diario scrittorio: lunedì, 22 febbraio 2016


diario-scrittorio

Il lavoro di editing sul secondo “capitolo” de “Le parole confondono” continua, come scritto nell’ultimo articolo.

Ho notato alcune cose.

Più ci metti mano e più i tuoi occhi riescono a vedere cose che prima non notavi. Anche se, certe volte, ti ritrovi un testo già scorrevole e pulito, altre volte ti concentri su una scena in maniera quasi ossessiva perché ogni singolo termine funzioni, non sia stonato, non sia il sinonimo di quello precedente (a volta capita di non farci caso). La cosa dura è mostrare i sentimenti di un personaggio, oppure far trasparire il loro stato emotivo tramite una fotografia evitando: era annoiato, era nervoso, la amava… Andrebbe… andrebbe mostrato se uno è annoiato, nervoso e se uno ama andrebbe non detto.

A ogni rilettura scopri cose nuove, dicevo.

Anche perché/soprattutto perché

Mi ritrovo a buon punto dalla fine e mi sono accorto di un mio nuovo tic.  L’uso di legami non strettamente necessari. Volete un esempio pratico? Mi sono accorto che usavo un po’ spesso “soprattutto perché”. Contandone l’uso ho visto che si ripete ben 29 volte in un testo di circa 160’000 parole. Nulla in realtà. Una percentuale del tutto trascurabile (~0,037%), però mi sono detto: “È proprio necessario questo ‘soprattutto perché’? Come lo devo trasformare?”.

Ho capito che si può anche eliminare del tutto. È superfluo. A volte il suo essere depennato richiede appena  un punto fermo in sua vece, altre volte basta una virgola o una congiunzione “e”.

Naturalmente ci sono i sinonimi, giusto? E, infatti, poi andranno controllati anche questi. Per esempio “anche perché” e similari. L’idea di trasformare tutti i “soprattutto perché” in “anche perché” sarebbe stata semplice, bastava usare la funzione “trova e sostituisci” di LibreOffice Writer e il gioco era fatto. Il problema è che avrei aumentato il numero di occorrenze di una coppia di parole che va controllata a sua volta.

Il prodotto migliora passo dopo passo

L’unico vero problema di tutto questo controllo continuo e ripetitivo è che l’editing impiega diversi mesi, non due o tre mesi, ma di più, quindi la paura di lasciare qualcosa per strada è forte. Immaginate, dopo aver letto, sistemato e ritrasformato un testo con 10 letture piene, dato ai beta lettori, valutati i loro suggerimenti, fatte le correzioni suggerite, altre due riletture, arriva uno e dice: “Ehi, ma questo aggettivo non mi piace e solo per questo gli do’ una sola stella”. E magari quell’aggettivo va bene oppure davvero non va bene, ma era l’unico dell’intero testo.

Diciamo che su questo ultimo punto, considerando che ho letto articoli che parlano dello stile pessimo e della montagna di errori con cui grandi nomi vengono pubblicati da grandi editori e che vincono anche premi letterari, dovrei stare rilassato. E anche se non fosse così, io non credo di aver dato poca importanza all’esperienza che è derivata dalle mie varie pubblicazioni, dal continuo leggere e dall’arte dell’editing su cui una mia amica editor ha detto che diventa più “semplice” man mano che ci si trova a farne e andare un po’ più a rilento può anche far bene.

La cosa che mi soddisferà e che già conosco almeno tre persone che sono in ansia per avere questo secondo capitolo e che saranno davvero contente di ricevere questo libro.

D’altra parte sono le piccole cose che rendono il mondo un posto più bello e il tempo che ci vuole per portare a termine un certo compito potrebbe anche essere superiore, però alla fine sarà stata tutta nuova esperienza acquisita.

Incrociamo le dita.

Domandona

E, voi, autori come me, avete scoperto qualche vostro tic con l’ultima fatica letteraria? Avete trovato una nuova parola (coppia di parole) che vi tormenta e perseguita? Oppure siete molto più scientifici della scientifica?

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