Il distacco – racconto


Alla fine mi son detto. Uno scrittore che non si fa leggere che scrittore è? Sì, nel mio precedente articolo dicevo di non essere sicuro di volermi esporre, ma ho cambiato idea. Lasciate un commento o voi che potete.

Molti mi hanno chiesto se fosse una storia vera o meno. Forse indica che magari piace, non so. Non posso giudicare il mio stesso lavoro 🙂 anche perché non mi ritengo mai soddisfatto a sufficienza e potrei anche arrivare a bocciare un mio scritto 😉 .

Il racconto lo trovate qui o, se preferite, di seguito. Senza che ve lo dica. Commentate se arrivate a leggerlo. Apposta ho creato questo articolo 🙂 . La licenza è la stessa di questo Blog. Non potete farvi pagare per distribuirlo, non potete modificarlo e dovete citare la fonte se lo date a qualcuno. Potete diffonderlo, ma a queste condizioni 😉 .

Ringrazio la redazione di Homo Scrivens per la valutazione e la pubblicazione dello stesso.

Naturalmente l’opera è protetta da una licenza che impedisce di spacciare per propria l’opera. La puoi diffondere riconoscendo l’autore della stessa, non puoi usarla per fini commerciali e nemmeno ne puoi ricavare opere derivate 😉 . Per ulteriori dettagli: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/ .

Alla prossima.

“Il distacco” di Giovanni Venturi

Distacco…

A cosa vi fa pensare questa parola di sole tre sillabe?

Be’, a me a tante situazioni. Mi porta alla mente, per esempio, la freddezza che hanno l’una nei confronti dell’altra due o più persone che non si preferiscono tanto. È una brutta immagine, lo so, ma è la prima che mi viene in mente… non è l’unica, però. Pensate a quando due persone si lasciano, oppure quando uno si separa da un oggetto al quale ci si è affezionati perché ci lega a delle persone amate. Magari dopo averlo tenuto per così tanto tempo con noi, nella propria camera, sulla scrivania o sul tavolo, non sembra vero doversi separare da quel regalo. Un libro, un vaso, un carillon possono richiamare dentro di sé bei ricordi, farci piangere o ridere se ci si lascia un po’ trasportare dal cuore e dalle emozioni.

Sì, ricordo il mio primo libro… Me lo regalò mio nonno prima di partire per l’America. Il conte di Montecristo, sì quello di Alexandre Dumas padre. Era un libro al quale era molto affezionato, infatti mamma, in seguito, mi disse che lo aveva avuto regalato a sua volta, da suo padre, e molto probabilmente era l’unico ricordo che gli restava del mio povero bisnonno. Mi disse che forse non ci saremmo più rivisti. Io ero piccolo, forse avrò avuto solo otto anni, non ricordo molto bene il periodo, ma quelle sue parole mi si sono scolpite nella mente.

«Sei piccolino e non credo avrai il tempo di crescere per venirmi a trovare, un giorno…» mi disse con tristezza.

Lo guardai serio, senza piangere, quasi non comprendendo quelle parole. Lo fissavo, lo contemplavo, lo rimiravo, quasi non lo avessi mai osservato abbastanza, forse per non dimenticare le sue rughe sulla fronte, i suoi capelli bianchi e i suoi occhi azzurri, quelli di cui la nonna si era innamorata.

«Ti regalo la cosa più preziosa che mi resta.»

Fece una lunga pausa, credo che i suoi occhi si fecero più lucidi, ma non pianse. No, non lo fece. Pensai subito a qualcosa di antico e non costoso, ma ricco, vivo come lo è un oggetto pieno d’amore.

Mi pose il libro nelle mani e disse: «Ora è tuo. Conservalo con cura, magari quando non ci sarò più penserai a me…»

«Nonno, grazie.» Osservai il presente. Il titolo era leggermente in rilievo sulla copertina. Era spesso come non mai. Chissà quante pagine. Non so perché, ma credevo fosse un libro che raccontava di persone ricche o di monaci. In copertina c’era l’immagine di un uomo con la barba lunga, così mi dissi che quasi sicuramente mi sbagliavo. Il libro era tanto vecchio, ma si capiva che era stato sempre mantenuto in perfetto ordine sin dal principio: non era stato stropicciato troppo e non sembrava tanto datato.

