“Una vita come tante” di Hanya Yanagihara

“Una vita come tante” di Hanya Yanagihara

In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono sostenuti solo dalla loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità.
Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia.
Come accade di rado, da una inconsueta immaginazione narrativa si è distillato un oggetto singolare: un romanzo classico e al tempo stesso modernissimo, capace di creare un mondo di profonda, coinvolgente umanità.

Dalla trama sembra interessante, vero? Il titolo non male, e la copertina pure. Però! C’è un però. Non è stato indicato un trafiletto necessario: “Questo libro contiene materiale molto sensibile e può impressionare chi non è abituato a continue e pesanti scene di autolesionismo e sangue”.

Un libro assurdo. Un tormento. Un libro che non consiglio a nessuno. Parla di un pazzo mentalmente instabile che ama tagliarsi braccia e polsi con rasoi e poi ripulirsi con garze. Questa è la trama. L’autrice insiste fino al completamento esaurimento nervoso che fa venire questo continuo disastro. Un libro tragico dall’inizio alla fine. Qualsiasi evento bello arrivi non c’è niente da fare, il protagonista deve tagliarsi, negare il momento bello e i problemi ancestrali. Certo c’è chi nega tutta la propria vita per 50 anni, però in un lavoro di fiction è un po’ dura da leggere e in così tanti dettagli e divagazioni. Parecchie divagazioni. Il protagonista ama mentire a se stesso e agli amici, che gli restano accanto sempre senza mai avere anche solo 5 minuti di incazzatura verso questo suo atteggiamento da “va tutto bene”, cioè si arrabbiano pure con lui, cercano di fargli capire le cose, però è tutto inutile, non riescono a insistere nemmeno più di tanto.

Storia molto improbabile. Cioè uno è libero di raccontare quello che vuole, sia chiaro, ma un libro così lungo che si riassume con: “Il protagonista ama tagliarsi e odia la vita”, ha qualche problema. Forse più di uno.

Tutti i tagli felici si somigliano; ogni taglio infelice è invece infelice a modo suo. L’autrice insiste sui dettagli macabri e ripetitivi dei tagli.

Non c’è mai una gioia in questa trama che duri per più di due pagine. Finisci per odiare il protagonista Jude già dopo le cento pagine, speri che a un certo punto si tagli per bene una volta e per tutte ed esca di scena, ma sarebbe facile immaginare l’ulteriore tragedia che si rincorrerebbe per le altre centinaia di pagine che separano quell’attimo dalla conclusione.

I libri posso avere momenti di tragedia, anche più di uno, ma ci deve essere un equilibrio, oppure non ci si deve soffermare a parlare sempre del desiderio del protagonista di tagliarsi, facendo uscire la carne viva fuori, ricordando in maniera ossessiva ogni 30 pagine un ricordo infelice.

Forse era più divertente leggere “Il silenzio degli innocenti” di Tomas Harris, che tra l’altro è anche più conciso, e c’è azione.

Non so perché mi sia forzato in questa lettura ripetitiva sull’arte di tagliarsi le vene, e non in senso figurato. L’autrice racconta di come il rasoio incida la carne e produca il sanguinamento che secondo il protagonista fa bene, è l’unico modo per superare le difficoltà. Protagonista talmente ricco che riesce a finire di pagare in anticipo di ben tre anni una casa, la prima delle case che ha. Tutti ricchi: lui avvocato, l’amico è un attore famoso, gli altri due famosi e ricchi per altri modi. Un po’ un mondo completamente diverso al punto da non riuscirsi a identificare con nessun personaggio. E quando anche a circa 40 anni i due amici si mettono insieme, e si dichiarano gay, succedono le tragedie ancora più turche. Lui si taglia perché non riesce a stare sessualmente con l’amico per il suo passato. Eppure se gli vuole tanto bene come fa a trattarlo così? Ma, in fondo, è perfettamente in linea con la trama: tragedia di un malato ossessivo compulsivo che non vuole saperne proprio di uno psichiatra.

