La felicità è un concetto molto molto relativo


In genere quando si avvicinano le prossimità delle feste, ma anche due mesi prima, pensi: “Vorrei stare con la mia famiglia e festeggiare fuori dal ghetto”.

Non mi piace andare in ristoranti, non mi piace farlo nei giorni in cui si muove tutto il mondo. Non mi piace perché si paga tanto e si mangia malissimo, c’è un caos, bambini che urlano, una volta capitò anche un piano bar invadentissimo.

Avevo proposto Roma. Sapevo bene che Londra non era fattibile per tutta una serie di motivi, ma anche perché i voli aerei sono eccessivamente costosi in quei giorni. Anche per me non era possibile. L’ideale sarebbe per inizio maggio, ma già sono/siamo in ritardo. L’aereo aumenta a colpi di 10 euro al giorno… Maledetti prezzi.

Allora mi sono detto: Roma?

Certo, sarà molto affollata, sarà difficile trovare dove mangiare bene, ma a Roma ci sono tanti ristoranti e non è che uno deve mangiarsi l’impossibile. Chi si accontenta gode.

Sarei molto felice se potessi portare mia sorella e pargoli con me, ma non è possibile. Non è mai possibile qualsiasi cosa.

Mi rendo conto che le esigenze, le necessità e tante altre cose non collimeranno mai. Tanto per dirne una, non andremo mai insieme a Londra. Nei oggi, né tra mille anni. Lo so. Non è che non lo so.

A volte mi chiedo che cos’è la felicità. Mi chiedo perché per me esista solo Londra tra tutte le città europee. Può mai essere che con tante cose da vedere (in Italia e non) io sia fatto come i cavalli che quando si tirano dietro una carrozza guardano solo in una direzione? Londra la conosco bene. Veramente “bene” è una parola grossa. Se mi sentisse un inglese si metterebbe a ridere. Io conosco una parte molto ridotta di quelle strade. Ridottissima. Londra si compone di 7 zone e io conosco pochissimo di una zona e mezza. Ho dei percorsi mentali che provo a modificare. Quelle volte che torno a Londra mi sforzo in tutti i modi di fare cose diverse, fosse anche cambiare orari e luoghi, mangiare un panino invece di un’altra cosa. E comunque non è sufficiente, non è una ragione valida per sentirsene attratto e passare e spassare per Piccadilly Circus. Londra non è solo quello e, al di là di tutto, non è l’unica città al mondo da visitare, eppure non lo so perché me ne sento attratto così tanto. C’è da impazzire. Non me lo so spiegare nemmeno io.

L’ultima volta mi sono innamorato dei muffin a caramello di Costa. Le volte precedenti dei Ben’s Cookie e prima ancora dei biscotti di Caffè Nero, del loro cappuccino. Andavo da Caffé Nero, quello vicino Baker Street, poi da quello vicino St Pauls. Ho alcune abitudini che però modifico un po’ perché non posso fare sempre le stesse cose e nello stesso identico modo. Certo, ma continuo a ripetere a me stesso mille volte: “Non è assolutamente un motivo valido e sufficiente per non vedere altre nazioni o magari altre città del Regno Unito”. Non so come convincermene, per quanto me ne renda conto.

Per me Londra è diventata una meta tipo la cittadina dove uno va ogni anno va al mare e non la cambia perché ha le sue cose, i suoi percorsi mentali, le abitudini rassicuranti, rassicuranti in un mondo che non rassicura.

Eppure io non voglio buttare via soldi per vedere sempre la stessa città. Non può aver senso. Sarei felicissimo però se potessi andare a Londra portandoci mia sorella e i pargoli, ma abbiamo detto che questo non può accadere. Non c’è destino che possa venire incontro. E mi rendo anche molto bene conto che ci sono persone i cui problemi non sono certo di questa portata. Potrebbero diventare anche i miei tra molto poco. Dico, i problemi esistenziali e di sopravvivenza. Non sono così ottuso. Sono solo bloccato dentro un pensiero che più o meno mi permette di evadere dalla realtà quotidiana che opprime oltre ogni misura. Eppure so che penso in maniera sballata. Se qualcuno ha un sistema per tirarmene fuori da questi vani pensieri si faccia avanti. Proverò a mettere in pratica i consigli, se mi riesce.

Alcune notti ci penso… a Londra. Ci voglio andare a vivere, ma poi mi rendo conto di tutto quello che vedo ogni volta che sono lì. Servono un mare di soldi e ci si deve imbarcare in un mare di sacrifici che forse non riuscirei ad affrontare e gestire da solo perché vorrebbe dire stravolgere completamente la mia vita. Ribaltarla. E, soprattutto, chi mi dice che, con la concorrenza e la preparazione di gente che lavora lì e viene da tutto il mondo, io potrei competere? Uno può sognare quanto vuole, ma deve anche confrontarsi con la realtà. A lungo andare, magari anche dopo due settimane, non posso saperlo per davvero, magari mi inizierebbe a mancare il mare e il sole della mia città. Non lo so, ma se continuo di questo passo vedo che la felicità non solo è un concetto molto molto relativo, ma è abbastanza irraggiungibile.

