Scrittura, aspettative e realtà


Foto di Free-Photos da Pixabay

Oggi tutti scrivono, tutti pubblicano, tutti sono editori e nessuno sa la differenza tra:

  • editoria classica;
  • editoria a pagamento;
  • editoria a doppio binario;
  • selff-publishing;
  • tipografia.

A volte, anche quelli che si proclamano self-publisher *NON* sanno cosa sia il self-publishing. Tanto per essere puntigliosi – lo so, non dovrei cercare i punti sulle i se spero che qualcuno commenti il blog e non cambi articolo all’istante – non si chiama “self” o “Self Publishing”, ma “self-publishing”, ovvero si ricorre a una parola composta inserendo un trattino tra le due parole in lingua inglese “self” e “publishing”.

Non che ce ne possa importare più di tanto, voglio dire. O che la cosa mi sconvolga. Anzi, mi annoia profondamente.

Il fatto però è che, in alcuni casi, tutti si fanno maestri. A volte… o spesso. Quante volte abbiamo sentito la gente giudicare scrittori in erba e non prendersela mai con Hemingway e/o col traduttore che nel racconto “Cinquanta bigliettoni” ha completamente sbagliato tutti i tempi verbali mischiando presente e passato remoto in maniera evidentemente errata? Roba che nemmeno nel peggior libro che abbia letto fino a questo momento è successo.

Una volta qualcuno, non accettando un mio consiglio per una correzione in un suo testo pubblicato, mi disse: “I tempi verbali sbagliati, dici? È voluto”. Ora capisco. Si cercava di imitare “Cinquanta bigliettoni” di Hemingway, o anche “Cecità” di José Saramago che nella parte iniziale confonde il lettore sbagliando i tempi verbali.

Torno ancora una volta su questi argomenti perché oggi sto leggendo il libro di un amico che dice essere stato pubblicato da un editore che lo ha fatto pagare, ma lui è contento. Lui dice che gli ha anche corretto il libro.

Il libro *NON* ha editing e nemmeno correzione di bozze, quello che il mio amico chiama correzione sarà la semplice impaginazione per la stampa.

Il libro non ha nemmeno un codice ISBN. Non c’è sulla pagina iniziale e non c’è dietro dove qualsiasi editore, me compreso, deve mettercelo assieme al codice a barre.

Si è scambiato un tipografo per un editore. Non conoscendone la differenza è facile che accada e che si paghino i soldi non per pubblicare, ma per la stampa.

Ovviamente io mi farò i zzi miei, però mi duole tantissimo che questa persona si sia fatta volutamente raggirare. O, semplicemente, davvero non conosce la differenza tra tipografo ed editore. Magari hanno fatto un contratto di stampa, anche se il mio amico parla di pubblicazione.

Da questa lezione imparo una sola cosa. Davanti a esigenze diverse non importa nemmeno conoscere la differenza tra, scusate se insisto, editore e tipografo e se la vuoi spiegare vieni visto magari pure come un invidioso, o uno che non è partecipe della felicità altrui.

Che ognuno si renda felice a modo suo.

Oggi è difficile essere felici e se stampare un po’ di copie pagandole si scambia per vera editoria, chi sono io per disilludere o distruggere la felicità di una persona? Non sono così infame, o stronzo. A me dispiace solo profondamente, molto profondamente.

Tutto qui.

4 risposte a "Scrittura, aspettative e realtà"

  1. Io evito con cura di entrare in disputa con essi. La gente capisce solo quando prende le “facciate” (come si dice dalle mie parti). Se spieghi loro che pagare per pubblicare è un errore, che non si fa, non ti credono. Dopo, forse, iniziano a comprendere.
    D’altra parte, quando un Paese costruisce se stesso sull’idea che studio e impegno non servono, bastano i soldi e la faccia tosta per arrivare dappertutto, il risultato, a tutti i livelli, è questo.

  2. Però, Giovanni, l’accostamento fra l’esordiente in self e Hemingway o Saramago mi pare eccessiva: non è solo un problema di tempi verbali (le scelte stilistiche così estreme sono appannaggio solo dei grandi, dovresti saperlo!), ma di quello che raccontiamo: vuoi mettere il messaggio potente che scivola in mezzo alle pagine di “Cecità” con qualche storiella ben architettata, ma priva di forza di uno che sta provando a diventare scrittore? Sono imparagonabili: il confronto va fatto sullo stesso piano, fra autori che si autopubblicano e autori che pagano una casa editrice, per esempio, lì il gioco è alla pari e possiamo fare tutte le critiche che vogliamo.
    Poi sono d’accordo sul resto: io, che non sono nessuno, non vado a sindacare sulla scelta di chi ci sta provando a essere qualcuno. Posso dare un suggerimento, dire come la penso, ma mai giudicherei chi ha preso decisioni che io mi guarderei bene dal prendere.

    1. Il mio era fare ironia 🙂 . So benissimo la differenza tra poco e tanto.
      Però non mi piace che la gente scriva in modo sgrammaticato voluto senza criterio. Si fosse trattato di un dialogo di un personaggio non colto allora ci sta bene il non rispettare la grammatica, ma così non ha senso. Che sia pinco pallino o che sia un autore che ha fatto storia per me è uguale.
      Che poi ho cercato in rete e mi sono imbattuto in due versioni in inglese di quel racconto. Una era coi tempi errati e l’altra no. Non so esattamente come sia successo che abbiano pubblicato la versione sbagliata.

      Di autori self-publisher non leggo il primo che capita. Seleziono molto. Mi leggo le anteprime e se non mi convincono, fosse anche per la punteggiatura, scarto. Mi perderò grandi capolavori? Pazienza.
      Posso dirti chi leggo degli autori indie come me. Tanto sono pochi e non penso di dimenticarne qualcuno per strada: Rita Carla Francesca Monticelli, Marco Freccero, Morena Fanti, Francesco Zampa, Stefano Castelvetri e Isabel Giustiniani.
      Ho provato a leggere qualcun altro, ma le anteprime lette, alcune nemmeno per intero, non erano a loro favore. A volte anche per il semplice fatto di avere paragrafi separati da spazi, percepire una assenza di editing o di bassa qualità, o assenza di indice interno dell’e-book (chiedo sempre al personale Amazon prima di azzardarmi all’acquisto). Io quando mi ci metto sono terribile 😉 .

      E poi comunque non capisco perché Hemingway debba alternare i tempi verbali. Non ha alcun senso. Può essere grande quanto vuole, ma in quel racconto non lo era. Alcuni suoi racconti mi sono piaciuti molto, altri meno. Meglio i racconti di un amico comune 🙂 . Li sentivo più vicini, ricchi di quei piccoli dettagli che ti trascinano nelle storie.

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