riflessione sull’editoria di “La verità sul caso Harry Quebert”


(CC) Lauren Coleman from Flickr with Creative Commons license. No modification made to the picture.

Questa riflessione parte dalla recensione di “La verità sul caso Harry Quebert”, recensione divisa in due parti per motivi di spazio: parte uno, parte due.

Chi ha letto “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker? I primi capitoli li ho letti anche io. Mi sono fermato al 25% circa dell’e-book e poi ho deciso di lasciar perdere. E-book preso nell’offerta del giorno di Amazon. Ne avevo sentito parlare, avevo visto in libreria questo mega mattone che vendeva molto.

La curiosità ti fa imbattere in casi editoriali costruiti a tavolino e, a volte, pure male.

C’era la necessità di un libro come questo? Direi di no.

La letteratura mondiale avrebbe perso una perla? Direi proprio di no.

Perché è stato pubblicato? Non ne ho la più pallida idea.

Che poi da noi è stato tradotto. Avete idea di quanto costi tradurre un libro di quella dimensione? Non lo sapete? Nemmeno io so i dettagli, ma vi assicuro che le traduzioni costano tanto. Un libro come “La verità sul caso Harry Quebert” sarà costato un capitale. Per non parlare dei diritti da pagare all’editore originale, della stampa. È un librone di quasi 800 pagine. Ha senso investire su una pessima qualità narrativa così tanti soldi ed energie?

Seguite il mio ragionamento.

Spesso ci si lamenta, a volte anche in maniera feroce, che il self-publishing porta tutta merda nei book store, poi ti imbatti in un capolavoro come questo libro e pensi che il self-publishing è l’ultimo dei problemi del lettore medio e che, a volte, il self-publishing ci permette di scansare opere di eccelsa qualità come questo caso di Harry Quebert. Chi critica il self-publishing tutto tutto tutto dovrebbe essere bloccato su una sedia e costretto a leggere questo capolavoro dall’inizio alla fine, senza interruzione, e lasciato andare via solo al raggiungimento dell’ultima pagina.

Immaginiamo ora la scena di un povero scrittore sconosciuto italiano.

Scrive un libro, come lo ha scritto Joël Dicker, anzi, diciamo che scrive proprio quel libro. Inizia a mandarlo a vari editori. Lui è un esordiente che ancora non ha esordito. Non ha mai pubblicato nulla perché spera in un editore “vero”.

Nessuno gli risponderà mai. Sei fossi un editore di opere altrui lo avrei cestinato.

Diciamo che qualcuno se lo legge. Un editor lo avrebbe fatto a pezzi e questo esordiente se ne sarebbe tornato con la coda tra le gambe.

Un editor gli avrebbe detto che i dialoghi non vanno assolutamente bene. Sono molto più che irreali, se ne abusa. I personaggi non vanno bene, creano distanza con il lettore, ma non solo, sono stereotipi della peggior specie riuniti tutti nello stesso testo, inoltre c’è un eccesso di ripetizione del concetto di “GRANDE SCRITTORE” in ogni pagina. I concetti non devono essere ripetuti e ripetuti e ripetuti, soprattutto se sono concetti privi di senso e che non si legano in alcun modo alla storia.

Un editor gli avrebbe detto che il testo è troppo lungo e che la lunghezza non è affatto giustificata dalla trama visto che ogni scena è un modo per ripetere il concetto di “GRANDE SCRITTORE” mentre la storia non evolve, mentre la conoscenza coi personaggi non evolve e resta sempre sulla superficie. Ma, d’altra parte, se si parla di brutti stereotipi cosa ci sta da approfondire?

Un editor gli avrebbe detto che il libro non è un giallo, ci sono troppe cose mischiate dentro. Sembra una specie di saggio sulla scrittura che cerca di imitare però alcuni brutti film americani.

Un editor gli avrebbe detto di prendere cancellare tutto e riscriverlo da zero dando un’anima ai personaggi e concentrandosi sul giallo, lasciando da parte tutta la tiritera sul “GRANDE SCRITTORE”.

Un editore, dopo aver sentito l’editor, non lo avrebbe mai pubblicato e non gli avrebbe nemmeno risposto.

Gli esordienti dicono che sono gente che va di fretta che deve pubblicare la prima cosa che scrive e quindi non hanno modo mai di esordire perché vanitosi, narcisisti. Poi però ti pubblicano libri che normalmente, nella logica della buona narrativa, della buona letteratura, nessuno avrebbe dovuto mai pubblicare. Si organizza una grande campagna pubblicitaria, si parla di questo libro sui quotidiani, si vendono i diritti di traduzione, il testo viene tradotto e venduto ovunque nel mondo, però poi ci lamentiamo sempre di chi ha fretta di pubblicare o che – non sia mai possibile! È vergognoso! Udite, udite! – si pubblica da solo.

