Hanno tutti deciso di uccidere la privacy: tanto che fa?

Photo by Tima Miroshnichenko

Da circa due anni ho sottoscritto l’abbonamento ai servizi Proton, di cui mi ritengo soddisfatto non molto, ma moltissimo. Eppure, per mantenere la mia privacy dovrei smettere di interagire con tutti quelli che di privacy non capiscono nulla, ti deridono quando dici che sarebbe il caso di abbandonare WhatsApp, soprattutto se sono esperti informatici (il che oggi vuol dire che lavorano per aziende succursali di Microsoft, Google e Meta). Qualsiasi violazione facciano queste aziende, è nulla, per loro va sempre tutto bene. La gente condivide (e pretende che lo faccia anche tu) la patente, la carta di identità, su WhatsApp, una nota app che ha accesso a tutti i messaggi e che li memorizza in chiaro e li usa per allenare la sua Intelligenza Artificiale. Per non parlare di Facebook, Instagram e compagnia cantando.

Se di Facebook, Instagram, dell’ex-Twitter e di Telegram mi sono liberato, risulta impossibile proporre una alternativa agli amanti e fan boy di WhatsApp. Persino avvocati e medici condividono documenti personali tuoi su questa maledetta piattaforma, la quale memorizza tutto il memorizzabile e che mette a disposizione i dati al governo americano, all’ICE per fare quello che Hitler faceva durante la seconda guerra mondiale nei confronti degli ebrei.

Proporre alternative come Signal risulta commettere un peccato mortale. O, meglio ancora, cose come Session che non ha manco il numero di telefono tra i dati richiesti, o Briar che usa anche la rete Tor per funzionare, il che lo rende uno strumento di comunicazione molto dedito alla privacy, se non quasi all’anonimato. Per quanto nulla è mai davvero anonimo, ma lo strumento è potente paragonato a quella cosa che usano tutti, e che obbligano a usare per tenerti in contatto con loro.

Se devi comunicare con qualcuno la tua privacy la perdi, perché se vuoi mandare un documento personale subito si nomina WhatsApp, oppure la posta elettronica di Google. Tanto è gratuita, ti dicono. Io quella di Proton la pago e ne sono molto soddisfatto. Nessuna pubblicità, nessun tracciamento, nessuna rottura di scatole di posta indesiderata. Basta creare un alias per iscriverti a una mailing list o a una newsletter o a un servizio qualsiasi di cui non ti fidi, controllo della forza della tua password, generazione della stessa in maniera sicura, memorizzazione in un wallet di password, uso di VPN, cloud privato per davvero.

Sembra tutto molto bello finché il tuo documento personale che invieresti con Proton Mail non devi recapitarlo in una casella di posta di un account Gmail o Microsoft dove fanno scansione e memorizzano tutto quello che ci passa sopra, oltre a rivendere i dati personali di chi usa i loro servizi. Non si parla di volere l’anonimato, ma la privacy, e nessun allenamento illegale di IA coi tuoi dati personali.

Un collega usa Microsoft Outlook per la posta aziendale e, per usarlo, Microsoft deve copiare tutte le email nel suo cloud. Una cosa pessima e assurda, di totale violazione della privacy, ma la frase: “E quindi? Che c’è di male?” arriva subito dopo. Usare Thunderbird, no, eh? Non sia mai che poi funziona e si ha anche privacy. Si fa doppio peccato mortale e si va dritti in inferno. Oggi la gente mette vita morte e miracoli dentro le IA. I segreti industriali che tanto vanno protetti, oggi vengono dati in pasto alle IA, perché loro fanno meglio, decidono per te.

Insomma, circondati da un mondo di utenti sprovveduti e strafottenti, anche la propria privacy, con tutto che si cerca di riaverla indietro, viene violata nel momento in cui si deve contattare un amico, un parente, dovendogli inviare un’e-mail su gmail o su microsoft. È un incubo da cui non ne usciremo mai fuori.

