Stanco della vita o stanco della monotonia?


Image: (C) Giovanni Venturi

A volte mi interrogo su me stesso. Lo faccio per un attimo, a volte per un po’ di più di un attimo. Non mi trovo mai troppo soddisfatto e nemmeno riesco a migliorarmi. Sono tendente alla fuga da me stesso, da ciò che mi circonda.

Ogni tanto mi rilasso per le strade di Londra. Perché Londra? Perché è stato il mio primo amore per una città europea. Ho visto anche Spagna, Repubblica Ceca, Scozia, Irlanda, ma Londra ha preso un pezzo del mio cuore. Inoltre dicono se si è stanchi di Londra, allora si è stanchi della vita. Allora io cerco di capire se sono stanco della vita.

Perché, sì, sono stanco di ciò che mi capita, soprattutto in questa città dove vivo che sembra uscire da puntate della vecchia serie TV Ai confini della realtà. Spesso sono stanco di reagire, sono stanco di me stesso, ma poi non riesco ad avere la forza per darmi una strigliata da solo, per cambiare marcia e buttarmi tutte le cose che reputo negative e inadatte a me stesso alle spalle.

Me ne capitano spesso di tutti i colori, anche abbastanza fastidiose, per fortuna cado sempre in piedi, come si suol dire. A volte cavolate, ma metti 300 cavolate di seguito in un anno e penso che, forse, non so, dico forse, anche qualcun altro inizierebbe a innervosirsi parecchio. Certe cose che capitano, poi, nemmeno le puoi evitare. Sono parte del tessuto della città, del vissuto comune. O cambi luogo, e magari nazione, o fai finta di non vedere e stai zitto con la testa china, e muto. Zitto e muto, senza criticare.

Sono stato a Londra e non mi ha stancato, anzi, quando risalivo per l’ultima volta le scale mobili che mi portavano all’uscita della metropolitana ho dovuto trattenere le lacrime e nella testa mi rimbombava la domanda: “Perché? Perché? Perché?”. Ovvero: “Perché sto tornando in Italia? Perché non ho il coraggio che serve? Perché continuo a venire qua e non combinare nulla di buono? Potrei venire per un colloquio, per una serie di colloqui, e restare e poi si vede”. Sono un cacasotto di serie A.

A Londra osservo molto. Ho visto tantissime cose. L’atmosfera. Ho scoperto l’amore per lo Spitalfields Market dove fanno la pizza più buona di Londra a un costo decente e molto meglio di locali tanto blasonati. Andate da Sud Italia e mangiate una vera pizza. Hanno un camioncino con tanto di forno, impasto buono, cottura buona, ingredienti buoni. E sempre in quel mercatino – dove ci sono così tante bancarelle che vendono roba particolare e anche carina assai – all’ingresso c’è un chiosco dove servono un caffè italiano Vero. Ho sempre bevuto caffè nelle catene e non li ho mai trovati veri caffè, brodaglia che a volte paghi anche 3 £, ovvero molto più di tre volte il prezzo della città del caffè. Nelle grandi catene di caffè faranno bene il tè, il cappuccino, alcuni Muffin sono buonissimi, ma non il caffè espresso. Allo Spitalfields Market servono Illy Caffè, a 1.5 £ espresso singolo. Buono. Buono. Buono.

E poi ho visto più mendicanti. Anche molto giovani. Sui 25-30 e 40 anni. Sono aumentati o erano sempre lì e io non li avevo mai visti prima? Me ne è rimasto impresso uno. Ci sono passato davanti e l’ho ignorato. Serve una banca portatile se vuoi dare qualcosa a ciascuno di loro. Sono entrato in un negozio per prendere un biscotto, poi sono uscito e me ne sono andato, ma quello che aveva scritto sul foglio non mi lasciava sereno: “Oggi è il mio compleanno e compio 40 anni”. Ed era lì per strada sotto una coperta sopra a un cartone. Non so se fosse vero, ma quella scritta mi ha lasciato inquieto. Mi sono visto al suo posto. Sono tornato indietro e gli ho dato il mio contributo, qualcosa in più perché era il suo compleanno e perché avrei potuto esserci io al suo posto. E mi ha ringraziato mille volte. Io non ho fatto nulla di speciale, avrei davvero voluto che il suo compleanno non fosse stato vissuto in quel modo.

Londra è così grande, puoi vedere tante cose anche poco piacevoli, ma è comunque meno stressante della città dove vivo. Devo ammetterlo. Anche se un pochino stressante lo è, soprattutto in certi orari, tipo dalle 17 alle 18:30 in metro.

Una ragazza cinese è inciampata sulle scale, ma non quelle mobili, di una delle stazioni. Ho provato a soccorrerla, ma subito si è rialzata. Le ho chiesto se era tutto a posto e lei mi ha sorriso e detto di sì. In genere nelle stazioni della metro corrono come dei folli, ma lei non stava correndo. Sulle scale mobili in particolare sono come tanti piccoli Flash. Sono ossessionati dal ritardo? Figuratevi che ci sono diversi cartelli che dicono per l’appunto di non correre e di godersi il passo regolare per ovvi motivi. Io non correvo, li ho sempre lasciati superarmi. Non avevo fretta, ma mettevano un senso di angoscia. Un po’ come da un Tesco Metro dove c’era un sacco di gente che correva, di fretta, pareva quasi stesse per esserci una incombente guerra e tutti a fare rifornimenti di cibo, e poi le ragazze che gestivano le casse automatiche: “Next one, please” (“Il prossimo cliente, per favore”). E la gente che si alternava alle casse con una tale rapidità! Ma che stress, che ansia.

