Andare via


Image available on Pixabay.com. Author: Simon. Released with a CC0 license.

Lo so, questo articolo ha atteso un po’ troppo. Molti lo pubblicano poco prima della fine dell’anno, qualcuno poco dopo l’inizio, e magari lo intitolano: “Bilanci di fine anno”, oppure: “I miei propositi per il 2019”.

Da questo punto di vista sono sempre originale: col titolo e coi tempi. Siamo quasi oltre metà mese di gennaio.

Anno nuovo, nuove uscite narrative?

Non saprei. Scrittura ce ne sarà, immagino. Non per altro, ma la scrittura è un mezzo espressivo anche quando si inventa di sana pianta una storia, o quando ci si fa ispirare da fatti di cronaca, o da una idea che è lì in testa da anni. Puoi fermarla per un po’, ma poi la scrivi, resta nel tuo computer e magari ogni tanto aggiungi delle cose, cancelli altro, un po’ come questo articolo che ho scritto di getto, poi ho riscritto, e poi ho riscritto ancora, ho lasciato meditare la testa e riposare il testo.

So che pubblicare oggi è talmente facile e alla portata di tutti che il pensiero di leggere il nuovo romanzo di qualcuno, chiunque esso sia, noto o meno noto, è una questione che interessa pochi.
Io, anno dopo anno, ho riscontrato che per essere un autoeditore bisogna insistere molto, non mollare. In teoria occorrerebbe anche curare il testo, il modo in cui lo si presenta e ricordare che, in primis, un libro non è nulla se non ci si impegna a presentare le proprie opere, farsi spazio nel web, pubblicizzarsi in tanti modi diversi di continuo. Forse è solo questo. Pubblicità.

E Adesso La Pubblicità.

Quest’anno potrebbe essere l’anno buono in cui smetto di pubblicare.

Mi manca l’atto finale, che poi è quello iniziale: la promozione del libro.

Qualsiasi prodotto, dal pezzo di pane del panettiere al colossal holliwoodiano, si nutre di pubblicità, chiaramente il panettiere vende un prodotto che bene o male cercano tutti, il colossal holiwoodiano pieno di effetti speciali attira sempre, quindi il paragone non è proprio azzeccato coi libri.

Forse, se voglio continuare a pubblicare con un certo risultato, dovrei concentrarmi su qualcosa che vogliono tutti. Oppure dovrei, in qualche modo, tentare di aumentare i miei lettori. In qualche modo. In qualche modo. In qualche modo. In qualche modo. Per le opere che già sono negli store: ben 6 romanzi, 2 raccolte di racconti, 1 racconto e il suo corrispondente tradotto in inglese.

Ma c’è un’altra opzione disponibile? Sì, cercare di riequilibrare me stesso e la mia vita. Sì, meglio. Forse, in parte, fattibile.

Nel periodo di fine anno sono tornato su luoghi a me cari e sono stato relativamente bene. Ho capito che alla fine l’essere umano è solo, le sue necessità diverse da quelle degli altri, forse a tratti incompatibili. Poco o tanto. Un essere umano nasce da solo e muore da solo, come dice il personaggio di Jack Shepard nella serie televisiva Lost, quindi deve guardare al futuro tagliando dalla propria vita cose che per quanto siano piacevoli portano via molto tempo producendo il minimo risultato. Risultato che potrebbe essere migliorato, indubbiamente, non è per lamentarmi del nulla che sono qui, ma per fare un’autoanalisi di cosa va sempre storto.

Eppure a me, in questo momento, fa più paura pensare che si hanno solo le proprie forze e che si può restare completamente soli da un momento all’altro senza preavviso. Sono pronto? Ho le energie necessarie per reagire? Il segreto della vita e della felicità è quello: saper reagire positivamente a ogni sorta di evento e impiegare bene il poco tempo che ci resta.

Mi pongo quesiti non di semplice e immediata soluzione.

Mi lamento per cose che oramai sono eventi ed elementi immutabili? Non voglio farlo più. Il tempo è prezioso e il lamento inutile. Non produce risultato se non la perdita di tempo.

Una persona incontrata durante la vigilia del capodanno ha detto una cosa sacrosanta: se non ci piace la realtà in cui viviamo (intesa come luogo, città, nazione) o proviamo a intervenire cambiandola oppure, se non si riesce, la abbandoniamo e andiamo via, senza guardarci indietro.

Forse dovrei concentrarmi su questo aspetto. Andare via.

Sarei felice di sbagliarmi e pubblicare quantomeno il romanzo sull’editoria. Ma siete pronti a leggerlo? Sono io (come si diceva una volta) pronto a darlo alle stampe?
Il pallino di pubblicare in inglese con uno pseudonimo e SOLO in inglese mi attraversa i pensieri, eppure è una cosa ancora più complicata di farlo in italiano. Non è che cambiare in questo modo sia certezza di risultato. Tutt’altro!

