la resa di un testo di narrativa


(c) Rayani Melo / Flickr
(c) Rayani Melo / Flickr

Durante la lettura della tetralogia de “L’amica geniale” di Elena Ferrante, il personaggio di Elena Greco, scrittrice, si chiede spesso se la sua sia letteratura, se nelle storie che scrive in realtà manchi l’anima, se manchi tutto ciò che voleva davvero dire, come gli fa notare uno dei personaggi lettore.

Non so se riesco a spiegarmi, ma leggendo un testo di un altro autore si capisce quanta anima c’è dentro o meno, perché emoziona, accanisce, si resta incollati alla storia, ma, soprattutto, ai personaggi.

Uno scrittore riesce sempre a scrivere ciò che voleva scrivere?

Possiamo immaginare la cosa a più livelli nel testo. Una semplice scena, una di quelle importanti in cui un personaggio rivela un pezzo di sé, parla con un altro personaggio con dolore, una lite, un dolore comune, la perdita della propria migliore amica, della propria ragazza, la morte del nonno, fatti intensi.

Oppure l’opera nell’insieme. Nasce sempre con un’idea precisa o l’idea viene mano mano che si scrive? In ogni caso, quando si è conclusa la storia non si pensa mai se si è davvero scritto e narrato il tutto nel migliore dei modi mettendoci dentro carne, sangue, emozione, oppure si è fatto una specie di riassuntino freddo delle vere cose che invece si voleva dire?

A volte mi capita di pensarci. Immagino che a quel punto un romanzo lo scrivi, lo correggi e poi lo fai riposare; se lo riprendi dopo mesi magari te ne accorgi, ma devono proprio passare mesi o si capisce da subito? Sicuramente i dialoghi possono cambiare per rendere dei passaggi più forti. Hemingway scriveva dialoghi brevi, ma incisivi, meno parole pronunciano i personaggi e più risultano forti.

A volte nel marasma della trama ci si perde, le scene avanzano una dietro all’altra e si corre il rischio di non lasciare nulla al lettore e, ambizione troppo alta ma davvero potente, al mondo intero. Oppure di non lasciare quello che era nelle proprie intenzioni, a volte la trama subisce modifiche perché i personaggi (suonerà molto strano, assurdo, a chi non scrive) dicono la propria e decidono che il corso degli eventi deve essere diverso.

Spesso ho letto libri fino alla fine per capire le intenzioni piene di un autore e alla fine mi sono detto: «Si poteva anche evitare di pubblicare questo libro, avremmo salvato la vita di qualche albero, questo scrittore non ha trasmesso nessuna forma di emozione». Eppure si pubblicano per l’appunto libri così così, robetta, ma in un mare di libri qualcuno buono e che lascia davvero qualcosa c’è. A volte si piange sul finale, si piange durante la lettura, si vede un personaggio diventare tridimensionale e altre volte la storia ti emoziona lasciandoti un po’ confuso, magari con dell’amaro in bocca, però è riuscita. Ma anche quando riesce, erano quelle le vere intenzioni dell’autore, oppure mancano delle cose che non si ha il coraggio di dire?

Mi pongo spesso il problema. Non sono uno scrittore incosciente, ma limitato da quelle che sono le mie capacità in quanto tali, in quanto sono quelle che sono. A volte scrivo di Napoli, inizialmente immagino di parlarne a 360° non risparmiando niente e nessuno, voglio regalare il crudo di questa dannata città che fa morire dentro, eppure a lettura ultimata mi rendo conto che ho risparmiato molte cose. Guardo un telegiornale, leggo le notizie sui quotidiani e penso: “In questo libro ho lasciato comunque la poesia di una certa Napoli, ho usato delicatezza, non ho mostrato il pozzo nero che è, perché?”.

Domanda

A voi capita mai di rileggere e di sentire che qualcosa manca, che un testo, una scena doveva avere più forza, che il male puro non lo si riesce a mettere nero su bianco?

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2 thoughts on “la resa di un testo di narrativa

  1. Mi pongo queste stesse tue domande, in continuazione. Credo che la sfida più grande della scrittura sia proprio riuscire a rendere per iscritto ciò che nella c’è nostra testa. Individuare questo “qualcosa che manca” come lettrice mi viene abbastanza facile. A volte ho la sensazione che l’empatia non scatti per il semplice motivo che l’autore non è andato abbastanza a fondo, forse non si è fatto coinvolgere lui stesso.
    Ma quando scrivo ho bisogno di molto tempo. Ultimamente ho capito per esempio che dopo aver scritto una scena la devo lasciare sedimentare e aspettare che il mio inconscio tiri fuori altro. L’alternativa può essere, come hai detto, di rileggere a distanza di tempo ma non è detto che funzioni.

    1. Infatti potrebbe non essere sufficiente. Bisogna trovare magari beta lettori affidabili, ma non sempre hanno tempo e spesso capita che trovarne sia ancora più difficile che trovare il primo che leggerà una volta pubblicato il libro. Ho in programma una doppia pubblicazione per Natale. Spero di non incartarmi.

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