diario scrittorio: venerdì, 28 aprile 2017

Da quando ho pubblicato il mio ultimo romanzo non ho smesso di scrivere, correggere.

Ho fatto già la mia prima e completa revisione del terzo volume de “Le parole confondono” e, ora, sto affrontando il romanzo dei romanzi, quello che continuo a scrivere in rarissimi momenti di pausa. Sono passati già sei anni da quando l’ho cominciato.

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Un autore deve essere anonimo?

Da un po’ di tempo a questa parte mi sto interrogando su una cosa che un autore deve definire nel momento in cui decide di pubblicare il suo primo libro. Diciamo che oramai sono in ritardo di 5 anni.

Qual è la domanda che mi sto facendo? Eccola: “Perché non ho scritto con uno pseudonimo?”.

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diario scrittorio: venerdì, 3 marzo 2017

diario-scrittorio

Oggi abbondiamo. Quarto articolo in una settimana.

Mentre si avvicinerebbe la data di pubblicazione mi ritrovo impegnato a scrivere? Diciamo che ho fermato le scritture da forse due settimane. Ero preso a portare avanti il quarto volume de “Le parole confondono“, stavo editando il terzo mentre attendevo il responso sul mio romanzo, le note su cui lavorare.

Mi sono dovuto fermare per forza di cose. Come fare correzione, rilettura e scrittura insieme di tre universi distinti? Se si vuole andare al manicomio potevo anche continuare su questa strada, alternando un’ora a Sai correre forte, un’altra al terzo volume della serie e un’altra ancora al quarto.

Non avrei finito nemmeno in capo a un anno. Siamo prossimi alla pubblicazione e le energie vanno concentrate verso un unico sforzo e su un unico testo.

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Mondadori, gli altri e il selfpublishing

(C) jppi at Morguefile
(C) jppi at Morguefile

Quando si parla di Mondadori si parla di una grande casa editrice, vero? Chi non vorrebbe essere pubblicato da Mondadori?

Be’, dopo aver visto diverse cose io non vorrei essere pubblicato da nessun editore, soprattutto se grande.

Mondadori ha sempre mostrato un interesse per gli autoeditori, per i selfpubliher.

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Kobo Writing Life? Il peggior retailer della storia…

questionmarks

Con l’avvicinarsi della pubblicazione del mio nuovo romanzo , tiro in ballo la questione: ha senso pubblicare su retailer diversi da Amazon?

Più che altro ha senso pubblicare su Kobo? Teoricamente sì visto che in Italia si arriva anche su LaFeltrinelli e su MondadoriStore. Ma io dico di no.

Perché?

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un articolo con… selfpublishing nel titolo fa figo?

Fdecomite / Flick
Immagine: (CC) Fdecomite / Flick

Sappiamo oramai che la bolla dell’editoria è scoppiata. Ne parlava Antonio Tombolini in un suo articolo. Oramai la via dell’ebook che è l’unica che potrebbe rinfrescare l’editoria, a patto che si faccia una vera selezione come avveniva 40-50 anni fa, ma questa non è la scelta preferita dagli editori, resta come seconda possibilità, come riserva, e, nel 2017, ci sono ancora editori che non fanno gli ebook. C’è poi chi confeziona ebook scadenti anche come veste, chi ne fa di piccoli libretti di 90 paginette li vende tra i 4,99 e i 9,99 euro e senza criterio, per fortuna, così un vero selfpublisher può più o meno resistere e controbattere a questo tipo di editoria.

Nascono nuove case editrici come i funghi e quando poi si presentano parlano di SELFPUBLISHING (“che segnerà il nostro ingresso nel mondo del self-publishing…”). Cioè, affinché un articolo sia letto, si mettono la parola selfpublishing in bocca. Tanto è bella, è inglese, fa tanto in, fa tanto moda, non vi sembra? Con una parola come quella nel testo di un articolo, meglio ancora se nel titolo, saranno in centinaia a leggere l’articolo.

Eppure spesso le nuove case editrici con il selfpublishing non ci azzeccano proprio nulla. Non sanno nemmeno cos’è. Basta pensare anche all’evento fatto a dicembre a Roma per avere una vaga idea. Ma perché da quando è mondo è mondo per selezionare dei testi con un concorso si deve usare la parola SELFPUBLISHING al posto di SELEZIONE? Non lo so, lo diranno gli esperti di marketing? Forse i motori di ricerca spingono di più verso articoli con questa parola al proprio interno?

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