Non vi piacciono i blogger indecisi e che non danno le intenzioni precise per filo e per segno sulle proprie opere e pubblicazioni? Be’, mi conoscete, sapete che per me la pubblicazione è una cosa molto più che seria, per quanto oggi nemmeno ce ne sarebbe bisogno di serietà, l’importante è la pubblicità.

Ah, pur se molto in ritardo, buon anno nuovo a tutti. Siate felici.

8 risposte a "Andare via"

  1. Ricordi e legami vecchi possono essere un pesante fardello, che ci trattiene dal cambiare davvero. Tu dici “andare via”, perché no? A parte pensarlo solo quando le cose vanno storte, ti sei mai messo a tavolino a ragionare su come farlo? Metterti attivamente alla ricerca di un lavoro altrove, chiedere l’aiuto di chi già vive lì? Sembra difficile, ma sto vedendo due amiche che stanno andando a vivere in Scozia, e lo stanno facendo sul serio. 🙂

    1. Poi si aggiunge questa questione irrisolta della Brexit con il fatto che muteranno tutti i prezzi e le compagnie aeree stanno lasciando il Regno Unito perché sarà complicato richiedere l’uso dello spazio aereo una volta fuori dall’Unione Europea. Boh.

      1. Guarda, le mie amiche hanno la nostra (mia?) età. E sulla Brexit se ne dice di tutto e di più, soprattutto nei nostri telegiornali. Loro si sono informate direttamente in loco, Glasgow, tramite agenzie di lavoro. 🙂

  2. Hai detto davvero un buon proposito e ci sto pensando anch’io in questi giorni. Non pubblicare più con editori italiani e scrivere solo in inglese o francese o tedesco. Perchè io che ho cercato di aiutare le piccole case editrici dicendo di no ai grandi colossi alla fine non sono stata ringraziata da nessuno per avergli riempito le tasche e questo atteggiamento mi delude moltissimo. Quindi sì forse è arrivato il momento di darci un taglio perchè queste case editrici italiane succhia autori non hanno nessuna gratitudine.

    1. A me degli editori italiani non frega davvero nulla. Per me non esistono più dal 2012. Qualcuno ogni tanto pubblica rare cose di qualità e me le leggo, ma sono eventi rari. Ora sono concentrato sui classici. Pubblicare per un editore estero? Follia! Di certo non aspettano un italiano. Chiunque esso sia, sia chiaro. Gestire una pubblicazione in lingua è molto difficile. Già dal concepire il testo, perché non è la nostra lingue originaria, per quanto si possa essere ferrati o meno. Occorre molta calma, pazienza e tanto editing professionale. Ma poi gli autori in lingue diverse dalla nostra (inglese britannico e americano davanti a tutti) sono tanti e tanti, e la concorrenza è ancora più spietata. Per non parlare della promozione. Bisogna studiare il mercato. Insomma, come la metti e come la giri, è meglio lasciar perdere con la scrittura se si vuole un certo risultato che oramai non si ottiene nemmeno se si fa promozione mirata e consapevole, figurarsi se ci si avvicina a qualcosa che si ignora, almeno, in tutto questo sproloquio parlo per me. 🙂 Poi ognuno faccia come crede, sia chiaro. Io non sono nessuno per dire o fermare qualcuno, magari mi ci metterò davvero con uno pseudonimo a provare, ma non ho proprio tanta voglia perché so benissimo che sarà pure peggio che pubblicare in italiano.

  3. Io ho vissuto e fatto moltissime cose vivendo a Londra. Ho fatto musica, teatro, danza contemporanea e sono state esperienze meravigliose. Io parlavo persino il “Cockney rhyming slang” e alla fine pensavo solo in inglese. Ho scritto opere teatrali direttamente in inglese e vari testi musicali. Quindi per me non sarebbe una cosa strana. Il francese e il tedesco lo mastico meno ma posso farmi tradurre tutto. I classici li conosco quasi tutti, avevo una stanza biblioteca con migliaia di libri, italiani e stranieri, che di recente sto cercando di smantellare, donando e regalando ad associazioni varie. Anche i miei libri cartacei ( col mio nome vero che nel mio blog non compaiono) li ho spesso regalati. I quadri pure e tutto il resto. Tu hai deciso di non scrivere più? E adesso come ti senti? Non ti viene mai di metter giù qualcosa? Io ci ho anche provato a volte sai. Ma sono condannata a comunicare.

    1. Be’, allora penso che puoi pubblicare in inglese britannico senza problemi. No, io scrivo ogni giorno se posso. Forse non pubblicherò più. Ma forse. Non lo so. Di certo il V volume de “Le parole confondono” arriverà per la mia lettrice numero uno. Il romanzo sull’editoria mi sembra una cosa dovuta a chi nel vuol sapere di mistero e intrighi, il romanzo sul self-publishing sarà un’ottima palestra per vedere se so far ridere e se sono bravo a fare ironia. Ma se dovessi non pubblicare più niente è solo perché sono stanco di sforzi vani.

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