L’ultima revisione: leggere e rileggere, correggere e ricorreggere


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Nella vita dello scrittore appassionato c’è un tempo per la mera scrittura e quello per la riscrittura.

Cosa intendo per mera scrittura? Quella di chi deve completare la storia attraverso la conclusione dell’intero libro e che deve tracciare i fili della trama, dell’evolversi delle vicende e che non ha modo di rendere perfetta la scrittura al punto tale che non serve rileggere nulla nel momento in cui si è messa nero su bianco l’ultima scena.

Spesso quando inizi una nuova storia non sa se la porterai avanti e se il tempo ti permetterà di concluderla, diciamo che al 90% ce la fai. Solo allora sai che le cose devono essere riviste. Non puoi proprio farne a meno.

La riscrittura, invece, è il tempo dell’operazione di rilettura, di editing, di correzioni varie. Per quanto si possa essere stati attenti e scrupolosi nessuna opera, una volta conclusa, è immune da correzioni.

Ci sono diversi tipi di correzioni. Parliamo, per esempio, della punteggiatura, parliamo di un refuso (volevo scrivere guardò e, non so perché, è venuto fuori guardo), parliamo di cambiare parte della trama, parliamo di cambiare il nome di un personaggio, parliamo di rendere le descrizioni meno artificiose e mescolate nel tessuto vivo della trama, senza che si rallenti la storia. Piazzare lunghe descrizioni solo perché è più bello e quasi nessuno ne fa più non è un motivo serio per pensare che siano utilissime. Descrizioni vive e interessanti non sono facili da creare, oramai serie TV e cinema ci hanno portato in giro per il mondo e lavorare sull’ambientazione non è banale. Diventa un lavoro molto fine.

Stessa cosa vale per i dialoghi. Croce e delizia di ogni romanzo. Dialoghi lunghi spezzano la magia, annoiano, fanno somigliare il testo a una sceneggiatura più che a un romanzo. Troppo brevi lasciano insoddisfatti. In ogni caso dipende da cosa esattamente prevede la scena in quel momento e da quanto drammaticità si deve dare. Più una scena è delicata e drammatica, meno dialoghi ci devono essere.

Oppure la sostituzione con sinonimi di alcune parole (non si può ripetere 4 volte la stessa parola in due righe, vi pare? e nemmeno in tutta la pagina), la verifica che ciò che si è scritto è proprio ciò che si voleva scrivere, oppure che i personaggi si muovano in modo fluido e tridimensionale, non è che, per esempio, il protagonista era di spalle al lavello, dice una cosa e poi quando parla di nuovo si trova sul divano con i piedi su una sedia. A me scrittore è chiaro che si è spostato e si è andato a sedere, però il lettore può confondersi. Cose così.

Oppure ci si perde in altri piccoli dettagli. Aggettivi sbagliati… Esempio: il gusto di un arancio… si vuole rendere un concetto particolare e si dice che un arancio è soffice come la panna. Ci si perde totalmente, che vuol dire che un arancio è soffice come la panna?  Assolutamente nulla, oltre al fatto che è proprio sbagliato come concetto. Eppure quando si è scritto all’inizio aveva un certo senso. Nessuno che abbia letto molto e scritto molto e da tempo scrive volontariamente castronerie del genere, però escono fuori.

Una volta ho sbarrato gli occhi quando mi sono visto davanti: “un’altro”. Da dove accidenti è venuto fuori quell’apostrofo?

Ci sono momenti che quando correggi resti su 10 pagine di un capitolo per due ore e mezza (non scherzo). Come mai? Ci sono serate in cui sei più attento oppure ci son capitoli che meritano più attenzione di altri? Alcuni più pronti di altri? È davvero così o la spiegazione è un’altra?

A volte mi capita di correggere poche cose e altre volte, invece, mi blocco su quelle poche paginette senza mai vedere quelle parole scorrere bene insieme come mi aspetterei. Come mai?

È proprio tanto difficile scrivere?
Difficile? È molto più che difficilissimo, direi. Vedere un’opera finita, rivista e corretta e dire: ora è conclusa. Non servono altre revisioni. È quasi un miraggio.

E, seriamente, mi chiedo come mai sono meno attento. Ho provato una tecnica che mi permette di scovare parecchie disattenzioni. Leggere ad alta voce molto lentamente, parola per parola, figurarmi la scena come se stesse avvenendo davanti ai miei occhi in quel momento, sentirne il ritmo attraverso l’alternarsi delle parole, con la mia voce, usando anche tonalità, un certo recitato. Come se stessi creando una scena di un film. Vi assicuro che mantenere la concentrazione non è una passeggiata. E se mi accorgo che ho appena letto quel paragrafo ripensando a quello precedente perché c’era qualcosa che forse ancora non filava per bene, allora mi fermo e riparto dall’inizio del capitolo. A volte anche 4-5 pagine prima. Un po’ controvoglia, pensando: questa è la serata che resterò qua a correggere il singolo paragrafo 100 volte.

