Scelte stilistiche e il verbo “dire”


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È da un po’ di tempo che ho iniziato a odiare il verbo dire nei dialoghi. Lo ritengo superfluo, insieme al verbo domandare e rispondere. Un po’ abusati. Ogni volta che noto che riporto una battuta di dialogo con i tre verbi vado a cancellarli.

«Ti amo, lo sai» disse.
«Davvero?» domandò.
«Sì» disse.
«Sicuro?» chiese.
«Certo» rispose.

È ovvio che i due “disse” e il “domandò” e il “rispose” non servono assolutamente a nulla.

Disse, ovvero “egli disse”. Se egli è il protagonista, soggetto della scena, e visto che già c’è una battuta di dialogo rinchiusa tra i caporali è più che ovvio che sta già dicendo. Perché sottolinearlo? È dannatamente superfluo.

Vogliamo parlare del verbo domandare?

Quando c’è una battuta di dialogo con una domanda mi sembra più che ovvio che il personaggio sia facendo una domanda. Ce lo comunica proprio l’uso del punto interrogativo. In alcuni testi mi sono messo a sostituire il “domandò” sempre con il “disse”, che suona decisamente meglio, però poi ho riflettuto meglio. Anche disse è sbagliato. Già sta parlando. È una battuta di dialogo e te ne accorgi dalla frase racchiusa nei due segni di caporale minore e maggiore (ovvero « e »), segni che amo molto più del trattino. In inglese si usano i doppi apici per indicare una battuta di dialogo. Non si usa mai il « e il ».

Detesto però anche i dialoghi a fiume senza testo, oltre alla battuta, tra una riga e l’altra. Mi fa pensare a una sceneggiatura fatta tutta di domande, risposte e affermazioni, e non alla pagina di un romanzo, perciò ho preso questa nuova direzione. Usare delle azioni del personaggio in modo che si sa anche chi sta parlando senza usare l’orribile “disse Tizio”, “rispose Caio”. Che in una scena con molti personaggi diventa un delirio di disse e rispose.

Anche il verbo rispondere è superfluo. Sempre perché la battuta di dialogo è una evidente risposta. O non si aggiunge altro alla battuta, niente verbi dire e rispondere, o si mette un’azione che compie il personaggio rispondendo, oppure lo si vede muoversi nell’ambiente, preparare un caffè, un tè, per spezzare, per ammorbidire la tensione o per accentuarla, magari i due non si vedono da una vita e allora c’è imbarazzo e non si parla, ma si fa altro. Poche battute di dialogo esigue.

Ma allora dire, chiedere e rispondere li cancelliamo da un testo di narrativa?

No, ma li usiamo nel discorso indiretto. Lì sono fondamentali. L’uso di questi verbi nel discorso diretto può essere usato se si vuole specificare una modalità particolare, ma io suggerisco di usare il verbo più adatto.

dire a bassa voce –> mormorò, bisbigliò

Si può usare il dire se si sta abusando di mormorare e bisbigliare.

Le regole corrette

Alcuni professori dei corsi di narrativa vi direbbero di usare sinonimi del verbo dire perché oramai non si usa più. Altri professori vi direbbero invece di essere essenziale e diretti, se il personaggio dice una cosa è dannoso usare sinonimi, meglio un bel “dire”, usare sempre e solo “dire”. È ovvio che i corsi di scrittura creativa sono altrettanto inutili visto che tutto è sempre opinabile, vi pare? Le regole base della scrittura creativa sono poche, non c’è bisogno di pagare 2000 o 3000 o anche solo 300 euro per sentirvi dire da un docente di scrittura creativa come dovete scrivere. Leggete, leggete molto i libri giusti, i classici, scrittori americani, inglesi. Riflettete.

Il mio punto di vista

Ovviamente queste regole le uso io. Non c’è scritto da nessuna parte che non si possano accompagnare le battute di dialogo con i verbi “dire”, “chiedere”, “rispondere”, ma, con il tempo passato a leggere, a scrivere e a riflettere, mi sono convinto a fare in questo modo. Fa parte della mia evoluzione stilistica, se vogliamo.

