Hanno tutti deciso di uccidere la privacy: tanto che fa?

Photo by Atlantic Ambience

Da circa due anni ho sottoscritto l’abbonamento ai servizi Proton, di cui mi ritengo soddisfatto non molto, ma moltissimo. Eppure, per mantenere la mia privacy dovrei smettere di interagire con tutti quelli che di privacy non capiscono nulla, ti deridono quando dici che sarebbe il caso di abbandonare WhatsApp, soprattutto se sono esperti informatici (il che oggi vuol dire che lavorano per aziende succursali di Microsoft, Google e Meta). Qualsiasi violazione facciano queste aziende, è nulla, per loro va sempre tutto bene. La gente condivide (e pretende che lo faccia anche tu) la patente, la carta di identità, su WhatsApp, una nota app che ha accesso a tutti i messaggi e che li memorizza in chiaro e li usa per allenare la sua Intelligenza Artificiale. Per non parlare di Facebook, Instagram e compagnia cantando.

Se di Facebook, Instagram, dell’ex-Twitter e di Telegram mi sono liberato, risulta impossibile proporre una alternativa agli amanti e fan boy di WhatsApp. Persino avvocati e medici condividono documenti personali tuoi su questa maledetta piattaforma, la quale memorizza tutto il memorizzabile. E le piattaforme come queste, ma non solo queste, mettono a disposizione i dati al governo americano, all’ICE, per schedare le persone attuando un poco quello che Hitler faceva durante la seconda guerra mondiale nei confronti degli ebrei.

Proporre alternative come Signal risulta come commettere un peccato mortale. O, meglio ancora, cose come Session che non ha necessità di un numero di telefono per essere usata, o Briar che utilizza anche la rete Tor, il che lo rende uno strumento di comunicazione molto dedito alla privacy, se non quasi all’anonimato. Per quanto nulla è mai davvero anonimo, ma lo strumento è potente, paragonato a quella cosa che usano tutti, e che obbligano a usare per tenerti in contatto con loro.

Se devi comunicare con qualcuno che non ha la tua stessa idea di privacy, perdi la privacy, perché se vuoi mandare un documento personale subito si nomina WhatsApp, oppure la posta elettronica di Google. Tanto è gratuita, ti dicono. Io quella di Proton la pago e ne sono molto soddisfatto. Nessuna pubblicità, nessun tracciamento, nessuna posta indesiderata. Basta creare un alias per iscriversi a una mailing list o a una newsletter o a un servizio qualsiasi di cui non ci si fida, o da cui non si vogliono ricevere e-mail non richieste.

Proton ha anche strumenti di controllo della forza delle password usate per i propri vari account, generazione della stessa in maniera sicura, memorizzazione in un wallet di password, uso di VPN, cloud privato per davvero e non ultimo uno strumento alla stregua di Google Meet, ovvero Proton Meet, però sempre orientato alla privacy e, Proton, usa cifratura di e-mail e comunicazioni.

Sembra tutto molto bello finché il proprio documento personale che si invia con Proton Mail non lo si deve recapitare in una casella di posta di un account Gmail o Microsoft dove è noto che fanno scansione e memorizzano tutto quello che ci passa sopra, incluso apertura di file compressi ZIP, oltre a rivendere i dati personali di chi usa i loro servizi. Non si parla di volere l’anonimato, ma la privacy, e nessun allenamento illegale di IA coi propri dati personali.

Un collega usa Microsoft Outlook per la posta aziendale e, per usarlo, Microsoft deve copiare tutte le e-mail aziendali (non con Microsoft) nel cloud Microsoft.

Con quale scusante? Dico, Microsoft, non il mio collega.

Così non perderai nemmeno una e-mail. Ma che bravi, che gentili!

Una cosa pessima e assurda, di totale violazione della privacy, ma la frase: “E quindi? Che c’è di male?” arriva subito dopo. Usare Thunderbird, no, eh? Non sia mai che poi funziona e si ha anche un poco di privacy. Si fa doppio peccato mortale e si va dritti in inferno. Oggi la gente mette vita morte e miracoli dentro le IA. I segreti industriali che tanto vanno protetti, oggi vengono dati in pasto alle IA, perché loro fanno meglio, decidono per te, quindi figuriamoci qual è il problema se una corporation accede alla propria posta privata e ne fa il porco uso che desidera. Giusto, no? Che può mai succedere?

Password, numeri di telefono, ricette mediche, contratti, documenti di identità, polizze assicurative, ci sta tutto nella propria posta elettronica, e costituisce la nostra storia personale. Ma non vi dà fastidio nemmeno un poco che gli altri invadano la vostra privacy?

Insomma, circondati da un mondo di utenti sprovveduti e strafottenti, anche la propria privacy, con tutto che si cerca di riaverla indietro, viene violata nel momento in cui si deve contattare un amico, un parente, dovendogli inviare un’e-mail su Gmail o su account Microsoft. È un incubo da cui non ne usciremo mai fuori.

E con tutto che ho cercato di spiegare l’importanza della riservatezza di comunicazioni anche abbastanza importanti, fatte invece su mezzi di sorveglianza di massa come Gmail, OutLook e WhatApp, giusto per citarne tre.

