Appunti di viaggio n°1 – La lunghezza di un romanzo


Ci sono giorni che non ho voglia di scrivere perché non sono sicuro in che modo voglio finire il libro a cui sto lavorando. A volte mi chiedo se non stia raccontato una storia sbagliata.

In genere sono molto critico, anche con me stesso, e il non riuscire a capire quanto ci sia di buono in quello che si scrive mette un po’ in crisi. Voglio dire, magari l’idea è buona, ma se lo stile non fosse altrettanto efficace? Se ci fossero tratti troppo lenti?

In realtà io già so come finirà il romanzo. Ho visto e rielaborato la scena più volte nella mia mente e so che finirà in un certo modo. Quello che a volte mi sembra difficile, è il riuscire a legare il resto in modo da giungere al finale. Credo sia normalissimo visto che solo quando avrò scritto tutto potrò rendermi conto se alcuni pezzi vanno eliminati o riscritti di nuovo, legati meglio. Il problema è che io sono prolisso. Il fatto stesso che mi piace scrivere mi porta a mettere tante parole assieme, eppure vedo romanzi che si concludono in sole 100 pagine. Non solo, ma, a volte, riescono ad essere pieni ed essenziali, un po’ come il romanzo di Paolo Di Paolo che ho letto. Non ricordo di preciso, ma non andava oltre le 120 pagine, diciamo un racconto lungo, più che un romanzo. Altre volte sono un’accozzaglia di parole che definisce una bozza di romanzo, ma che spacciano per un romanzo vero e proprio. Fini operazioni commerciali.

Per me la dimensione di un racconto va dalle 3 alle 150 pagine, mentre quella di un romanzo parte dalle 200-250 pagine fino a un massimo di 450-500. Naturalmente è solo una mia idea, non è una regola che ho visto scritto da qualche parte. Stephen King, per esempio, ha scritto vari romanzi che superavano abbondantemente le 500 pagine. “It” e “L’ombra dello scorpione” arrivano addirittura a 1200 pagine circa. Sono ben fatti, ma come si fanno a gestire tutte quelle pagine? Come si fa senza perdersi? Senza rendere incoerenti e inconsistenti dei passaggi o tutto il libro? Ah, naturalmente nessun editore italiano pubblicherebbe un romanzo di 1200 pagine 🙂 . Nemmeno a uno scrittore noto. King ha collezionato sui 50 libri, forse di più. Ha scritto di tutto, ha usato vari stili, si è anche cimentato in diversi generi letterari, infatti ha addirittura creato una saga fantasy/western di ben 7 volumi. Carlos Ruiz Zafon, con il suo libro “Il gioco dell’angelo”, ha raggiunto le 800 pagine circa, ma mi ha deluso. Troppe pagine per presentare una versione di libro molto simile al suo capolavoro “L’ombra del vento”. Alla fine non ne potevo più di leggere quel libro. Eppure se non avessi preso il suo libro precedente, se non mi fosse piaciuto, a meno che non si trattava di un classico, non lo avrei mai comprato.

Certo, in alcuni momenti penso ci sia molto materiale in quello che scrivo, forse darebbe possibilità a un paio di libri. Come ho iniziato a scrivere “Con tutto l’amore”? Beh, avevo ripreso un vecchio racconto e lo avevo iniziato a correggere, con l’idea di trasformarlo in un romanzo. Avevo anche abbozzato una possibile trama, ma non mi convinceva. Ho lavorato sulla prima pagina, triplicando la dimensione iniziale, poi a un certo punto c’era un’idea fissa che si faceva spazio nella mia testa. Ho iniziato a scriverne e ho capito che stavo scrivendo un altro romanzo, completamente diverso da quello iniziale, quello per cui non avevo molte idee. Il bosco però c’è ancora e tra poco lo si intravederà pure. Ma quella parte è difficile da scrivere. Lì c’è il climax, ovvero la parte più carica di tensione di tutto il romanzo. Fare fiasco con il climax equivale a buttare tutto il resto… certo, volendo, pure un attacco deludente fa lo stesso effetto, anzi magari il lettore non si scomoda nemmeno a degnare il libro della giusta attenzione, beh togliamo anche quel “magari”. Nessuno compra e considera un libro con un attacco non convincente, giustamente. Ah, e vogliamo parlare del finale? Ne vogliamo discutere? Alcuni romanzi di King sono belli, ma vi giuro che alcuni hanno un finale deludente che rovina tutto il libro.