Naturalmente i dialoghi devono essere utili a dare informazioni sulla storia, sui personaggi e sul loro umore, servono a caratterizzare e devono essere battute nette, secche. Niente fronzoli. Ernest Hemingway dicono sia abilissimo nell’uso del dialogo. Ho letto alcuni suoi racconti e posso confermare l’essenzialità della sua parola, dove nulla è usato come elemento di riempimento di spazi, ma solo come elemento necessario.

Domandona

Voi, nel discorso diretto, usate il verbo dire? Usate il verbo domandare? Usare il verbo rispondere?

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4 thoughts on “Scelte stilistiche e il verbo “dire”

  1. “Dire”, “domandare” e “chiedere” sono attribuzioni di dialogo generiche. La loro funzione primaria è quella di chiarire chi sta parlando e non che lo stia facendo. Va da sé che, se è chiaro chi sta parlando, perché la linea di dialogo è anticipata o seguita o inframmezzata da un’azione del personaggio in questione all’interno dello stesso capoverso, allora non serve usare “dire”, poiché, come giustamente dici, è evidente che tale personaggio sta parlando. Stesso discorso per “domandare” o “chiedere” (se c’è il punto di domanda, è evidente che si tratta di una domanda).
    Se però dovesse mancare la linea d’azione, talvolta è opportuno chiarire chi parla, ma non sempre. Se sono in due in una scena, basta identificare ogni tanto uno degli interlocutori, per capire chi è l’altro. L’importante è ricordarsi di dedicare un capoverso a ciascuno e mantenere una corretta alternanza (un capoverso a testa, indipendentemente dal fatto che venga utilizzato per riportare una linea di dialogo o un’azione svolta in silenzio).
    Altre attribuzioni di dialogo sono invece utili per fornire ulteriori informazioni. Anche in questo caso vanno comunque usate con parsimonia poiché sono chiaramente un “dire” invece che un “mostrare”, perché stai fornendo un’informazione al lettore in maniera diretta, invece che dargli l’opportunità di “vederla” da sé, magari riportanto un gesto del personaggio o scrivendo la linea di dialogo in un certo modo. Per esempio, se la linea di dialogo contiene un imperativo, si può evitare di utilizzare “ordinò”. Oppure se questa include un’esclamazione (es. “Accidenti!”) non serve usare “esclamò”.
    Come per tutte le cose bisogna trovare un equilibrio.
    Io in generale faccio un uso parsimonioso delle attribuzioni di dialogo e preferisco utilizzare una linea d’azione nello stesso capoverso del dialogo che abbia come soggetto la persona che sta parlando. Oppure mi piace inserire delle spiegazioni a posteriori. Es. “Ne ho abbastanza.” Tizio aveva parlato dopo un lungo silenzio.
    Di tanto in tanto però le uso e in tal caso ne preferisco di specifiche (urlò, mormorò, balbettò, ecc…), se ho necessità di sottolineare il modo in cui uno sta parlando. Ripeto: solo se esiste questa necessità.
    Se il passaggio che sto scrivendo lo permette, cerco delle soluzioni più fantasiose (che vanno usate anch’esse con estrema parsimonia). Es. “Ne ho abbastanza” fu tutto ciò che usci dalla sua bocca dopo un lungo silenzio. (“Fu tutto ciò che uscì dalla sua bocca” vuol dire “disse”, ma sottolinea in maniera diversa il dialogo.)
    Molto saltuariamente posso usare un “disse”, perché non ho proprio altro modo per identificare chi sta parlando, non voglio che ci siano dubbi, non voglio appesantire il passaggio e qualsiasi altra attribuzione di dialogo sarebbe una ripetizione. Bisogna infatti ricordare che, mentre “disse” tende a scomparire agli occhi del lettore, altre attribuzioni di dialogo meno comuni si fissano nella sua mente e, se usate troppo spesso, vengono notate.

  2. Penso che in linea generale il testo risulti più elegante facendo a meno di tutti verbi di attribuzione (non solo dire, domandare, ecc.). Ci sono casi in cui però li uso:
    – se a parlare sono più di due persone
    – se uno dei due non risponde e l’altro riprende a parlare
    – se al verbo attacco anche un aggettivo, un avverbio, un gesto, ecc.
    – per dare un senso di lentezza al dialogo
    – per chiarire il modo in cui viene detto qualcosa (se non si capisce solo dal parlato)
    Altri casi non mi vengono in mente…

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