
Il 23 giugno scorso Morena Fanti ha annunciato sul suo blog un gioco scrittorio. Ha presentato 5 incipit dai quali si sarebbe dovuto sviluppare un racconto. Io ho partecipato e inviato il racconto.

Il 23 giugno scorso Morena Fanti ha annunciato sul suo blog un gioco scrittorio. Ha presentato 5 incipit dai quali si sarebbe dovuto sviluppare un racconto. Io ho partecipato e inviato il racconto.

Oggi sono esattamente 20 mesi (21 settembre 2023 – 21 maggio 2025) durante i quali mi sono dedicato all’ottavo volume della serie “Le parole confondono”. Me la sto prendendo con la dovuta calma imposta dalla scrittura.

Non ho molto tempo, ma mi devo sforzare. Voglio mettere la parola fine all’ottavo volume della serie “Le parole confondono”. Mi sto concentrando sull’ultimo capito scritto fino a questo momento. Lo sto raffinando, asciugando, rimuovendo quelle tipiche frasi che mi darebbero fastidio incontrate in romanzi non miei. Devo mantenere un po’ di sobrietà e stile narrativo impeccabile, anche perché per quanto uno risulti attento è chiaro che la concentrazione poi cala e non sempre ciò che ieri sera era così chiaro ed evidente lo risulta sempre in assoluto ogni giorno.
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Il mese di giugno del 2023 vedevo pubblicare “Quel minuto prima di te”, una delle storie più difficili e articolate che abbia mai scritto, un romanzo che mi ha tenuto impegnato per 3 anni e 3 mesi, dal 17 marzo 2020 al 4 giugno 2023. Risulta il settimo volume della saga familiare “Le parole confondono”, ma che può assolutamente essere letto senza avere idea dei sei volumi precedenti.
“Quel minuto prima di te” è una storia ricca di trama e di personaggi, di luoghi, di Londra, di Sorrento, di vita, di scelte difficili, di adolescenza, di vita adulta. Un libro di circa 300’000 parole, roba che una casa editrice forse pubblica in tutta la sua vita e poi chiude. Materiale per almeno 10 romanzi brevi ma intensi, come si portano oggi per strappare bei soldi ai lettori in maniera molto meno complicata riducendo al minimo sforzo l’editing e la quantità di carta stampata e con caratteri belli grandi. Di solito sulla scia di nomi autorevoli che hanno venduto tantissimo e hanno fatto anche soldi al botteghino con la relativa trasposizione cinematografica o con la realizzazione di una serie in otto episodi per Netflix.
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Finalmente ho rivisto tutto quanto avevo scritto del romanzo che ho iniziato a scrivere a inizio dell’anno scorso e che ho dovuto interrompere per mancanza di tempo. Ho messo insieme 80’000 parole. La storia si delinea senza ripetizioni, dando spessore ai personaggi e al loro rapporto speciale, gli sguardi, i silenzi, o i dialoghi ragionati rendono il tutto sensato, per il momento.

Nel mentre cerco di mettere ordine nella mia vita, non riuscendoci affatto, mi ritrovo a pensare all’arte di raccontare una storia. Sto guardando delle serie TV italiane che per la prima volta mi stanno prendendo molto. In genere ho una pessima opinione delle serie TV italiane, ma ho sempre pensato che se avessero voluto farle bene ci sarebbero anche potuti riuscire e, infatti, Mare Fuori e Un Professore mi hanno preso molto. Mare Fuori tantissimo. È ambientata in luoghi che conosco bene.
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Qualche tempo fa un amico mi ha detto: “Con questo libro ci sei andato giù pesante”. Non ho potuto negare, le situazioni raccontate in “Questa estate succede che” sono tragiche, molto tragiche, claustrofobiche, si percepiscono benissimo, senti quasi il rumore fastidioso della lima che graffia il vetro.
Il libro era stato pensato per mostrare qualcosa che spesso avviene ma di cui non sappiamo nulla, di cui non ci importa e che evitiamo di ascoltare, perché non è piacevole e perché non intacca noi personalmente.
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I dettagli si crede siano irrilevanti. Sono dettagli, per l’appunto, no? Roba insignificante. “Siamo più pratici, facciamo le cose con sentimento e lasciamo i dettagli ai precisini”, direbbe qualcuno.
I particolari sono importanti, sono quelli che fanno la differenza. Servono per costruirci sopra una storia narrata in modo decente e coerente. Certo, non sempre vanno mostrati al lettore. La cosa importante è che chi scrive li abbia in mente in modo chiaro.
A volte non basta una mappa vista sul computer per descrivere una strada, per ricavare il nome di un locale, per avere idea dell’ambientazione in cui è calata la narrazione, a volte è necessario conoscere il luogo in modo personale, esserci passato diverse volte, aver annotato i particolari, averne visto i cambiamenti nel tempo. Soprattutto se i personaggi del romanzo dovranno passare in quel tratto in diverse occasioni, oppure se vivono in una certa città che non è quella in cui si trova l’autore.
A volte, paradossalmente, faccio dei viaggi credo più per assimilare i dettagli che per il viaggio in sé. Pazzesco, no?

La classica domanda che ci si pone nel tempo, o che ci viene posta quando scriviamo, è: “Perché scrivi?”.
L’altrettanto tipica risposta è: “Perché mi piace”.
Scrivere non è mettere insieme una sequenza casuale di parole alimentando pagine e pagine dove magari in un paragrafo di 15 parole si usa 5 volte lo stesso verbo o aggettivo.

Premesso che un prodotto di intrattenimento (narrativa, produzioni televisive, videogiochi e musica) a diffusione globale ha bisogno di gran cura, di tante mani, di fortuna, qualche volta di conoscenze, come detto qui, vediamo di accennare cosa vuol dire essere scrittore oggi.
Scrittore vuol dire che si scrive, mi verrebbe da dire. Non dovrebbe esistere (e non mi piace) l’espressione “aspirante scrittore”. Non si può aspirare a scrivere e poi non farlo mai, oppure farlo ed essere comunque chiamato “aspirante scrittore”. Non si tratta di un aspirapolvere per pulire i tappeti. Non è una sorta di titolo nobiliare (in negativo) specifico per lo scrittore. Si usa, l’ho sentito dire tante volte, certo, ma secondo me è fuorviante perché è un modo di sottintendere tante cose e nulla. Forse meglio indicare il numero di pubblicazioni fatto, specificando se si tratta di romanzi o racconti. E nemmeno. Non è che si è più scrittori di un altro se si sono sfornati più titoli. Insomma, la questione che si liquida con “sei un aspirante scrittore” (ovvero “non sei che una nullità”), non è così banale e semplice da definire.
Aspirante scrittore. Non si può aspirare a scrivere. O si scrive o non lo si fa. Non c’è una via di mezzo.
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