diario scrittorio: mercoledì, 4 aprile 2019


A parte il silenzio e la concentrazione, la scrittura va affrontata di petto. È solo scrivendo che si arriva a conoscere meglio una storia e che ci si va incontro al percorso che è segnato e che non è sufficientemente noto finché non se ne trovano i passi. È come una luce magica che di notte in un bosco illumina un sentiero che prima non sembrava essere lì e che seguendo il quale si giungerà a destinazione.

Certe scene sono inevitabili, necessarie, affinché il lettore non possa restare deluso, affinché il tuo personaggio, creato con cura, con amore, non resti incompleto.

Com’è il rapporto tra padre e figlio? Un confronto generazionale che spesso ne risulta burrascoso, ma quando un rapporto si è perso nel tempo e una situazione spinge a ritrovarsi da soli in un viaggio insieme verso risposte dolorose, allora vorresti evitare di scrivere quella scena perché non puoi limitarti a buttare giù qualche paragrafo tanto per mettere lì la scena, la devi scrivere in maniera ragionata, ponderata, senza usare troppe parole, spingendoti magari sui silenzi, sulle azioni, magari anche banali come prendere un caffè da un distributore automatico.

Parlo di uno dei temi che ho sempre avuto a cuore. Il rapporto padre-figlio che si ha lungo tutta la serie de “Le parole confondono” e che in questo quinto volume coinvolge il protagonista, voce narrante, e suo figlio.

Nella scrittura le lunghe pause fanno male, anche lo scrivere pochissimo fa male. Per pochissimo intendo anche solo due paragrafi. La concentrazione non sempre è disponibile, perché serve in modo particolare quando si sta latitando da un po’, come nel mio caso, in cui sono passati più o meno dieci giorni in cui non ho messo insieme nemmeno una virgola e una parola.

A volte ho smesso con questa cosa che mi fa stare bene perché non mi faceva più stare bene. Pensavo di continuo a quali risultati mi ha portato. Pochi, anche se i lettori ti stupiscono sempre. Ne perdi due per nessun motivo particolare e ne conquisti altri due per lo stesso motivo.

Perché mi fermo? Per chi scrivo? Per un lettore ideale? Non credo, cioè non penso esista, anche se se ne parla spesso in corsi di scrittura creativa. Non ricordo se anche Stephen King lo cita nel suo saggio On Writing, adoro questo scrittore, ma perdonatemi se non mi viene in mente. Ho letto il testo quando è uscito, ovvero molti e molti anni fa. Non ho ricomprato la nuova edizione.

Nel mentre ogni tanto mi guardo il booktariler quasi completo del romanzo sull’editoria, ma se non finisco di scrivere questo quinto volume de “Le parole confondono” non penso riuscirò a mettermi a editare il romanzone, anche perché in teoria mi sarebbe molto più utile rieditare il primo volume de “Le parole confondono”. Ho anche iniziato. Sono ancora al 72% del lavoro, ma lo interrompo spesso e per lunghi periodi. Lo sto facendo solo perché primo e quinto volume sono legatissimi per quanto si leggono in modo indipendente, ma mi serve mantenere la coerenza sulla storia.

L’ho iniziato a rileggere per prendere appunti e mi sono accorto che il mio editor non ha fatto tutti i compiti, e ora tocca a me porvi rimedio, per quanto a volte si tratti di finezze, sto correggendo anche atteggiamenti un po’ ripetitivi che all’inizio non sapevo non andassero bene, la punteggiatura, rimozione di alcuni pezzetti non necessari, alcuni verbi, semplificazione di alcuni concetti.

Ho imparato tutte queste cose nel corso degli anni, a editando in modo molto preciso dopo aver pubblicato altri 5 romanzi e aver concluso un romanzo su cui lavoro da sette anni e su altre storie che arrivano in mente e di cui scrivo il primo capitolo e poi lascio maturare. Certo, nessuno che edita può dirsi arrivato. Si impara sempre qualcosa di nuovo. In questo caso è ancora più facile sistemare questo romanzo perché so bene quale è la direzione della storia, visto che ha ben altri quattro libri a seguire, e so come mettere a posto ciò che sembra ancora non esserlo.

Era proprio necessario fare questo lavoro di editing su un testo vecchio? All’inizio pensavo di no, credevo fossero poche cose, ma più leggevo, più mi rendevo conto che il testo doveva essere aggiustato. Potrei ritrovare qualche nuovo lettore nel mentre poi finirò di scrivere il quinto volume. Non so se li pubblicherò insieme: nuovo primo e quinto, ma non credo lo farò.

Vedremo.

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