E vicino Covent Garden (una via centralissima e chic) mezzo metro più avanti alla mia sinistra il negozio Vodafone. È successo tutto in gran fretta. Pochi secondi. Una specie di boato. Mi giro e vedo il lato superiore dell’espositore dei cellulari sganciato e buttato a terra con tutti i fili elettrici al seguito, e uscire di corsa 4-5 ragazzi sui 25 anni, forse 30. Non ne riconosco la nazionalità. Corrono come pazzi e si infilano subito nel vicoletto a sinistra. Due secondi dopo i commessi richiudono le porte e parlano tra di loro senza far entrare più nessuno. Mi fermo per capire a cosa ho assistito, ma non capisco. Una rapina? Una sorta di protesta contro Vodafone?

Rapina di contante? penso, ma non credo. Ho visto, il giorno dopo, un cartello con la scritta: “Questo negozio non accetta contanti”. Non so se è stato in seguito a questo episodio, magari era l’ennesimo, che hanno apposto la scritta, ma può darsi di no. Non posso sapere tutto o ricordare tutto. E poi a Londra pagano tutti con carta la maggior parte delle volte. Non mi stupirebbe sapere che il cartello è lì magari da due anni.

Hanno rubato i cellulari? Ma non sono modelli demo? Cioè non hanno funzionalità bloccate? Forse sanno come sbloccarli? Non ci ho capito nulla.

Image: (C) Giovanni Venturi

Come potete notare, io non guardo solo le cose belle, le luci, i colori, il buon cibo, ma tutto quanto.

In questi giorni ho visto tanti arabi e cinesi ben vestiti, con iPhone alla mano, con grosse buste di carta di Zara. Più europei ed eleganti degli europei stessi.

E tanti negozi che cambiano gestione, nome, aprono, chiudono. Arabi e cinesi che comprano tutto. Hotel che diventano ristoranti con raffinata cucina cinese. Un ristorante italiano che aveva all’ingresso responsabili cinesi. E, in tutto questo, vogliono uscire dall’Europa con una Brexit pendente di cui non si sa se si fa davvero, quando e con quali conseguenze e per chi. So solo che Easyjet sta riducendo il numero dei voli di ritorno da Londra da certi aeroporti. Ho letto che la compagnia cerca di approdare a Vienna, se non ho letto male.

Il sabato sono stato anche al Bermondsey Street Festival, vicino alla fermata di London Bridge. Cibo di strada con birre, panini, dolci, anche cannoli siciliani, eh, band musicali che suonavano su un palco, gente che ballava e cantava. In un quartiere popolare. Una varietà di colori, di immagini, di sensazioni.

Non puoi descrivere Londra in base a un solo luogo o a un solo episodio, sarebbe riduttivo e sbagliato, eppure, ogni volta che mi ci accosto, nonostante noti tante piccole cose che non so se nel quotidiano apprezzerei, mi sento molto più che a casa mia.

Tra l’altro sono stato accolto da belle giornate di sole, mi sono sdraiato sul prato di uno dei tanti parchi che ci sono. Rilassato al massimo, sereno come non sono mai stato. Ah, e ho preso il sole su una sedia a sdraio anche allo Spitalfields Market (appena un po’ più avanti del chiosco del caffè). In una piazzetta che fa da ingresso a questo mercatino, ma dove ci trovi anche ristoranti e pub, dove c’è uno dei negozi della catena Hotel Chocolat dove mi ci sono immerso… Adoro la cioccolata.

Insomma, mi ci voleva, sono stati bei giorni, bei momenti, davvero belli. E, tornato qui, già ne sento la mancanza.

Sono stanco della vita o stanco della monotonia, dei problemi quotidiani? O di me stesso? Di ciò che avrei potuto essere e di ciò che avrei potuto fare se avessi avuto…

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6 risposte a "Stanco della vita o stanco della monotonia?"

  1. Stanco del lavoro, direi. Sei andato in vacanza, senza obbligo alcuno, e ti sei rilassato. In un luogo che già ti piace e conosci, quindi senza l’ansia del primo viaggio, dove sono, dove vado, come ci arrivo. Poi non sono convinta che vivere e lavorare a Londra sia così idilliaco.
    Però anche a me ogni tanto prende quella voglia di spaccare tutto, fare la valigia, attraversare la Manica a nuoto (io e l’aereo ancora no tanto amici) ma arrivare su su in Scozia, e cavoli, ci potrei proprio aprire un Illy caffè! …col whisky! 😉

    1. Stanco anche dei problemi quotidiani e ancestrali e della strafottenza della gente dove vivo. Nessuno ama la città e le persone che vivono in essa. È un caos disordinato e intricato quotidiano. Mette un’ansia che non augurerei a nessuno. Anche io non sono così convinto che Londra sia la scelta ideale, ma chissà… 🙂 . Bella la tua idea.

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