Quindi, se proprio dobbiamo dirlo, il libro lo si valuta nell’insieme e, ogni parte, deve essere fatta per bene. A differenza della realtà dove le cose accadono per caso, in un romanzo, in un racconto, è tutto preciso e nulla è al caso. All’inizio non è così. Si inizia a scrivere e poi man mano vengono fuori le varie scene che tutte assieme formano la trama e permettono di delineare personaggi e stile. In ogni caso aspettare l’ispirazione porterebbe a non scrivere mai. Anche se si ha in mente l’inizio e la fine, non si ha in mette tutto il resto e poi chi ci dice che il finale non cambi? Chi ci dice che i personaggi non chiedano all’autore di prendere altre scelte? È o non è ispirazione? 🙂 E tutto questo mi fa chiedere e richiedere se quello che sto scrivendo piacerà o meno. A me è ovvio che piace, infatti se trovassi qualcosa che non mi piace mi limiterei a riscriverlo o a cambiarlo finché non mi sta bene. Uno scrittore deve avere un riscontro da parte del pubblico. Il confronto è inevitabile. Senza il lettore non esiste lo scrittore e viceversa, ma non è solo questo, infatti a me interessa scrivere bene e non scrivere per vedermi in libreria dove magari nessuno comprerà mai. Sapete come ho acquistato “L’ombra del vento” di Zafon? Ne ho letto una recensione positiva in un blog, così mi sono incuriosito quando me lo sono trovato avanti in libreria. L’ho sfogliato, ho letto la trama, l’incipit e l’ho preso, poi l’autore del libro ha fatto tutto il resto e mi è piaciuto. Un paio di giorni fa ho comprato “Marina”, sempre di Zafon, pare sia stato il suo primo libro. Sono 300 pagine e sono fiducioso che l’autore stavolta non deluderà. Spero che un giorno possa trovarmi anche io nella posizione di Zafon o comunque di un buon autore 🙂 . Vorrei qualcuno parlasse bene di quello che faccio e che ci fosse il passaparola sui blog e tra i lettori. Lo so, me ne sto andando di testa, ma non vi preoccupate, so perfettamente che serve molta passione, impegno, costanza e sacrificio. Come in tutte le cose in cui si vuol riuscire bene e in cui si punta in alto.

Al prossimo appunto di viaggio 😉 . Tornerò a raccontare qualcosina del mio libro. Giusto per solleticare la curiosità. Se poi il tutto resterà nel cassetto, beh, non importa, ma mi fermo qui sennò mi odierete 🙂 .

A presto.

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3 thoughts on “Appunti di viaggio n°1 – La lunghezza di un romanzo

  1. Ciao.
    Hai un bel modo di approcciare e di ragionare sulla costruzione e sulle problematiche di un testo. Personalmente sono convinto che certi fattori e certe caratteristiche, come anche la lunghezza e lo sviluppo di un’opera letteraria, siano connaturate alla propria individualità, alle peculiarità della propria voce, che è quella attraverso la quale un lettore dovrebbe sceglierti e seguirti. A volte questi fattori non si scelgono ma ti scelgono, diventano la tua chiave, con tutti i limiti e i pregi che una nuova chiave di accesso possa comportare per uno scrittore. Bisogna comunque rischiare e svilupparli nel modo più organico e naturale.
    Trovo che sia molto stimolante e importante analizzare questi aspetti, come stai facendo tu.
    Complimenti e auguri per i tuoi appunti e per tutto quello che di buono ti porteranno,
    luigi

    1. Grazie ancora. Ho visto che hai pubblicato nelle Instant-anthology di Giulio Perrone Editore, vorrei tanto partecipare a quella sull’avarizia ma non mi viene in mente nulla che riesca a resistere non più di 3 cartelle come richiesto, beh, diciamo, che sul tema dell’avarizia non mi viene in mente nulla proprio. Mi sa che devo mettermici e scrivere senza pensare troppo, poi quello che ne viene si valuta 🙂 .
      Ciao,
      Giovanni

      1. A me la storia è scaturita fuori dopo una serata con amici a Salerno. La sera dopo ho buttato giù tutto quello che era accaduto, in pochi minuti, immaginando una situazione di avarizia immaginaria che mi riguardava. È stato molto divertente. È probabile che se non fossi uscito con loro non avrei neanche partecipato, chissà.
        In bocca a lupo,
        luigi

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