«Non so se lo leggerai mai,» sorrise. «Ma è tuo ugualmente. Trattamelo bene.»

«Nonnino…» All’improvviso le lacrime cominciarono a sgorgare a fiumi senza che me ne rendessi conto davvero, così mi abbracciò e pianse anche lui.

Fu l’ultima volta che lo vidi, aveva avuto ragione lui. Non sarei cresciuto abbastanza in fretta per andarlo a trovare in America.

Anche a questo mi fa pensare la parola distacco. Mio nonno si era separato da un libro e da me e così io da lui.

Da grande mi dissero che aveva dovuto fare un’operazione grave e urgente che solo lì potevano fargli per guarirlo, ma alla fine non era stato così perché non lo avevano guarito e io lo avevo perso. Per sempre.

Tra me e lui non c’era mai stata incomprensione… Be’, so che ad otto anni non è ancora possibile capire cosa siano certi problemi, ma sapevo che anche crescendo non si sarebbero mai alzate quelle barriere, quelle stesse che un po’ tutti i comuni mortali creano, nella vita frenetica e agitata di tutti i giorni, e che come conseguenza hanno l’indifferenza, i muri, gli ostacoli, il distacco.

Spesso capita di perdere qualcuno senza accorgersene, a volte accade in modo molto silenzioso, altre volte invece scoppia una gran lite dal nulla senza che si decida di interromperla, poi succede che si tagliano i ponti, col passato, col presente e con le persone, con il mondo intero e con se stessi.

E poi le persone continuano a vivere le loro vite, ma capita di perdersi l’un l’altro senza accorgersene, senza che la morte intervenga, senza capire che sono reazioni che avrebbero dovuto trovare il tempo che meritano, che avrebbero dovuto consumarsi in pochi minuti.

Quando il dialogo viene meno, allora ogni tentativo svanisce, eppure non lo capisci finché non hai più il tempo per porvi rimedio. In pochi minuti non riesci a riappropriarti del tempo per comandarne le emozioni.

A volte, però, il distacco sembra qualcosa di naturalmente inevitabile. Tutto va, tutto scorre e la vita continua. C’è chi va, c’è chi viene. Buffo, no?

Quando persi la mia ragazza, l’amore che provavo per lei, ero in biblioteca e su un tavolo c’era un libro aperto con le pagine ingiallite dal tempo, mi avvicinai e lo chiusi intorno all’indice. Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas. Ebbi come la sensazione di essere tornato indietro nel tempo. Mi sedetti e fermai la mia mano destra sulle palpebre mentre piangevo.

Nonnino, dove sei?

Non sarebbe più tornato. Non era mai più tornato.

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6 thoughts on “Il distacco – racconto

  1. sei bravo, il racconto ben scritto e piacevole: la vicenda che si riannoda al ricordo del nonno e del suo regalo. Se permetti ho due perplessità: le considerazioni filosofiche e psicologiche nella seconda parte ssecondo me si dilungano un po’, e non mi convince la frase finale.

  2. Si dilungano? Ma non più di tanto. Il racconto già è molto breve e tagliarlo ulteriormente non ha senso. Voleva essere una foto sul ricordo del nonno con un contesto.
    Perché la frase finale non ti convince? Come sarebbe dovuto finire?

  3. Anche secondo me: scritto molto bene, ma nell’ultima parte si perde un po’. Non si capisce da dove spunti fuori la ragazza e nemmeno perché, sembra un po’ buttata lì, tanto che poi torni subito al nonno.
    Il tema è il distacco, ma la toccata e fuga è un po’ troppo breve perché qualcuno al di fuori di te possa darci un senso.

    Comunque è ben fatto e si legge fluidamente.

    Ciao,
    Diego

  4. Non credo che nell’ultima parte la ragazza sia spuntata così nel nulla, c’è un nesso tra il prima e il dopo.
    “Spesso capita di perdere qualcuno senza accorgersene”, “poi succede che si tagliano i ponti, col passato, col presente e con le persone” e così lui ha ricordato la sua ex, un flashback che a parer mio (naturalmente il commento è soggettivo) ci sta pure bene.
    Mi piace l’argomento trattato, il “distacco” e come si è sviluppata la storia.
    Aspetto di leggerti ancora caro Giovanni.

    Maria

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