la giusta ambientazione di una storia


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Ho visitato spesso certi luoghi, di alcuni mi sono così innamorato che ci sono tornato spesso.

L’ambientazione di un romanzo a volte è importante. Accade, invece, che spesso sia una delle cose che più si trascura. Ci si concentra solo sulla trama e si pensa: “Tanto il lettore si farà una sua idea del luogo”.

Può andar bene in un senso o nell’altro, però, ignorando l’ambientazione, una storia è ambientata da nessuna parte e ovunque e, quindi, il testo non si caratterizza in tal senso. In questo caso credo non servirebbe nemmeno dire i personaggi dove vivono o camminano: Napoli, Milano, Roma, Praga, Parigi, Londra, oppure lungomare o strada interna, o piazza. È uguale. Certo, resta sempre una scelta personale.

Non serve nemmeno dire che c’era un bellissimo tramonto o, peggio ancora, un tramonto mozzafiato indescrivibile, se si parla, non so, della Grecia, delle isole Eolie, dell’isola d’Elba, ecc…

O si prova a far capire cosa affascinava il personaggio con una frase brevissima, o si prova a descrivere il tramonto, per quanto mi chiedo a cosa possa davvero servire descrivere un tramonto. Quindi?

Eliminiamo direttamente frasi come: “il tramonto/panorama era bellissimo/mozzafiato, indescrivibile”.
A volte sono anche gli avvenimenti e il linguaggio usato nei dialoghi che completano l’ambientazione, magari perché la frase è infarcita di dialetto.

Basta anche una semplice scena in cui qualcuno muove un cucchiaino in una tazza di caffè per creare ambientazione.

Ma è proprio necessario dire che qualcuno, magari per zuccherare il caffè, muove il cucchiaino in maniera lenta nella tazzina? Può servire se va riempito un silenzio senza dire che: “i personaggi restarono in silenzio senza parlare per un po’, fissando le tazzine del caffè”. A quel punto diventa anche una caratterizzazione della scena in sé più che ambientazione.

Ci si muove sempre lungo una corda sottile dove qualcosa può essere tutto e nulla. Dialogo, ambientazione, o magari solo stile.

Ne “I motivi segreti dell’amore” ho tirato dentro Londra. L’ho tirata dentro perché la conosco abbastanza bene da potermi muovere anche senza cartina se devo raggiungere certi luoghi, così mi è venuto naturale fare in modo che i personaggi si muovessero in una città in cui mi sento a mio agio e di cui so come è fatto, per esempio, Covent Garden e Piccadilly Circus senza dovermele cercare su Google Maps, risultando anche più naturale l’eventuale scena/dettaglio.

Come bisogna usare i dialoghi in modo parsimonioso, così va fatta la stessa cosa per l’ambientazione.

Mi sono ritrovato di recente a passeggiare per le stradine di Sorrento, innamorato di quei luoghi. Nell’ultimo romanzo della serie “Le parole confondono”, il quarto, ci muoveremo anche per le stradine di Sorrento. Leggevo il testo e mi chiedevo perché nominassi solo in modo generico delle cose e allora mi sono concentrato e ho pensato: “Se il romanzo si ambienta in parte anche a Sorrento, facciamola vivere”. Ci ho provato, ho iniziato, mentre camminavo per strada, a prendere nota dei colori, delle cose, ho chiesto anche a un negozietto così caratteristico in che periodo è approdato a Sorrento. È successo dopo i tempi in cui si svolge la mia storia, così ne ho omesso la presenza dal testo.

Certo, come si caratterizza l’ambientazione? Resta sempre una cosa non banale perché basta eccedere in un senso o nell’altro che si è perso tempo, si è divagato, e qualcuno può sempre uscire da dietro l’angolo e usare la bacchetta e bollare l’intera storia. A volte basta molto poco per ricevere pesanti critiche.

Quando ci immergeremo con Francesco per le strade di Sorrento? Presto. Quando? Chi vivrà saprà.

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