Il problema della Piattaforma


(CC) Tommaso Tani / Flickr licenza CC

Ho letto il libro di Michele Amitrani: “Confessione di un autore indipendente“.

E ho pensato: “Quando prendi e scrivi, quando prendi e pubblichi, quando prendi ed editi, quando prendi e non ti scoraggi… No, ti scoraggi, forse piangi, forse ti guardi allo specchio con la voglia di spaccare la tua stessa faccia”.

La Piattaforma è un serio problema. Viene prima di ogni cosa, prima ancora di ideare anche solo vagamente la trama di un libro che vorresti scrivere, prima ancora di scriverlo.

E, io, una Piattaforma non ce l’ho. Non ho nemmeno una piattaforma, con la P minuscola.

Fattela.

È tardi.

Non è tardi.

Per certe cose è sempre tardi quando sei stanco e hai dedicato il tuo poco e prezioso tempo a qualcosa che pensavi potesse quantomeno farti sorridere. Sono molte più le batoste che i bei momenti – e ce ne sono stati negli anni, non lo nego, ma sono durati sempre poco, forse un paio di minuti per volta.

E io questa cosa non l’ho mai sottovalutata, diciamo che l’ho volutamente ignorata, conoscendone bene le conseguenze, mi piaceva scrivere. Sembrava essere sufficiente, sembrava.

Se non hai una Piattaforma, ovvero, se la tua visibilità come autore è ignota, non esisti, non hai uno zoccolo di lettori (immagino sempre almeno 15 lettori assidui) allora non ti sforzare affatto. A volte, può sembrare assurdo, ma è probabile che se prendi la prima cosa che hai scritto, senza nemmeno rileggerla, creando la prima copertina a casaccio, un titolo non originale, una storia magari ricca di sesso spinto, sotto pseudonimo, ovviamente, di certo magari puoi avere successo, anche più di chi fa le cose con un certo criterio, con tanto impegno. Ne sono convinto. È tutta fortuna. Se fai le cose a casaccio ci metti anche meno tempo, no? Poi, se e quando, diventerai famoso se ne parlerà, puoi sempre pensare, in quel caso, di farti fare un bell’editing, una bella copertina e un bell’ebook.

No, ragazzi e ragazze, a parte ironizzare, il problema di non avere una Piattaforma, un Nome, non è una cosa da sottovalutare. Affatto. Sono cavoli amari che buttano nel mare gli sforzi infiniti che uno ha messo dietro una pubblicazione. L’impegno e la qualità premiano a lungo andare. Ci credo, ma non vale per me. Se pubblichi un libro, qualunque esso sia (un porno, un classico, un romanzo d’amore, di guerra, un fantasy, un horror, un thriller, fantascienza, un poliziesco, un romanzo di formazione), di qualunque cosa parli, non importa a nessuno se non sei “nessuno”. Se sbagli a importi, se rispondi con sufficienza, se ti presenti a una libreria per fare una presentazione e, per dindirindina, non gli mandi un file PDF con i dati del libro, parti con il piede sbagliato. E rimani impantanato.

Il selfpublishing è una cosa molto più seria e tosta dell’editoria, se si vuole dare un senso alla cosa. E le motivazioni per andare avanti non te le dà nessuno, spesso nessuno ti dà motivazioni sufficienti per qualsiasi cosa. A volte pensi: “farei questa cosa”, ma se non ti convinci a farla da solo, forse non la farai mai. Magari ti senti carico, motivato, magari vale per un paio d’anni, poi ci pensi, ci ripensi, e capisci. È tempo di andare… sei andato.

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