Scrivere avendo in testa il lettore ideale

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Una delle prime regole della scrittura creativa dice che per scrivere bisogna avere in testa un lettore ideale. Ma la scrittura creativa che viene insegnata ha sempre ragione?

Al di là della risposta che si può dare, io credo che di ideale ci sia ben poco. Oggi tutto si basa sull’essere concreti e, soprattutto, non esiste un solo tipo di lettore. Ogni persona ha una sensibilità diversa e, quindi, un modo differente di approcciarsi alla lettura, fosse anche solo per il fatto di avere gusti diversi, per cui secondo me dire che quando si scrive bisogna avere in testa un lettore ideale è una bufala diffusa da chi, pagato, ti vuole insegnare a scrivere libri tutti uguali.

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Cosa si impara da un cattivo romanzo

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Quando si legge un romanzo, spesso non si fa caso a piccole imperfezioni, se un testo è piacevole, se è credibile, se i personaggi li sentiamo vicino a noi. È persino possibile che la storia ci resti in testa per un po’, che ci lasci qualcosa.

Da scrittori, se riusciamo a leggere il testo anche in maniera “tecnica”, è capace che impariamo qualcosa in più sulla gestione del punto di vista, sulla gestione ottimale delle sottotrame, su come mantenere l’attenzione del lettore, ecc…

Ma quando un testo è pieno zeppo di cose che non vanno?

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Hemingway non conosce l’italiano

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Eh, be’, certo, dirà chiunque. Ernest Hemingway è stato uno scrittore e giornalista statunitense. Autore di romanzi e racconti in lingua americana. Come potrebbe mai conoscere l’italiano come lo conosco io o magari un docente di lingua italiana nato in Italia?

Il titolo di questo articolo è una mera provocazione. In passato ho letto “Il vecchio e il mare”, ma ammetto di non ricordarne nulla. Di recente ho letto “I quarantanove racconti”. Qualcuno era interessante, altri non particolarmente.

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Scrittura, aspettative e realtà

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Oggi tutti scrivono, tutti pubblicano, tutti sono editori e nessuno sa la differenza tra:

  • editoria classica;
  • editoria a pagamento;
  • editoria a doppio binario;
  • selff-publishing;
  • tipografia.

A volte, anche quelli che si proclamano self-publisher *NON* sanno cosa sia il self-publishing. Tanto per essere puntigliosi – lo so, non dovrei cercare i punti sulle i se spero che qualcuno commenti il blog e non cambi articolo all’istante – non si chiama “self” o “Self Publishing”, ma “self-publishing”, ovvero si ricorre a una parola composta inserendo un trattino tra le due parole in lingua inglese “self” e “publishing”.

Non che ce ne possa importare più di tanto, voglio dire. O che la cosa mi sconvolga. Anzi, mi annoia profondamente.

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diario scrittorio: lunedì, 2 settembre 2019

E con oggi ho editato il terzo romanzo. Questo terzo, però, è incompleto, ma non manca molto alla fine. Voglio mantenerlo più breve anche perché di personaggi ce ne stanno pochi e il tema, per quanto sconfinato, diventa molto essenziale perché si tratta di un romanzo e non di un saggio.

Veniamo a noi.

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davvero l’importante è solo la storia?

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Spesso ho letto commenti del tipo: «L’importante, in un romanzo, è la storia».

Diverso tempo fa ero convinto che fosse così, poi iniziando a leggere sempre più libri, ho capito che di base c’è una storia più o meno buona e che si deve lavorare su questa a tutti i livelli per renderla migliore e per presentare un prodotto, in forma di libro, che sia qualcosa di ben fatto.

Quindi, quando voglio leggere un romanzo, per me, l’importante è: TUTTO.

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la sospensione dell’incredulità

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Cos’è la sospensione dell’incredulità?

Quando si racconta una storia, fosse anche mettere nero su bianco poche frasi che compongono un racconto, bisogna fare attenzione a quella che è la sospensione dell’incredulità, ovvero bisogna fare in modo che ciò di cui si parla sia credibile.

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