self publishing… che brutta parola!


Un po’ di tempo fa ho seguito una polemica di chi accusa gli autori di self publishing di essere un po’ troppo vanitosi pur non avendone alcun valido motivo.

Sì, è vero. Pubblicarsi a “tutti i costi” può sembrare un modo come un altro di buttarsi una zappa sui piedi a prescindere dal valore di ciò che si pubblica. Senza un editore si è bollati come “poveri sfigati” e, in alcuni casi, dà fastidio, può portare a minor testi di qualità e può indispettire alcuni editori. Sono miti da sfatare.

Quello che non è vero in assoluto è che gli autori che si autopubblicano sono scadenti e, soprattutto, spacciare l’autopubblicazione per Editoria a pagamento. Questa si chiama disinformazione.

Partiamo dal principio.

Cos’è l’editoria a pagamento? Chiunque mette qualche parola su carta, contatta un editore a pagamento e questo, senza farsi alcuna idea sul testo (non lo legge), chiede di pagare 2000-3000 EUR per stampare il libro e, forse, per diffonderlo. Tutto finisce lì, poi la diffusione sta all’autore.

Cos’è l’editoria NON a pagamento? È un qualsiasi editore che leggendo il testo che gli avete inviato si fa un’idea di quello che avete scritto e se non gli piace può decidere di dirvelo o di scartare l’opera senza alcuna comunicazione. Nel caso il vostro testo piaccia, allora vi proporrà di pubblicarlo curandone ulteriormente la forma e tutto quanto diventa il vostro libro, inclusa la diffusione.

Cos’è il PoD? Il Print on Demand è la stampa a richiesta. Il libro viene stampato solo quando qualcuno lo acquista e non ha costi e chiunque vi può accedere.

In genere un autore che non ha mai pubblicato nulla difficilmente arriva ai grandi editori. Sono casi rarissimi e non documentabili. Nessuno dirà mai come veramente si è arrivato a Feltrinelli, a Mondadori, a Einaudi, a Fandango, ecc… Diciamo che nemmeno ci interessa. Servirà un agente importante, un’agenzia letteraria importante. E ciò vuol dire grosso investimento economico, e magari anche un testo di partenza che abbia tratti interessanti… Certo è che una volta arrivati lì non ci si deve preoccupare di dovre fare 2345 presentazioni per diffondere il testo, ma torniamo al self publishing.

Ho letto anche autori che si sono pubblicati da soli (li ho anche recensiti alcuni sono stati notati e pubblicati poi da un editore, vedi intervista di Pietro De Viola). Ho letto autori classici, autori moderni (il mio «maestro» è Stephen King), diversi libri di esordienti, insomma di tutto un po’. Posso assicurare che non è vero che chi si autopubblica va scartato a priori senza saper nulla del testo in questione.

In alcuni libri di autori esordienti la forma del testo non è per nulla curata. Di mestiere non faccio l’editor o il correttore di bozze, quindi se dico che un libro “va ancora corretto” sono convinto che nelle mani di un buon editor può davvero migliorare molto e il lettore ne guadagna con un’esperienza di lettura di gran lunga superiore. Ne sto leggendo uno che non so se finirò. Mi innervosisce molto dover rileggere più volte le frasi e sentirle strane, restare confuso. Avrei voglia di fare la stessa cosa che ho iniziato a fare da un po’. Buttare nel cestino della carta da riciclare i libri che non mi piacciono per nulla o che se non fossero stati pubblicati nulla ci cambiava… anzi no, qualcosa cambiava, ci ritrovavamo in tasca qualche decina di euro in più.

Ora mi domando, certo non è la prima volta che lo faccio, se dietro questo autore c’è una casa editrice che avrebbe in teoria curato la forma, una casa editrice che non ha chiesto contributo all’autore, allora dove si è creato il problema? L’editor era in vacanza? Dormiva? Lo pagavano poco? Si è licenziato? Forse la correzione della forma del testo va in mano a un correttore di bozze? Chissà… Che farselo a fare il problema? Visto che anche i grandi editori fanno operazioni di marketing pure peggiori?

Ho letto libri di piccole case editrici curati in tutto e per tutto. Piacevoli e interessanti. Qualche titolo? “Io volevo Ringo Starr” di Daniele Pasquini, “Il Paese Bello” di Stefano Sgambati. Entrambe editi da Intermezzi Editore.

Quindi, dire che il self publishing è per sfigati che nessuno vuole pubblicare è completamente falso… Un autore, a volte, può decidere che sia più semplice e più comodo pubblicarsi da sé. Dipende dai casi, ovviamente.