E a ogni passaggio completo, dal primo all’ultimo capitolo, il romanzo diventa migliore, diverso. Su certi capitoli lo senti pronto tu stesso. Hai premura a soffermarti di più per paura di sbagliare. Alla fine sempre sbagli. Puoi anche restare 4 anni a correggere un testo, ci sarà sempre qualcosa che doveva essere diversa.

Il problema è che troppo tempo non va bene, perché troppo tempo vuol dire che hai cambiato anche il tuo stile. Usi parole e concetti diversi o in modo diverso.

Ricordo che per “Joe è tra noi” ho fatto la bellezza di 7 revisioni belle massicce complete. Tenendo conto anche dei suggerimenti dei miei beta lettori. e mi sono impegnato molto rispetto al romanzo precedente. Joe è tra noi è nato, cresciuto ed è stato pubblicato in poco meno di un anno, mentre il romanzo precedente (Le parole confondono) ha goduto di una vita più lunga. Circa quattro anni, forse qualcosa in più. Mandato anche agli editori, al Premio Italo Calvino, questo prima di capire alcune verità fondamentali che all’epoca mi sfuggivano sul mondo editoriale.

Ci vuole tanto tempo per vedere il proprio testo esente da errori, eppure chi di noi non starebbe a correggere sempre qualcosa? Ci sono alcuni tipi di errori che si nascondono per anni. Quel refuso che aveva reso “altro” un aggettivo femminile mi ha lasciato davvero perplesso. Lasci il tuo testo riposare un mese e rileggendolo scopri cose che non credevi possibili.

Eppure da autore che si pubblica da solo bisogna far uscire un romanzo all’anno. Diciamo che sarebbe perfetto ogni sei mesi. Ma cosa si fa? Bisognerebbe dedicarsi solo a scrivere, a fare lunghe passeggiate, nuotate, corse, fare della scrittura un lavoro, ma ci sono altri problemi vari che ci strappano via il tempo e, a volte, passa una settimana e non sei riuscito ad andare avanti con le correzioni. Passa un mese e pensavi di aver finito, poi ti fai venire lo scrupolo e inizi a rileggere tutto daccapo e trovi cose che prima non c’erano. Può mai essere che il testo viva di vita propria e che questi orrori si vadano nascondendo?

Immagino gli errori come dei bambini che vivono in un castello e che sanno di non potersene andare in giro la sera. Un adulto passa per le stradine del castello per controllare che i piccoli siano a letto, loro sentono i suoi passi e si avvertono l’un l’altro e si nascondono dietro porte, mura, sotto il letto, nel buio, per poi tornare a uscire e a correre quando l’adulto è lontano.

Mi è capitato di ripensare alcuni fatti narrati cambiando dei dettagli. Il problema è che quei cambiamenti devono essere coerenti e permanenti in tutto il testo: dove se ne parla in maniera più ampia e dove si accenna o richiama la cosa con una o due parole. Mi è capitato che quell’una o due parole non fossero coerenti con il resto. Io sapevo il fatto qual era, era scontato per me. Eppure a distanza di una revisione completa mi sono accorto che avevo dimenticato quel tal paragrafo.

Il lavoro del romanziere

Sto lavorando sul seguito de “Le parole confondono” che è grande un po’ meno del doppio del primo libro. E ci sto lavorando già da quattro anni e mezzo tra scrittura e riscrittura. Riscrittura che a volte ho fatto anche mentre lo stavo scrivendo. Nel senso, che alcune scene le ho iniziate a correggere e ricorreggere prima ancora di aver visto la parola fine. Anche adesso, mi è venuta in mente un’ulteriore scena che deve chiarire un fatto abbastanza importante della storia. Mi sorge un dubbio: lascio che sia il lettore a capire o gli do qualche altro indizio? Si tratta di un dialogo, non molto lungo, mi bastano 7-8 battute, ma è necessario?

Vi dico solo che il romanzo lo finii di scrivere il mese di settembre di due anni fa. Ha riposato un anno intero prima di mettervi mano perché il tema è scabroso. Parecchio e i fatti narrati sono un po’. E ho sempre pensato che quel testo dovevo finirlo, ma pubblicarlo forse no. Assolutamente no. Si presta a essere criticato. Merita una lavoro di finezza che porta via tempo, tanto tempo. Più dei due precedenti testi messi insieme.

E mentre il seguito del mio primo romanzo pubblicato riposava, ho dato alla luce un altro romanzo: Joe è tra noi. Genere diverso, ma con alcune argomentazioni che chi ha letto i miei lavori precedenti rivede subito.

