il valore di un’opera, di una propria opera

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Oggi, anno 2017, l’editoria è palesemente in crisi. In realtà questa informazione non è estremamente precisa. L’editoria era in crisi anche quando era in vita Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ovvero nel 1800, quindi, correggendo, l’editoria è sempre in crisi.

Come oggi, anche all’epoca c’erano pubblicazioni che erano carta straccia. Solo che oggi c’è più carta straccia che in passato (pensiamo anche solo a quella digitale) e, peggio che mai, oggi, nessuno scopre nessun nuovo autore che sarà ricordato tra 100 o 200 anni. Toglietevelo dalla testa.

Oggi essere editore vuol dire avere un codice ISBN, il resto sono chiacchiere.

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Il selfpublisher NON esiste

Immagine con licenza CC0 rilasciata su Pixabay.

Spesso si inizia a usare un termine “nuovo” e tutti lì a inondare il web di informazioni errate (testate giornalistiche incluse), a volte lo si fa volutamente. Tanti a criticare e a fare disinformazione. Alla fine ti ritrovi una etichetta addosso, una etichetta che, però, ognuno interpreta a modo suo. In realtà, l’etichetta pura non esiste. Il selfpublisher NON esiste. Non esiste?

No, non esiste. E sicuramente se esistesse non avrebbe nulla da dimostrare a nessuno sul proprio operato e sul fatto di dover essere superiore o inferiore a qualcuno, può esserlo e basta, superiore, senza per questo che lo si debba dire, almeno non usando parole che escono dalla sua bocca, anzi, il selfpublisher, quello vero, che non esiste, non dice nulla. Fa.

Eppure, a forza di ricevere attacchi, insulti continui e costanti, alla fine, ti rompi i coglioni, e inizi a sclerare, dire che sì, tu sei un selfpublisher e sei meglio di Tizio, Caio e Zempronio messi insieme.

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Ma gli editori sanno cosa è un eBook?

(C) pippalou at Morguefile

Spesso ho parlato di qualità di un eBook riferendomi alla confezione, ovvero all’assenza di spazi tra paragrafi, alla presenza del rientro del primo rigo, alla presenza di un indice interno accessibile dal menu del lettore eBook (Kindle, Kobo, …). Una volta ho letto un eBook di un grande editore, venduto a ben 9,99 euro, ma ora rivalorizzato a 4,99, che era un disastro completo.

Errori di ortografia come l’acqua che viene giù dal cielo in una giornata molto molto piovosa. Almeno un errore o due a pagina. Errori dovuti al modo di produzione dell’eBook che era un ovvio testo ricavato da una scansione OCR. Cos’è una “scansione OCR”? Prendete un foglio stampato, passatelo dentro uno scanner tramite un programma OCR e questo produrrà un file di testo anziché una immagine prodotto della scansione come normalmente fa lo scanner.

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Il problema della Piattaforma

(CC) Tommaso Tani / Flickr licenza CC

Ho letto il libro di Michele Amitrani: “Confessione di un autore indipendente“.

E ho pensato: “Quando prendi e scrivi, quando prendi e pubblichi, quando prendi ed editi, quando prendi e non ti scoraggi… No, ti scoraggi, forse piangi, forse ti guardi allo specchio con la voglia di spaccare la tua stessa faccia”.

La Piattaforma è un serio problema. Viene prima di ogni cosa, prima ancora di ideare anche solo vagamente la trama di un libro che vorresti scrivere, prima ancora di scriverlo.

E, io, una Piattaforma non ce l’ho. Non ho nemmeno una piattaforma, con la P minuscola.

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un articolo con… selfpublishing nel titolo fa figo?

Fdecomite / Flick
Immagine: (CC) Fdecomite / Flick

Sappiamo oramai che la bolla dell’editoria è scoppiata. Ne parlava Antonio Tombolini in un suo articolo. Oramai la via dell’ebook che è l’unica che potrebbe rinfrescare l’editoria, a patto che si faccia una vera selezione come avveniva 40-50 anni fa, ma questa non è la scelta preferita dagli editori, resta come seconda possibilità, come riserva, e, nel 2017, ci sono ancora editori che non fanno gli ebook. C’è poi chi confeziona ebook scadenti anche come veste, chi ne fa di piccoli libretti di 90 paginette li vende tra i 4,99 e i 9,99 euro e senza criterio, per fortuna, così un vero selfpublisher può più o meno resistere e controbattere a questo tipo di editoria.

Nascono nuove case editrici come i funghi e quando poi si presentano parlano di SELFPUBLISHING (“che segnerà il nostro ingresso nel mondo del self-publishing…”). Cioè, affinché un articolo sia letto, si mettono la parola selfpublishing in bocca. Tanto è bella, è inglese, fa tanto in, fa tanto moda, non vi sembra? Con una parola come quella nel testo di un articolo, meglio ancora se nel titolo, saranno in centinaia a leggere l’articolo.

Eppure spesso le nuove case editrici con il selfpublishing non ci azzeccano proprio nulla. Non sanno nemmeno cos’è. Basta pensare anche all’evento fatto a dicembre a Roma per avere una vaga idea. Ma perché da quando è mondo è mondo per selezionare dei testi con un concorso si deve usare la parola SELFPUBLISHING al posto di SELEZIONE? Non lo so, lo diranno gli esperti di marketing? Forse i motori di ricerca spingono di più verso articoli con questa parola al proprio interno?

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la colpa è di chi si raccomanda o di chi accetta che tu lo faccia?

questionmarks

Chi scrive sa bene che prima o poi gli verrà la pessima idea di sottoporsi al giudizio di una casa editrice. Perché pessima idea? Perché se non hai conoscenze presso un medio-grande editore e vuoi diventare un best seller non riuscirai nell’impresa.

È ovvio che ci sono anche i casi rari in cui non c’è bisogno di conoscere, o quei casi che esulano dalle case editrici (autopubblicazione), eccetera, ma oggi ci concentriamo su qualcos’altro. In questo articolo voglio parlare di colpe editoriali.

Cioè?

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Elena Ferrante e i casi dell’editoria

(C) Jamierodriguez37 at Morguefile
(C) Jamierodriguez37 at Morguefile

Su Elena Ferrante c’è da dire parecchio. Più o meno. È uno pseudonimo. Un giornalista ha fatto un’inchiesta e ha capito dalle dichiarazioni dei redditi che Elena Ferrante è Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, autore a sua volta che pubblica con Feltrinelli e di cui lessi il divertente “Ex cattedra” (un racconto).

Sarà vero? Sarà falso? A me non può fregare di meno.

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