Ma non si riesce a spiegarsi, a far comprendere. Come dire? A lavare la testa all’asino ci perdi l’acqua, il tempo e il sapone.

E poi nel 2026 ci troviamo che la legge imporrà entro fine anno a identificarsi per accedere ai certi siti web per difendere i bambini dai cattivi sui social network e oltre. Una direttiva partita dal paese padre della sorveglianza di massa assoluta, gli Stati Uniti, e poi arrivata in Europa, forse imposta dagli Stati Uniti. In Australia e nel Regno Unito già e attiva e funzionante e lo è anche in alcuni paesi dell’Unione Europea. Per fine anno anche l’Italia avrà strumenti di sorveglianza di massa legalizzati.

Tutto questo perché i genitori hanno smesso di fare i genitori e pur di non essere rotti i coglioni dai figli, gli mettono in mano tablet e cellulari già dalla tenera età di 6 anni e amen. Quel che succede succede.

Finiscono così, senza sapere né leggere e né scrivere nelle trappole dei colossi americani e cinesi con le loro piattaforme social e compagnia cantando, e per difendersi da queste persone si deve introdurre la sorveglianza di massa legalizzata.

Oggi dicono di voler bloccare la pornografia, l’accesso alle reti sociali per ragazzi sotto i 16 anni, domani saranno i siti di scommesse e dopodomani sarà qualsiasi piattaforma si trovi sul web: un abbonamento a una rivista, un viaggio, ecc…

Tutto questo con la benedizioni di genitori e persone ignoranti (le quali ignorano il funzionamento di internet e della questione tecnica) che finalmente terranno al sicuro i figli. Se non lo vuoi, senti.

Ecco, qualcuno dirà: “Ma se fai un abbonamento i tuoi dati li devi dare”. Certo, ma loro stanno pensando ancora di più. Devi fornire la tua carta di identità e deve essere fatto un riconoscimento facciale, mica pizza e fichi, e quando domani bucheranno i sistemi che memorizzano ad capocchiam questi dati personali molto sensibili (perché credimi che succerà con la probabilità del 100%), oltre al fatto che è una emerita bufala la protezione dei minori, ci ritroveremo con reati di social engineering all’ordine del giorno. Ruberanno l’identità digitale dei vostri figli e la vostra, rendendoli (rendendoci tutti) ancora più vulnerabili. Contratti con servizi telefonici, energetici e finanziarie a cui non si è mai aderito, truffe ogni 5 minuti da cui difendersi. E ci faranno la pelle. Perché succederà e noi saremo vulnerabili.

Quindi io credo che ci sia poco da fare davvero. Se la gente se ne fotte, se la gente liquida la questione con un bel: “Che me ne fotte, facessero quello che vogliono coi miei dati, tanto che ci fanno?” non ci sta nulla che si possa davvero fare, se non, al limite, emarginare queste persone. Quantomeno a livello digitale. Ma non si riesce. Siamo oltre la frutta.

E non parlo perché sono un complottista o perché detesto tutte le compagnie americane. Parlo perché i sistemi software, nel migliore dei casi, sono fatti male, sono interfacce verso prodotti di oltreoceano nati con lo scopo di avere tutto il traffico dati in chiaro nei loro supercomputer e i sistemi sono SEMPRE vulnerabili. SEMPRE. Anche Google è stata violata, Facebook, Instagram, Twitter. Voi non lo sapete ma sta succedendo anche adesso, mentre leggete. Qualche grossa compagnia con una gran mole di dati personali sta subendo una violazione informatica.

Non sempre si viene a sapere per tempo o, in alcuni casi, non si verrà mai a sapere. Ci sono società italiane che memorizzano le password in chiaro e le mandano per e-mail con ovvia certezza che l’e-mail una volta partita dal server coi dati in chiaro, arriva ovunque e, quindi, il vostro account tutto sarà tranne che protetto o personale.

Ci sono società italiane dove sottoscrivete una polizza di assicurazione sulla vita e mandano tutti i dati personali a un indirizzo e-mail che non è quello del richiedente.

Sapete quante volte mi è capitato di avere nella mia casella di posta elettronica informazioni personali di gente che abita a Bologna, a Milano. Potevo chiamare loro e avvertirli, ma il problema è loro e delle società pagliaccio a cui si affidano e, non ultimo, alla strafottenza di massa nei confronti della riservatezza dei dati personali. Potevo rischiare una denuncia per informare loro che qualcuno aveva violato la loro privacy, per tanto mi sono fatto i zzi miei.

Le aziende subiscono continue violazioni informatiche senza che nemmeno lo sappiano, quindi mi raccomando, con l’aria che tira, continuiamo pure a usare servizi gratuiti d’oltreoceano perché tanto che vuoi succeda?

Tanto che fa, non è vero?

E con le guerre in atto, quello che che esula dall’essere una bomba diventa un mirato atto di terrorismo di violazione di un sistema informatico atto a rubare dati, identità e a fare danni devastanti, dove ci sono banche dati contenenti dati personali di milioni di utenti, carte di credito, identità digitali.

Tanto che fa, non è vero? Che te ne fotte?


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