirmi in colpa. Questa al momento è la mia automedicazione.

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      2. Certo, non ti preoccupare. Meglio ricevere un no che un sì e poi sparire come spesso mi hanno combinato. Una cosa che detesto, senza spiegazioni. Capisco bene, tranquillo. Per scrivere o dare un parere uno se la deve sentire.

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