Poi inizi ad amare Jude, le sue debolezze, ti fa pena, vorresti aiutarlo, inizi a provare simpatia per Willem, il suo migliore amico che fa di tutto per lui, di tutto e di più.

È vero che Jude ha subito violenze sessuali verso i 12 anni e che non è mai stato amato, ma quando anche si taglia le vene dei polsi sul serio per porre fine alla sua vita, viene ricoverato in un ospedale psichiatrico. Finalmente, uno pensa, ora ci sarà la guarigione, i rapporti con gli amici diventeranno veri, smetterà di fingere. Ma dopo un po’ lo fanno uscire senza problemi, almeno non più di tanti. E lui che fa? Riprende a tagliarsi. Non c’era nemmeno bisogno di porsi la domanda per saperlo visto che quando accade siamo a metà di quasi 800 pagine in e-book (circa 600 delle 1200 del cartaceo). Ci sono ancora tante pagine per affondare nella tragedia, per tagliarsi le braccia per una qualsiasi scusa. È vero che certe situazioni fanno degenerare la mente, ma un po’ di pietà per questo povero protagonista così cinico. Ha il controllo (mica tanto, eh) quando sente il dolore del rasoio nella carne.

Ah, giusto per dire qualcos’altro. La vicenda è ambientata a New York.

Il titolo giusto poteva essere: “Il ragazzo che amava tagliarsi”.

Cioè, si può anche parlare di abusi sessuali, di desiderio irrefrenabile di tagliarsi, di escludere i propri amici e di buttarsi nel baratro perché la mente è andata, ma non si può andare avanti per centinaia e centinaia e centinaia di pagine con questo schema che si ripete, non avendo alcuna pietà per il protagonista, il quale viene anche picchiato e abusato da adulto da un altro pazzo squinternato che lo uccide quasi e lui ha vergogna di dirlo, paura di dirlo ai suoi amici più cari, al suo migliore amico Willem. E mente, mente e mente. “Va tutto bene”, dice. “Non mi è successo niente”. Frase che sarà stata usata almeno un centinaio di volte in tutto il testo, forse pure di più.

È logorante. Ci può pure stare, se si descrive l’anima di una persona che è andata completamente fuori dai binari, ma per 800/1200 pagine no, no e no. Pietà.

Anche perché, quando arriva la felicità, le tragedie aumentano e diventano sempre più grosse, sono angoscianti e non si smette mai, fino a quando arriva la madre delle madri delle tragedie che chiude il libro. Il protagonista ne esce senza alcuna redenzione, punito dall’inizio alla fine. Nel finale ho pianto in modo angosciante per minuti e minuti perché c’è stato troppo sadismo nei confronti di un povero Jude, di un povero Willem e pure di Andy, l’amico medico che aiuta Jude da quando lui aveva venti anni. Perché alla fine ti fanno una pena infinita, ti sei angosciato con loro per 1200 pagine ed è stato per nessun buon motivo.

Il libro è molto crudo, inizia con una tragedia e va avanti per tragedie crescenti fino alla super tragediona finale, come vi dicevo, quindi, se non siete fisicamente e psicologicamente preparati al male puro, fossi in voi eviterei l’acquisto. Non mi aspettavo un: “e vissero tutti felici e contenti”, ma nemmeno che facessero tutti quella fine. Una fine. A tutto c’è un limite.

Il titolo deve essere ironico oppure “una vita come tante” vuol dire “una vita inutile”. Non è una vita come tante perché non penso in tanti vivano come vive Jude sia per l’amore di cui è circondato sia per il pozzo senza fondo verso cui si lancia per 1200 pagine. Se fosse un tossicodipendente allora ci sta pure, ma non si è mai drogato. La storia l’ho letta tutta perché volevo capire fin dove sarebbe arrivata l’autrice e sono rimasto molto turbato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.