il valore di un’opera, di una propria opera


(C) dhester at Morguefile

Oggi, anno 2017, l’editoria è palesemente in crisi. In realtà questa informazione non è estremamente precisa. L’editoria era in crisi anche quando era in vita Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ovvero nel 1800, quindi, correggendo, l’editoria è sempre in crisi.

Come oggi, anche all’epoca c’erano pubblicazioni che erano carta straccia. Solo che oggi c’è più carta straccia che in passato (pensiamo anche solo a quella digitale) e, peggio che mai, oggi, nessuno scopre nessun nuovo autore che sarà ricordato tra 100 o 200 anni. Toglietevelo dalla testa.

Oggi essere editore vuol dire avere un codice ISBN, il resto sono chiacchiere.

E se si guardano le classifiche di vendite, se si prova a leggere certi libri, ci rendiamo subito conto da che parte sta l’editoria oggi. Io, almeno, posso parlare della situazione del 2017 e non di quella del 1840, per esempio.

Editore, vuol dire avere un codice ISBN? Il codice ISBN identifica in maniera univoca, in modo internazionale, i dati di una pubblicazione: nome e cognome autore, titolo opera, formato, paese di pubblicazione.

Che oggi questo codice ISBN te lo offra uno che pubblica libri valutandoli personalmente, facendoti editare dai propri editor, facendoti rileggere il testo da un correttore di bozze, scegliendo per te la copertina e magari facendoti un po’ di pubblicità su giornali e riviste del settore, oppure se questo codice te lo dà uno che si prende in carico il tuo file digitale e lo rende disponibile sugli store digitali senza fare nessuna forma di valutazione, editing, correzione bozze, preparazione ebook, ecc… è la stessa cosa. Sempre editore è. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Detto questo, possiamo proseguire sulla disquisizione del valore delle opere. Ecco, vi deluderò molto, ma anche questo valore non esiste. Il valore di un’opera misurandola con la vita della stessa magari anche dopo 100 o 200 anni dalla morte di un autore ci dice che oggi come oggi il valore di tutte le opere che si producono e mettono in vendita, che si pubblicano oggi, è nullo. Zero spaccato. Non penso che vedremo nel 2217 un’opera di Anna Todd essere letta e definita come un classico della Letteratura, e nemmeno le “50 sfumature” famosissime, quelle stampate in 3547 formati e dimensioni diverse, da cui hanno fatto film, hanno tratto CD audio della colonna sonora dei film, potranno mai resistere e diventare classici.

E nemmeno immagino che delle mie opere potranno mai diventare classici. Non ci sono le basi.

Ora che sappiamo tutto ciò, ha ancora senso parlare di pubblicazione? Di editoria?

Piccolo inciso ancora. Una famosissima casa editrice si appoggia a una piattaforma digitale e indice un concorso, per il secondo anno, dove loro non valutano il manoscritto, ma si limiteranno a editarlo e a pubblicarlo/ripubblicarlo in base ai “mi piace”/”like” ricevuti dagli autori sullo store entro un periodo X dell’anteprima del testo dell’autore, anteprima composta di 10’000 caratteri spazi inclusi.

Questa cosa già avviene nei confronti dei selfpublisher che si pubblicano su Amazon e che poi vengono messi sotto contratto con una riedizione dei loro ebook.

Ma l’editore una volta non selezionava i testi personalmente? Non era l’editore un valore aggiunto?

Credo che 60 anni fa fosse così, forse anche 40 anni fa.

Oggi gli editori pubblicano in delle forme che fanno venire i brividi. La pelle d’oca.

Oggi non c’è più nulla di possente, potente, che abbia un valore sconfinato. Oggi ci sono i “fenomeni”, i “casi editoriali”, quelli costruiti a tavolino e non che vengono promossi perché fanno guadagnare molto all’editore Pinco Pallino.

Ora, se nemmeno io ho successo, se tra 100 o 200 anni non sarò mai ricordato, in realtà nemmeno tra 20 anni, se è per questo, qual è il senso della mia scrittura, a parte essere una perdita di tempo?

Ho voglia di comunicare delle cose. Ovviamente non voglio trasmettere messaggi o giudizi sul mondo, voglio raccontare storie, forse me le racconto da solo pubblicamente. A volte mi diverte, altre volte un po’ meno, altre volte per nulla.

Diciamo che avere un figlio e vederlo crescere tutti i giorni, vedere l’espressione che fa portandolo in un bell’acquario pieno di pesci colorati, secondo me, ha un miliardo di volte più potere, fascino ed emozione di scrivere e aspettare che la propria storia viva nel tempo.

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