Riuscirà il nostro eroe a finire la revisione e pensare: si può pubblicare?

Domandona
Visto che sei giunto alla conclusione di questo articolo ci sono alcune domande per te.

Tu, come autore, quante volte rivedi un testo per intero e che tipo di orrori scopri su quel testo mentre lo stai sistemando? Il più clamoroso qual è stato? Che tecniche usi per evitarlo il più possibile?

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5 thoughts on “L’ultima revisione: leggere e rileggere, correggere e ricorreggere

  1. Io leggo ad alta voce, e stampo la storia. Quante volte rileggo? Mah, non lo so. Di solito arrivo a non poterne più e continuo. Cosa trovo? di tutto un po’: refusi, lungaggini, ripetizioni. Per questo occorre lasciare che le scorie si depositino sul fondo.

  2. Io sono la donna dei refusi. Nonostante legga il pezzo trecento volte, qualcosa mi sfugge sempre. Tipo errori di digitazione, accenti, virgole.
    La tecnica che uso, ma non sempre funziona perché perché sono vittima della “fregola da pubblicazione” (mi riferisco ai post del blog) è quella di rileggere il pezzo a 3/4 giorni di distanza; la migliore, quella di passare il testo ad altri due occhi nuovi.
    Per quanto riguarda la rifinitura, bisogna imporsi un limite nelle modificazioni dello stile, ad esempio.
    Rileggere un articolo dopo mesi, spesso mi fa cadere nel tranello “avrei potuto scriverlo così”, ma non è giusto. Bisogna saper dire “è finito”.

    1. Certo, perché poi con un articolo si rischia di cambiare anche idea, modo di impostarlo. Uno pensa che è piccolo e quindi ci perde poco tempo a sistemarlo, però poi non è esattamente così. Certo un articolo di blog lo puoi leggere anche 20 volte, un romanzo di 160’000 parole vorresti anche revisionarlo in maniera seria 20 volte, ma è molto più complicato. Manca tempo. In teoria dovresti lavorare con continuità quotidiana e sempre con la stessa attenzione, però è impossibile matematicamente parlando 😃

  3. I miei libri vanno incontro, in genere, a sei stesure. Solo con uno sono arrivata a otto, perché alla terza avevo fatto una completa riscrittura da zero. In ogni fase di editing, che per me è un lavoro “scientifico”, mi concentro su alcuni aspetti specifici dello stile, per cui quando arrivo all’ultima li ho controllati tutti. Utilizzo carta e matita per gli interventi sul testo (il termine “correzioni” non è assolutamente adeguato, poiché sminuisce il lavoro di trasformazione che subisce il testo) che portano alle stesure 2, 3 e 4, lo schermo per la 5 (dopo il passaggio ai beta reader, che ha un impatto importante sul testo) e il Kindle per la 6, cioè la revisione finale, spesso seguita dall’intervento di un’altra persona che funge da correttore di bozze.
    Certo, qualche refuso sfugge sempre, ma col tempo sto migliorando. 🙂
    Utilizzando questo metodo ho migliorato molto la qualità del testo in prima stesura, perché ho finito per evitare certi errori di stile a monte, e questo mi ha permesso di fare un lavoro complessivo migliore, visto che il tempo che dedico al processo di editing è sempre abbastanza definito (8-10 settimane incluse le 2-4 del lavoro dei beta reader). L’impegno di pubblicare due libri all’anno mi impone delle scadenze precise che, a mio parere, sono un vantaggio, perché mi costringono a essere disciplinata.
    Proprio per il fatto che ho totale controllo sui metodi e le tempistiche di editing, si tratta della fase della scrittura che preferisco, perché è esente dai capricci dell’ispirazione. 😉

  4. Con l’esperienza si imparano tante cose, con l’esperienza e parlando con persone che già ci sono passate. Devo qualche dritta alla frequentazione di alcuni blog letterari da cui ho davvero attinto molto. Una volta scrissi un articolo sulla revisione del mio romanzo, un’avventura lunga una vita… e che ancora adesso sembra non potersi dire conclusa: i refusi spuntano come funghi, il tuo esempio dei bambini dispettosi di un castello calza a perfezione; sembra che gli errori si siano messi d’accordo per nascondersi ben benino tra le pagine del libro. Ho scritto e riscritto il romanzo almeno cinque volte, perché ogni idea nuova comportava l’intera rivisitazione di parti collegate a quella precedente e fare combaciare tutto non è mai cosa semplice. Di solito, comunque, io lascio passare tra una revisione e l’altra un po’ di tempo: devo ritornare sulla storia a mente fresca e riposata se no è tutto lavoro inutile.

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