editing e piccole case editrici


Photo by Pexels

Da una settimana a questa parte sto editando un romanzo non mio. Si tratta di un testo pubblicato qualche anno fa da una piccola casa editrice.

In questi anni ho comprato libri dove si parla del metodo dell’autoediting, ho avuto una buona maestra come Rita Carla Francesca Monticelli che mi ha insegnato parecchio all’epoca della sua più che utile beta lettura del mio “Joe è tra noi“.

Sono sempre stato un tipo preciso, critico, non ho mai avuto molta fiducia nelle mie capacità, perché non ho mai voluto montarmi la testa, perché sono eternamente un tipo insicuro. Se fossi stato uno spavaldo spaccone sicuro di sé sarebbero già 3-4 anni che mi ritroverei ad abitare a Londra.

L’editing che fu fatto a quel romanzo lo criticai già all’epoca perché c’era un bel refuso in evidenza sulla prima pagina. E non solo quello.

Si sa come va l’editing. Lo so bene. Correggi, correggi e correggi e i refusi si annidano sempre ovunque.

Ma quel refuso sulla prima pagina di un romanzo di circa 70’000 parole era un campanello d’allarme.

Infatti il quantitativo di errori che c’era nel testo faceva paura. Oggi, che di editing ne so abbastanza (ma non tantissimo, preferirei sempre che qualcuno mi editasse, se non costasse così tanto lo farei), ho trovato ulteriori errori. Roba che mi fa dire: “Ma questo editore che lo ha pubblicato e che lo ha fatto editare per un anno e mezzo che faceva? Chi erano queste persone che hanno editato e corretto le bozze? È necessario aprire una casa editrice per pubblicare testi non editati a dovere facendo fare una pessima figura all’autore?”.

Lungi da me dal voler mettere becco nel lavoro altrui, ma allora perché la gente dovrebbe cercare un editore? Un autore non sempre ha la forza e le capacità per fare un buon editing, a volte nemmeno uno scadente. Si affida all’editore perché almeno, pensa, un buon editing lo faranno. E invece no.

A parte i refusi, ho trovato cose pazzesche nel testo.

La regola che applicano nei dialoghi è il punto alla fine, fuori dai caporali. Esempio:

«Ti adoro, lo sai».

E poi vedi che la regola da loro imposta non viene sempre rispettata.

Presenza della D eufonica ovunque. Dopo ogni “a” ed “e” singola. Cioè: “Ed ora”, “Ed io”, “Ad ogni”, “Ad uno ad uno”, ecc… So che questa regola è più un gusto che una vera regola, ma dei libri letti finora non ho mai incontrato D eufoniche.

Un bell’esempio poi è: “Si sbudellarono dalle risate”. A quel punto mi è venuto in mente subito Scream. I vari film e la serie televisiva, dove di sbudellamenti se ne vedevano a raffica.

SBUDELLARSI DALLE RISATE.

E se fosse: “Si sbellicarono dalle risate”? Non mi veniva il termine “sbellicarsi”, ma “sbudellarsi” mi suonava strano un mondo. Poi Treccani dice che anche sbudellarsi va bene. A me però dà lo stesso l’immagine dell’assassino che con il coltello ti fa uscire le interiora. Gusti personali.

Per non parlare della punteggiatura che spesso spezza la frase in due separando soggetto e verbo.

Ci sono due personaggi che usano il diario per raccontare eventi presenti e passati e molto passati.

Gli eventi del passato vengono visti nel diario al presente con tanto di data. Questo va bene, perché il diario è il racconto del momento in cui si scrive. Il presente va bene. Quello che non va bene è che quando nel ricordo di quel momento si inserisce un ricordo molto precedente al momento della narrazione e il tempo verbale continua a rimanere il presente.

In quel caso si deve usare il passato remoto, l’imperfetto, ma non il presente. A questo punto l’editore mi pare essere completamente assente, insieme agli editor. Questa piccola distrazione nel testo non c’è sempre. Ho verificato che in altri momenti la cosa viene trattata coi tempi verbali giusti, ma ci sono alcuni di questi pezzi che ne soffrono.

Avendo poco tempo non sempre uno riflette. È capitato pure a me di confondere i tempi verbali, poi rigurdando ci ho pensato e mi sono reso conto che erano errati.

Altra cosa che ho trovato sbagliata è il giorno della settimana.

Sono un rompicoglioni nato, lo so. Ho visto una data di questo diario, ho visto che il personaggio parlava di un giovedì. Vado a verificare con il calendario presente su un qualsiasi PC Linux, Mac, Windows (giusto qualche clic) e che ti scopro? Che la data in questione era di lunedì. Non era giovedì.

Un quantitativo di errori piccoli e grandi che mi fa pensare che l’editing che si fa nelle piccole case editrici rasenti lo zero. Parlo in generale, perché mi è capitato in altri testi anche di fare ragionamenti del genere e di leggere su alcuni forum l’intervento di alcuni editori che dichiaravano candidamente che loro ai testi non fanno alcun editing.

