La malattia degli scrittori

Photo by نوو٢٨👁️

La malattia di noi scrittori è il continuo stare lì a scrivere e riscrivere un testo e, in particolare la mia, verificare i dettagli, le frasi, le scene. Inizi a osservare il disegno globale del testo, le scene le guardi e riguardi al rallentatore, in testa sai subito che manca qualcosa, che serve una qualcosa che al momento sfugge. Ci pensi, ci ripensi e sistemi.

Poi aspetti il giorno dopo per rielaborare e verificare le modifiche fatte la sera prima. C’è ancora qualcosa che non va, lo senti a pelle, rileggi e ti rendi conto che il finale deve essere scritto meglio. È il finale, non si può arronzare. Ovviamente è una cosa che applichi all’intero testo. Siccome ho scritto il finale poco tempo fa, mettendo la parola fine al testo, mi sto concentrando su questo, al momento.

E poi ci sta il non voler abbandonare dei personaggi con cui sei alle prese dal 2010, ovvero ben 16 anni. Qualcuno dirà che è giunto il tempo di lasciarli andare. Gli addii sono sempre dolorosi, tristi e, infatti, il settimo volume doveva essere proprio l’ultimo volume della serie “Le parole confondono”. Era stato scritto per essere tale, poi le idee si presentano alla porta e bussano. Una volta, due volte, tre volte e, sdranghete, dopo un po’ ti ritrovi a scrivere già il primo capitolo del seguito.

L’ottavo volume è stato scritto in un arco di tempo di due anni e quattro mesi. Anche per alcuni problemi di salute che ho avuto. Ero terrorizzato dall’idea di dover proprio smettere di scrivere, ma per fortuna non è stato così.

Il problema di scrivere un romanzo in così tanto tempo è che quando fai una pausa dal testo (diciamo qualche mese) alla fine devi tornare alla prima riga del primo capitolo ed editare, capire cosa è stato detto, e come è stato messo nero su bianco. E nel frattempo sono maturate altre idee in testa, con il rischio di non smettere più o di dover cancellare tutto e riscrivere. Molte cose, non lo nego, ho dovuto cancellarle, riscriverle più e più volte a intervalli diversi nel tempo perché le sentivo non essere nella loro forma corretta, cioè le scene erano necessarie ma avevano carenze, necessitavano di una maturazione.

Con la parola scritta sai che qualcosa che sembra andare più o meno bene oggi tra qualche mese andrà rivisto meglio e, se necessario, cancellato del tutto, riscritto per bene. È un continuo sistemare, risistemare, andare avanti tra tempo che manca, problemi che insorgono e che bloccano quell’unica passione che ti permette di non soccombere in un mondo che va di continuo all’aria, dove parole come “genocidio” non si possono pronunciare e dove in alcuni stati ti arrestano solo per averla pronunciata. Stati moderni, eh, non parliamo di stati dove non c’è la libertà di parola, anche se, di questo passo, potrebbero diventarlo, e George Orwell lo ha previsto pure.

Stavo cercando la copertina. Ne avevo anche trovate alcune ma, come per la continua revisione del testo, si sa bene quando una copertina non è adatta. Ho dovuto perdere ore, giorni, alla ricerca, alla rielaborazione della copertina, ho dovuto pensare a quale fosse il messaggio da trasmettere, ho trovato delle immagini che andavano pure bene, ma per motivi pratici ho dovuto scartarle. Scrivere il titolo in testa al modello non mi piace, è un orrore.

Cerca, pensa, realizza, scarta e ricerca, alla fine mi si è presentata un’immagine che era legata al testo e che aveva come sfondo Londra, lì dove si svolgono i fatti narrati. Ne ho trovate due, in realtà, ma per puro caso. Erano indicate come immagini simili a quella cercata. Ma una non mi piaceva, avrebbe dovuto essere ripresa più da lontano. L’altra era perfetta e, a quel punto, mi è venuta l’idea di legare la copertina proprio alla scena finale del penultimo capitolo, quello prima del vero e proprio prologo.

Naturalmente ho aggiunto la scene e scritta e riscritta varie volte. Ora sono soddisfatto. Ho la copertina, il codice ISBN, il titolo (quello c’era già dal primo giorno), il testo. Manca un ulteriore editing completo, magari più di uno, e poi il maledetto blurb, ovvero il testo che si ritrova sul bookstore e che ci induce a comprare o a scartare un libro.

Non che tutto questo lavoro porterà lettori al nuovo romanzo e che tali lettori capiranno quante energie sono state spese. Quella è un’altra storia. Ed è tosta, eh. Tostissima. È il motivo per il quale mi interrogo di continuo e mi chiedo se tantissimi sforzi poi siano ripagati, magari anche in maniera minima. E la risposta non mi piace mai. La ignoro e continuo per la mia strada.


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