Attualmente sono felice? Direi di no. Direi che non ci sono nemmeno i presupposti per trovarla ‘sta benedetta felicità, anzi, con l’avvicinarsi dell’estate, con l’avvicinarsi del momento in cui pubblicherò questo nuovo romanzo, mi sento sottosopra. Non riuscirò a spiegarvi in tre mosse cosa intendo.

Vorrei una felicità che durasse un giorno intero, anche una volta al mese oppure ogni due o tre mesi.

Lo so che non si deve guardare il mondo in modo negativo. I personaggi dei miei romanzi sono molto più bravi di me a godersi quello che hanno e a essere felici.

Non so cosa volessi fare con questo articolo. Di certo non ci sono informazioni tecniche interessanti, non è una recensione a un libro o a un film, o a una serie televisiva. È un pensiero decontestualizzato di chi vorrebbe passare la Pasqua a Roma con la famiglia, ma che non può a meno che non prende e ci va da solo e lascia perdere la famiglia, il che potrebbe anche essere, o forse no, boh.

Ogni volta che ho deciso di andare a Londra mi sono messo di santa pazienza e mi sono prenotato le varie cose da solo, guardato offerte su offerte, recensioni di b&b, alberghi, valutato appartamenti per qualche giorno. Alla fine sono sempre partito da solo, sempre pieno di entusiasmo, ma ci sono momenti che spesso non te lo puoi proprio più permettere o non ritrovi l’entusiasmo giusto, forse servirebbe un po’ di egoismo. Servirebbe che magari invece di fare il turista a sognare Londra, io dessi in questo momento le dimissioni dal lavoro dove oramai è diventata prassi da due mesi essere pagati al 50% dello stipendio e poi si vede quando avere il restante 50%, per non parlare di una tredicesima che aspetta dal 2014. Quest’anno saranno tre anni. E mi sono informato in giro. Se passano tre anni, io, per la legge, non posso manco più richiederla. E, detto tra noi, pare che sia l’unico a cui interessi ancora. Ma perché quasi tre anni di pazienza non sono sufficienti affinché io possa avere i soldi che mi spettano di un lavoro fatto nel 2014? No, eh? Tre anni? E che sono? Non sono un’acca. Mi sembra quasi di stare entrando in uno di quei terribili racconti realissimi della Trilogia delle Erbacce. Che vi consiglio di leggere. L’autore è uno che ti spiazza davvero, altro che autore di una grande casa editrice, suvvia!

Mi sento avvilito. Dovrei dimettermi e partire per Londra con la consapevolezza che poi è come buttarsi con il paracadute da un aereo che sta precipitando e non sai manco dove atterri. Potrei cadere nell’oceano, morire nell’impatto o essere divorato dagli squali, oppure potrei trasformare la mia vita in modo straordinario, imparando tante cose, in primis il sacrificio e le difficoltà ancestrali che risiedono dietro la realizzazione di un embrione di sogno. Magari mi viene bene e divento felice.

Diceva il poeta dei film di Bellavista che anche il pappagallo, che è solo un uccello, desidera provare le brezze della libertà. Ma gli uccelli nascono liberi e per loro è uno stato normale quello di volare senza essere imprigionati. Anche noi nasciamo più o meno liberi, ma poi ci incatenano o ci incateniamo da soli in situazioni molto spiacevoli e da cui non si sa come uscirne. Parlo sempre di raggiungere la felicità, dell’essere spensierato, di guardare il mare, bagnare i piedi nello stesso, camminare sulla sabbia o guardare il Cupolone. Niente di complicato. Non sto parlando di diventare un autore di successo internazionale o nazionale o regionale o di città o di quartiere e di essere scelto da Amazon ogni giorno per offerte del mese e del giorno su tutti i miei 7 ebook. Su questo ci ho messo una pietra sopra, anzi no, ci ho messo sopra grattacieli, case, pianeti, costellazioni. Non accadrà mai. Siamo pragmatici. Nella vita serve.

Ho capito. Mi manca l’organizzazione, la pianificazione. Però a volte la tiro fuori, no? Per mettersi in cammino serve. Perché non pianifico sempre, perché non mi organizzo? Bella domanda. Forse non ci credo a sufficienza. Non lo so. È come l’attrito che c’è tra gli pneumatici e la sede stradale, servono per non slittare, poi però l’attrito colpisce anche tutta la persona e ci si tiene incatenati a qualsiasi cosa che sembra vagamente stabile. Oggi non c’è più nessuna vera forma di stabilità e felicità e pure un banalissimo viaggio a Roma diventa un bel problema. Ho imparato da un po’ ad agire da solo, ma ci sono momenti in cui non ci sono più energie e solo non vuoi essere.

L’unica cosa, banale o meno che vogliate giudicarla, è che di qui a poco uscirà un mio nuovo romanzo. Almeno un’altra cosa l’ho portata a compimento. Che poi è chiaro che l’atto di pubblicare non è che l’inizio di un nuovo momento di faticaccia, inutile direbbe qualcuno che conosco. Pubblicare un libro non è proprio sufficiente, anzi, non serve a nulla se non ci si sbatte per farlo conoscere. Vabbè, concludiamo qui. Ho delirato anche troppo per oggi.

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