L’autore può benissimo investire su di sé, far curare il testo a qualcuno, scegliersi la copertina giusta, leggere, rileggere, modificare, finché non si ritiene il lavoro concluso… Che poi non è mai davvero chiuso, a leggere e rileggere ti vien sempre voglia di cambiare quanto scritto, però a un certo punto ci si ferma. A volte 2 anni non bastano per un romanzo, poi quando senti un autore di una casa editrice medio/grande dire «ma, sapete che il romanzo l’ho scritto in 20 giorni?» allora ti fai una panza di risate. 20 giorni? Ah sì? Be’, ci credo sì. 😉

Tanto tempo, tanta cura, tante energie e poi magari finisci o in mano a un editore che chiede soldi o in mano a un editore che non ha mezzi e che non ha distribuzione in libreria. E non è colpa sua visto che servono tanti di quei soldi che difficilmente un piccolo editore può permettersi una distribuzione se vuol continuare a pubblicare autori. E allora fatti 2345 presentazioni per rendere noto al mondo che ci sei anche tu e che hai pubblicato con un editore vero. Tanti sforzi per vendere un libro che è tuo, ma su cui hai rinunciato ai tuoi diritti. Quindi ti chiedi, ma se mi fossi autopubblicato cosa cambiava? Ah, sì, l’editor… non lo avrei avuto… Vabbe’, sai che ti dico? Me ne pago uno e ho risolto. Oppure mi va di pubblicarmi da solo. Punto e basta. Ho già un “pubblico” microscopico, fa nulla, e mi va bene così. Chi si accontenta gode, no?

L’editore ha i contatti con giornali, critici, con un pubblico più vasto di quanto un autore da solo non ha. Un autore scrive e non tutti sono pieni di fan ancora prima di pubblicare, no? Sì, questo è vero per gli editori veri. Non è vero per chi più di un editor non ti dà. Alcuni demandano il compito completo all’autore e a quel punto si ritorna a chiedersi: “ma di un editrore così che me ne faccio? Visto che gli devo vendere i miei libri!”.

L’editore ha un occhio critico sul tuo testo. Vuoi mettere la soddisfazione che qualcuno creda in quello che hai scritto? Se ti autopubblichi chi te lo dà un giudizio veramente obiettivo? Magari facendolo leggere a persone sconosciute che non hanno alcun interesse a dirti “bello, bello”, no? È difficile trovarne e se poi succede e presentano il tuo testo con altro titolo a un editore? Come la metti? Non sarebbe bello.

L’autopubblicazione è un atto di gran coraggio, moltissimo coraggio. Se il testo fa cilecca c’è sempre qualcuno pronto a bollare l’intera categoria con “sono sfigati che si autopubblicano, c’è anche da sprecare il tempo a leggerli?“. È chiaro che la percentuale che produce un buon testo non è così alta rispetto a chi trova un editore e si affida in tutto e per tutto ai loro editor e correttori di bozze, ma… come ho detto non è sempre così.

La sintesi del mio pensiero è : Se ci sono editori che hanno pubblicato autori che avrebbero fatto bene a NON pubblicare, o a supportare meglio, allora siamo tutti autorizzati.

Buona autopubblicazione a tutti!

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4 thoughts on “self publishing… che brutta parola!

  1. Sono tutti punti condivisibili. Mi va benissimo il self-publishing, per tanti motivi sono tentata di seguire questa strada. Non sono molto d’accordo con un editing a 3 euro la cartella a fronte di un romanzone di 350 cartelle.

    1. Eh, sì. Ha centrato il punto della questione. L’unico motivo che ci blocca è il costo improponibile di un editing che viene sui 1000-1200 EUR. Mentre sto combattendo per vedere se posso dedicarmi 3-4 giorni per un viaggetto non spendendo quei 1000-1200 EUR… che se proprio fossi costretto spenderei per l’appunto per un viaggio piuttosto che per le correzioni indispensabili che un autore non può mai fare davvero su una sua opera. C’è un evidente conflitto di interessi 🙂 . Non sarebbe obiettivo, almeno non io.

  2. È vero che è difficile farsi da soli l’editing, ma 1200 euro sono davvero una cifra enorme. Io mi sono fatta aiutare da alcuni lettori amici che mi hanno dato degli spunti di riflessione.

  3. La percentuale di bravi autori che si auto-pubblicano, non è molto differente da quelli di pari valore che si trova in molte case editrici blasonate. Se si sfogliano i cataloghi di certe case editrici con un occhio un po’ critico, ci si trova davanti a titoli, come dire, bizzarri?
    E ricordiamoci che per molti se non pubblichi con Mondadori non sei uno scrittore; se non scrivi romanzi ma racconti idem. E se non sei stato in televisione, che scrittore sei?
    Quello che mi potrebbe mancare nel self-publishing è la professionalità dell’editor di una casa editrice, una persona che ti dica: “Leggi questo” o “Prova così”. Lo stesso ambiente di una casa editrice (mi riferisco a quelle piccole però), in cui si lavora senza fretta per ottenere il meglio. Forse le case editrici torneranno a fare il loro lavoro; forse l’autopubblicazione assumerà su di sé i pregi che una volta erano degli editori. Non so, vedremo.

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