E con tutto che ho cercato di spiegare l’importanza della riservatezza di comunicazioni anche abbastanza riservate, fatte invece su mezzi di sorveglianza di massa come Gmail e WhatApp. Ma non ci fai nulla. A lavare la testa all’asino ci perdi l’acqua, il tempo e il sapone.

E poi nel 2026 ci troviamo che la legge imporrà entro fine anno a identificarsi per accedere ai siti web per difendere i bambini dai cattivi sui social network e oltre. Tutto questo perché i genitori hanno spesso di fare i genitori e pur di non essere rotti i coglioni dai figli, gli mettono in mano tablet e cellulari già dalla tenera età di 6 anni per farli finire nelle trappole dei colossi americani e cinesi con le loro piattaforme social e compagnia cantando, e per difendersi da queste persone si deve introdurre la sorveglianza di massa legalizzata. Oggi dicono di voler bloccare la pornografia, domani saranno i siti di scommesse e dopodomani sarà qualsiasi piattaforma si trovi sul web: un abbonamento a una rivista, un viaggio, ecc…

Sì, ma se fai un abbonamento i tuoi dati li devi dare. Certo, ma loro stanno pensando ancora di più. Devi fornire la tua carta di identità e deve essere fatto un riconoscimento facciale, mica pizza e fichi, e quando domani bucheranno i sistemi che memorizzano ad capocchiam questi dati personali (perché credimi che succerà con la probabilità del 100%), oltre al fatto che è una emerita bufala la protezione dei minori, ci ritroveremo con reati di social engineering all’ordine del giorno. Ruberanno l’identità digitale dei vostri figli e la vostra, rendendoli (rendendoci tutti) ancora più vulnerabili. Contratti con servizi e finanziarie a cui non si è mai aderito, truffe ogni 5 minuti da cui difendersi. E ci faranno. Perché succederà.

Quindi io credo che ci sia poco da fare davvero. Se la gente se ne fotte, se la gente liquida la questione con un bel: “che me ne fotte, facessero quello che vogliono coi miei dati, tanto che ci fanno?” non ci sta nulla che si possa davvero fare, se non emarginare queste persone. Quantomeno a livello digitale.

E non parlo perché sono un complottista o perché detesto tutte le compagnie americane. Parlo perché i sistemi software, nel migliore dei casi sono fatti male, sono interfacce verso prodotti di oltreoceano nati con lo scopo di avere tutto il traffico dati in chiaro nei loro supercomputer e i sistemi sono SEMPRE vulnerabili. SEMPRE. Anche Google è stata violata, Facebook, Instagram, Twitter. Voi non lo sapete ma sta succedendo anche adesso, mentre leggete. Non sempre si viene a sapere per tempo o, in alcuni casi, non si verrà mai a sapere. Ci sono società italiane che memorizzano le password in chiaro e te le mandano per e-mail con ovvia certezza che l’e-mail una volta partita dal server coi dati in chiaro, arriva ovunque. Ci sono società italiane dove sottoscrivete una polizza di assicurazione sulla vita e mandano tutti i dati personali a un indirizzo e-mail che non è quello del richiedente.

Sapete quante volte mi è capitato di avere nella mia casella di posta elettronica informazioni personali di gente che abita a Bologna, a Milano. Potevo chiamare loro e avvertirli, ma il problema è loro e delle società pagliaccio a cui si affidano e, non ultimo, alla strafottenza di massa nei confronti della riservatezza dei dati personali.

Le aziende subiscono continue violazioni informatiche senza che nemmeno lo sappiano, quindi continuiamo pure a usare servizi gratuiti d’oltreoceano perché tanto che fa.

Tanto che fa, non è vero?

E con le guerre in atto, quello che che esula dall’essere una bomba diventa un mirato atto di terrorismo di violazione di un sistema informatico atto a rubare dati, identità e a fare danni devastanti, dove ci sono banche dati contenenti dati personali di milioni di utenti, carte di credito, identità digitali.

Tanto che fa, non è vero? Che te ne fotte?


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