Una piccola casa editrice che mi piaceva molto e che faceva editing, almeno dai libri che pubblicavano penso ne facessero, era WePub, solo che hanno chiuso. Mandai anche loro un mio testo e ci fu uno bello scambio di messaggi in cui mi dissero che se avessi rivisto un po’ meglio il testo potevo ritentare perché la storia piaceva. Parlo del primo volume de “Le parole condondono“.

Non mi interessa sapere perché rasenti lo zero, magari ci sono i soliti vecchi problemi. Magari l’editing non viene pagato a sufficienza? Qualcuno che si trova a dover fare un grosso lavoro che viene pagato poco lo arronza pure. Ci può stare. Anche se il lavoro in genere (che si tratti di editoria e non) non dovrebbe mai essere mal pagato. Oppure chi lo fa non vorrebbe farlo, ma fare altro, essere altrove?

Ma allora vuoi vedere che siamo meglio noi self-publisher coscienziosi che di editing ne facciamo arte? Sì, e no, perché poi tutto diventa soggettivo.

Che fosse stato fatto un pessimo editing fu fatto notare all’epoca anche da alcuni recensori che avevano blog e su cui fu recensito. Qualcuno evitò di dirlo nella recensione, ma lo scrisse in privato, visto che la storia era bella davvero, anche se non curata quanto meritava per causa di questo benedetto editing.

Un autore ha il diritto di NON saper fare editing, HA il diritto di non avere tempo, ma una vita privata intensa o meno, non importa, ma è altrettanto vero che SE SCEGLIE UN EDITORE, questo DEVE essere in grado di garantirne uno decente. Non credete?

In pratica sono diventato editore. Dico editore di storie altrui. Devo editare, fare l’e-book, scegliere e confezionare la copertina, che comunque viene concordata insieme.

E se l’editing fosse una cosa personalissima? Non sai mai quanto puoi segnalare senza passare per un saccente acido… lo sono? E poi, siamo proprio sicuri che questa cosa vada così o colì?

Non ho mai voluto aprire una casa editrice perché so bene che sono spese senza fine in cambio di pochi spiccioli di guadagno, spesso si va pure in perdita. Eppure ogni giorno qualcuno diventa editore, la gente guarda i self-publisher con la puzza sotto il naso, dicendo che siamo tutti merda e che non sappiamo scrivere.

Inutile dire che invece ci sono piccoli editori che l’editing lo curano e spesso non accettano testi su cui ci sarebbe molto da lavorare. Sarà questa la differenza?

Forse sarà pure normale. La forma pare non importi più a nessuno. Si legge di tutto, in qualsiasi forma. Pubblicazioni anche di grandi editori, certe volte, eppure una storia ne risente eccome. Non più di tanto di tante altre? Da tantissimo tempo non esiste più narrativa di qualità elevata? Può essere.

Sbudellarsi dalle risate. Forse si dice pure “sbudellarsi dalle risate” e io sono il solito criticone ignorante? Treccani, come dicevo, lo ammette senza problemi.

Parlando in generale di editing, una volta tanto mi sento un discreto editor di fronte a errori grossolani di certi altri editor. Che poi è ovvio che ci sono Signori Editor che fanno questo mestiere da una vita davvero bene e che davanti alle mie perplessità si farebbero una grossa risata. Ovvio che lo so.

Come è ovvio che se leggiamo un libro pubblicato da Einaudi io mi tolgo tanto di cappello. Non solo per l’editing, ma anche per i contenuti. I vari libri di Einaudi non mi hanno mai deluso. A parte uno.

Ho recensito con piacere i libri di Giorgio Scianna editi da Einaudi perché mi sono piaciuti. E anche libri di self-publisher, di piccoli editori. Non si può generalizzare.

Se dovessi smettere di essere un self-publisher mi piacerebbe tanto pubblicare per Einaudi, ma so bene che senza rivolgersi a una ottima e conosciuta agenzia letteraria da Einaudi non si entra.

Tu hai mai sentito dire “sbudellarsi dalle risate”? Hai mai letto un libro di un piccolo editore editato, ma non editato?

Non so se potrò davvero dedicarmi a un editing completo di questo romanzo perché preferisco finire i miei testi ed editarmeli. Perché se sbaglio, accade per i miei testi. E poi qualcuno preme per il IV volume della serie “Le parole confondono“. Ad altri non può fregare di meno, ma l’editing… l’editing fatto bene… è un grosso problema, credetemi. Tanto. E poi chi sono io per editare testi altrui? Diceva Luciano De Crescenzo che chi ha dubbi è una brava persona e che, invece, meglio tenersi lontani da chi dubbi non ha. E io voglio rimanere coi miei dubbi e pensare che quando si scrive e si edita c’è un mondo che gira dentro quelle pagine e dentro quelle correzioni. Un mondo segreto di cui bisogna fare attenzione.

Ciò che non piace a me può piacere a un altro, e viceversa.

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