Per oggi, lasciamo perdere

Photo by Onur Kaya

A fine maggio scorso avevo letto un articolo della blogger Morena Fanti riguardo la scrittura di una scena di un romanzo, di un racconto, e mi trovo d’accordo nel dire che quando si mette mano a una nuova scena non è mai completa, è una bozza di ciò che dovrà diventare. Nel momento in cui la si crea si preferisce mettere a fuoco quanto è più urgente, saltando i dettagli, lasciando uno stile minimale, o forse non curandoci nemmeno di quest’ultimo.

Anzi, quanto messo nero su bianco, potrebbe cambiare anche molto, o sparire, o confluire in un altro progetto narrativo. Sì, perché c’è anche questa possibilità.

Da non molto tempo sto scrivendo un romanzo di fantascienza che attraversa i temi della difficoltà lavorativa anche in tempi di IA, con una scena in cui ci sono giusto due battute di dialogo divertenti, che poi se è divertente o meno è lasciato alla sensibilità del lettore. Far ridere non è facile, e poi non si tratta di un copione comico, sono solo due righe le quali creano una sorta di gag per nerd.

Ci sono però anche le scene drammatiche: dove ci porta questo uso sconsiderato di IA o di persone pagate meno e più maltrattate o mandate via in malo modo? Dove ci porta un mondo del lavoro sottoposto a un continuo regime di controllo tecnologico se il rendimento non supera certi livelli?

Ci sono altri temi ancora: i rapporti tra figli e genitori quando il lavoro assorbe, quando si diventa schiavi della propria professione e della propria datrice di lavoro, poi ci sono le scelte fatte e non fatte, gli eventi traumatici del passato che si rievocano per sottolineare ancora di più il sentirsi persi, il non aver trattato il tempo avuto nel modo giusto, di non averlo condiviso con chi si doveva: moglie, figli, amici.

Forse di fantascienza c’è davvero molto poco, ma quel poco che c’è dovrebbe servire per spingere la storia in una precisa direzione, per buttare le basi su alcuni concetti che riprendono nel romanzo di fantascienza più strutturato e complesso di cui questo è un pezzetto che si svolge nello stesso universo.

Ah, è di fantascienza? Allora non ci interessa, vi direte.

In realtà la fantascienza è già in essere oggi, dove i nostri amati politici hanno preso alla lettera romanzi famosi come se fossero dei manuali d’uso per la politica, in modo da limitare le libertà personali e chiudere in maniera definitiva internet, il quale sarà, di questo passo, solo un grande immondezzaio zeppo di pubblicità, proprietà di aziende e governi che vogliono controllare tutto ciò che facciamo per stilare un bel profilo completo su di noi, prevedere i nostri comportamenti e i potenziali futuri reati come in Minority Report, penalizzare chi di colore, chi ha una determinata tipologia di malattia.

Perciò la fantascienza oramai è entrata a far parte del quotidiano, non è più il futuro, il futuro è già oggi, ci siamo dentro e nemmeno lo sappiamo.

Stavo scrivendo questo romanzo e poi ho avuto un’idea per un altro romanzo, pensiero che parte da un gesto ma per cui ho già chiaro nella mente la maggior parte dei dettagli, si tratta solo di mettere tutto nero su bianco.

Noto però che nella scrittura, nel partire da un testo inesistente, anche conoscendo dove desidero arrivare, cosa cerco di realizzare e cosa deve succedere nella scena in cui mi trovo, per forza di cose, è tutto molto sintetico, è solo una misera bozza, ci sono errori, certe volte anche i nomi dei personaggi cambiano rispetto al capitolo precedente, se non vengono annotati in un opportuno file. I dialoghi sembrano dominare su tutto il resto. Solo con ulteriori sessioni in cui si riprendono i fatti e si dà una ambientazione, una tridimensionalità maggiore alla storia, ai personaggi, inclusa una certa psicologia, una caratterizzazione, verrà fuori quanto pareva, invece, potesse esserci sin da subito.

Quante volte ritorno su ciò che ho scritto da poco? Tante volte quante me ne servono, finché non trovo che la scena, o il capitolo, mi convince, quindi anche 20 volte, se necessario.

La scrittura è un ripetuto rimestare la farina, il lievito e le uova, un continuo scalfire il legno, il marmo, per tirare fuori l’impasto giusto, la statua, l’immagine che pareva chiara in testa, ma che solo con un rimestare e uno scolpire strato per strato si otterrà.

Succede su una scena datata, scritta mesi prima, la quale per quanto pareva chiusa e perfetta, presenta invece tutta una serie di imperfezioni e mancanze che vengono evidenziate solo dopo aver lasciato passare del tempo ed essere tornati sul luogo del misfatto, ovvero il capitolo riletto, sicuri che non avrebbe più dovuto essere modificato.

Figurarsi un testo nuovo, abbozzato appena venti minuti prima. Sarà davvero scritto male, ci saranno ripetizioni, l’uso dello stesso verbo o aggettivo più e più volte nella stessa pagina, dialoghi banali, scontati, poco chiari, periodi poco comprensibili da riscrivere o cancellare.

Mi ritrovo, quindi, a scrivere in contemporanea due romanzi di genere diverso, perché il romanzo di fantascienza iniziale è in pausa.

Follia pura, sì. Eh, sì, allora perché non tre, o quattro. Di questo passo non finirò nulla. Non ho disciplina, ma a volte sono di un certo umore, leggo certi romanzi e ho delle idee per certi temi invece che per altri. Avrei cose da completare, ma vengo travolto da idee nuove e impellenti. Alterno una settima di un romanzo con un’altra dell’altro, sempre se riesco a dedicare ogni giorno un po’ di tempo al testo, se ne ho voglia, curiosità di spingere la storia, a volte la pausa tra un testo e l’altro può spingermi a trovare soluzioni o focalizzare ancora di più le idee per un dato altro testo, o mi fa anche pensare di lasciar perdere tutto.

La scrittura è vero che ha bisogno di un rimaneggiare continuo anche quando le idee ci sono e sono ben strutturate, ma servono anche stimoli ulteriori che arrivano dal sapere, per esempio, che c’è qualcuno che ci leggerà, ma questa è un’altra vecchia brutta storia e, per oggi, lasciamo perdere.


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