“Cose più grandi di noi” di Giorgio Scianna


copertina del libro
“Cose più grandi di noi” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna è un autore che già ho incontrato precedentemente, ma che in questo libro non riesce a rendere il pathos e la tensione narrativa che si avvertiva in “Qualcosa c’inventeremo” e in “La regola dei pesci”.

La storia di “Cose più grandi di noi” si inserisce in quelli che sono stati i famosi anni di piombo con il terrorismo delle Brigate Rosse, che in questo libro restano in un sottofondo sfumato e sbiadito al punto che l’autore non riesce a mostrare in pieno il contesto, la storia di chi ha vissuto quel tempo e che, invece, non per il romanzo, già conosce e ricorda.

Margherita ha 18 anni. È stata arrestata all’università per aver partecipato ad alcune riunioni dove c’erano i compagni delle Brigate Rosse. In seguito, la ragazza racconta (solo in parte) ciò che sa per aiutare le indagini e per permettere alla polizia di catturare i terroristi, assieme anche alle testimonianze di altri pentiti come lei. Per questa sua collaborazione le viene permesso di uscire di prigione e scontare la condanna agli arresti domiciliari. Resterà confinata in una stanza di un miniappartamento che non è il suo assieme al padre, in una piccola casa dove non può nemmeno affacciarsi al balcone. Eppure non a tutti è piaciuto quanto le è stato permesso per aver tradito il movimento.

Oltre al contesto storico, anche i personaggi non sono avvicinabili, non si sa cosa pensano. Li si vede solo muoversi, senza esternare emozioni, senza uscire un po’ più allo scoperto coi loro sentimenti in una situazione narrativa che lo richiederebbe, ci provano ma in parte così minima che comunque, alla fine, al lettore, restano estranei.

Anche con la protagonista Margherita accade la stessa cosa. Non si ha idea del motivo che l’abbia spinta verso certe scelte, forse non lo sa nemmeno lei ma, visto il tema difficile, sarebbe stato interessante, forse necessario, illuminare il lettore un po’ in più.

Il personaggio meno riuscito di tutti è la sorella di Margherita, quello che ne esce più interessante e caratterizzato in piccola parte, invece, è il fratello quattordicenne Martino, ma che resta comunque inavvicinabile, nemmeno il suo legame con Margherita è costruito in una narrazione più approfondita. Il lettore ne ha un’idea vaga, ma non ha il tempo di andare a fondo meglio. Infatti, quando anche Martino viene puntato, e in teoria il lettore dovrebbe rimanere col fiato sospeso, incollato alle pagine, la storia resta prevedibile e affrettata.

Un romanzo breve un po’ troppo sintetico e non molto ricco di introspezione, inoltre, a volte, accade che la narrazione passa da una terza persona immersa a una terza persona onnisciente confondendo il lettore su chi stia davvero raccontando gli eventi.

Credo lo si potesse migliorare molto focalizzandosi meglio sulle storie dei singoli personaggi, sul rapporto tra la madre e il padre di Margherita, sul legame di Martino con la sorella, magari raccontandoci, mostrandoci qualcosa in più. Certo, il romanzo non è male, è scritto in maniera fluida, si legge in poco tempo, ma alla fine manca quel pathos e quella tensione narrativa molto presenti in “Qualcosa c’inventeremo” e in “La regola dei pesci” che, dopo aver chiuso le pagine, ti fanno chiedere e richiedere che fine hanno fatto quei personaggi.

Non è sempre vera la regola che “less is more” (“meno è meglio”) anche perché, in questo romanzo breve, di storia c’è poco. “Cose più grandi di noi” conferma che non è mai male soffermarsi e caratterizzare meglio i personaggi, farci capire anche cosa pensano, darci un po’ di storia sul passato che riesca a farceli amare, odiare, metterci nei loro panni con le ansie, le paure, le gioie, sentirli più vicini, insomma. Non è sbagliato perché è l’unico modo di legare a storie che non ci appartengono, ma che possono diventare nostre solo se l’autore ce lo permette.

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