Abate Alferio – racconto


Il racconto che segue è stato gentilmente concesso da mio cugino Angelo. Risale all’11 settembre del 1994. Lo riporto così com’è senza modifiche. Spero sia di vostro gradimento.

ABATE ALFERIO di Angelo Cozzolino

«ABATE ALFERIO (via) – Fraz. Secondigliano – dalla str.prov. di Caserta alla v. Monte Faito. CAP 80144»

Lesse Gennariello sulla guida stradale. Il padre fece: – Ramme ccà – e gli strappò di mano la guida, sedendosi al tavolo.
– Jammo jà Genni, iesce ‘a vi’e fore!
Erano i suoi amici del rione che erano venuti a chiamarlo dalla finestra del basso. Si sentiva nella strada deserta a quell’ora solo il rumore dei motorini fermi.
– Cia’ babbo
– Addo’ vaje, aspié, m’i’a ì a ffà chella commissione
– Vaco rimane, pa’- e non lasciò neanche il tempo di rispondere che uscì, saltò sul “Si” di Nicola e tutto il branco si mise in moto per la strada arroventata dal sole.
Attraversarono in un tempo che a Genni sembrò breve i Vergini e Foria, senza incontrare un minimo di traffico. Enzuccio, notando un solitario passante, sfrecciando a tutta velocità gli sputò contro, senza tuttavia centrarlo. Un bambino affacciato a una finestra si mise a ridere.
– Uagliù, saglimmo p’a ruanella!
Impennando come un vero cowboy Nicola si mise alla testa del gruppo.
Arrivati all’altezza dell’uscita della tangenziale sul viale Maddalena, si accorsero che una macchina della polizia, sbucata da S. Maria del Pianto, li seguiva. La notizia, urlata nel vento da motore a motore, arrivò a Gennariello: scambiate due parole con Nicola, quest’ultimo drizzò su una ruota il proprio mezzo e accelerò vertiginosamente. Immediatamente tutti gli amici lo seguivano. L’auto si mise alla caccia del gruppo, ma era difficile acciuffare il branco, disposto quasi su tutta la larghezza della carreggiata. Dopo il vertice dei 7 Grandi, l’aspetto della strada era molto migliore, pensò Gennariello. Guardando dall’alto la scena, un osservatore avrebbe pensato a qualche auto presidenziale con tanto di scorta.
Quasi di fronte all’obelisco di Capodichino, i motorini si sparpagliarono: alcuni ridiscesero verso Ottocalli, altri proseguirono per Secondigliano; solo Nicola si diresse deciso a destra, costeggiando l’aereoporto. Pochi secondi di smarrimento, e anche la macchina si mise alle spalle del motorino solitario.
– Nicò, addo’ amm’a ggirà?
– Ch’ c… n’ saccio, Genni
– S’anno mise ‘ncopp’a strada provinciale, mo’ ch’e ‘cchiappammo ce facimmo ‘nu paliatone a cchilli dduje muccuse – disse il poliziotto.
– Mannaccia, gìrete Genni, ce stanno piglianno?
A questo punto la voce di Nicola, prima così temerario e deciso, si era un po’ incrinata.
– È mmai possibbile ca cu ‘na machina nun riuscimm’a ppiglià a ‘nu mezzo ‘e m…? – disse l’appuntato al collega.
– E statte zitto Michè, te crerisse ca fosse ‘na pazziella a ppurtà ‘a machina comm’a Straschi e Acc? – e rideva.
– Che?
Gli occhi di Nicola sembravano quelli di un cervo impaurito.
Svoltarono. La tabella viaria segnava sul muro “via Abate Alferio” e Gennariello pensò che quella doveva essere, in un certo senso, la conclusione “logica” della corsa.
In effetti quel muro di cemento gli diede ragione.

11 Settembre 1994

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2 thoughts on “Abate Alferio – racconto

  1. Già si intravede la passione per la toponomastica di Angelo Cozzolino; in più si notano flashforward di Lostiana memoria: il riferimento a Genni e a Nicola è abbastanza agghiacciante… Angioletto uno di noi.

  2. bello! mi ricorda la mia adolescenza da scugnizzo. Solo che il mio “SI” non era modificato, tanto che iev’ semp’ aret’. Quella era epoca di polini e pinasco…

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