Un e-book pure fatto male. Sì, ha l’indice, ma il rientro del primo paragrafo sul Kindle Paperwhite te lo sogni.

Ma soprattutto, il contenuto del romanzo! È da brividi. Come abbiano fatto a decidere di tradurre una cosa del genere? Poi lamentiamoci degli esordienti ansiosi di pubblicazione e dei self-publisher. Mi sembra più semplice, più facile.

Certo, ci sono gusti e gusti. C’è anche chi ha amato e adorato questo testo. I miei complimenti. Io sono stato proprio nauseato, innervosito parecchio.

Critico tutti i bestseller? No, ma molti sì.

Qualche titolo di bestseller che merita?

Allora:

  • Stephen King in generale, soprattutto la prima produzione;
  • John Grisham;
  • André Acimar con “Chiamami col tuo nome”;
  • Matthew Dicks con “L’amico immaginario”;
  • Stephen Chbosky con “Noi siamo infinito – ragazzo da parete”;
  • Aaron Karo con “Mi chiamo Chuck. Ho diciassette anni. E, stando a Wikipedia, soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo”;
  • Elena Ferrante con la serie “L’amica geniale”.

Alcuni di questi titoli non sono narrativa e letteratura che diventerà un classico, ma la scrittura quanto meno è buona, i dialoghi molto sensati, c’è dietro la mano di chi sa perfettamente cosa sta facendo. A me “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker mi sembra un romanzo appena finito di scrivere di un ragazzo che non ha mai scritto nulla e che crede, come sempre accade, di aver scritto un super capolavoro che resterà nella storia e che ne è così convinto che ce lo mette in ogni pagina nel romanzo stesso, facendo un miscuglio di cose che un editor avrebbe tagliato via, eliminando intere scene, riscrivendo da zero tutti i dialoghi. Gli editor dicono spesso che non bisogna abusare dei dialoghi, che devono essere ridotti all’essenziale, che servono per far avanzare la storia, la trama, per caratterizzare i personaggi. Ma queste regole per caso valgono per me, per qualche altro scrittore e non per chi si fa pubblicare da quelli che qualcuno chiama “Veri Editori”?

Non lo so. Qui si finisce per mettere la carne sotto e i maccheroni sopra e va sempre bene, però se lo facessi io, ma mi rifiuto di farlo, sarebbero critiche e calci nel sedere.

Per fortuna che io non dico poi che tutta l’editoria fa schifo come fa chi legge un solo self-publisher o anche di più e avendoli scelti male. Alla fine una buona lettura bisogna saperla scegliere e oggi non è facile, soprattutto quando si parla di editoria tradizionale visto la qualità pessima sempre crescente di ciò che propone. Molti libri odierni saranno dimenticati e buttati al macero già tra qualche decennio, figuriamoci se da qui a cento, duecento o quattrocento anni qualcuno ricorderà i libri del nostro secolo in generale.

Almeno io ho i miei dubbi, poi magari mi sbaglio.

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7 risposte a "riflessione sull’editoria di “La verità sul caso Harry Quebert”"

  1. Non entro nel merito del romanzo perché non l’ho letto, ma che anche gli editori tradizionali pubblichino delle porcherie è un’osservazione, se vogliamo, scontata. Basta dare un’occhiata molto veloce ai primi titoli in classifica per trovare robaccia in abbondanza.

    Se poi, gusti a parte, ti chiedi come facciano certe cose ad essere pubblicate devi anche considerare che, come in tutti gli ambienti professionali, non conta solo cosa hai scritto ma anche (e spesso soprattutto) chi sei, chi conosci, di chi sei figlio, chi ti manda, che seguito hai. Se hai dubbi su un autore prova ad approfondire queste informazioni: vedrai che ti darai subito un sacco di risposte.

    In mancanza di tutti questi fattori è ovvio che all’autore sconosciuto, e magari pure esordiente, rimane solo lo scritto. E quello, se non ‘tiene’, viene naturalmente scartato. Può sembrare ingiusto ma, semplicemente, è naturale.

    Abbiamo comunque i mezzi per cambiare le cose, a lungo termine e con tanta pazienza. Come lettori possiamo fare scelte più consapevoli, ignorando le classifiche e i grandi editori (che comunque propongono anche belle cose) per andare a spulciare materiale meno conosciuto ma più curato. Richiede più lavoro ma ne vale spesso la pena. Come scrittori indipendenti possiamo invece continuare a rompere le scatole, sottrarre un lettore per volta, fare da ‘spine nel culo’ nel meccanismo dell’editoria. Una sana competizione può avvantaggiare tutti.

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