nascere e pubblicare


(c) Alessandro Martins / Flickr
(c) Alessandro Martins / Flickr

Quando un autore indie serio pubblica un romanzo è un po’ un parto.

Nel mio caso, l’ho riscritto mentre lo scrivevo. Ho operato diverse revisioni prima ancora di finire, per capire alcune cose sulla storia, perché i miei romanzi sono sempre su temi impegnati, tosti. Proprio il classico testo che nessun lettore si va a cercare di suo in una libreria e che, di conseguenza, nessun grande editore ti chiederebbe di scrivere perché non farebbe grandi numeri. Il primo romanzo è stato apprezzato da un po’ di addetti ai lavori… sì, parlo di editori. Mi hanno detto tutti che ho del talento, ovviamente questo non vuol dire che sono il miglior scrittore del globo e che posso anche smettere di migliorarmi. Vuol dire che posso arrivare ai lettori se me ne viene data l’opportunità.

Finito il testo c’è un momento in cui devo abbandonarlo per riposare e riprenderlo non prima di due settimane per vedere di riscrivevo, di limarlo, di farlo piacere in tutto e per tutto a me per primo. E non dico che scrivo cose che non mi piacciono, anzi. Il fatto è che a volte rileggendolo scopro cose che non vanno e sistemo. Periodi poco chiari.

Di solito ci dedico un paio di anni a un romanzo di 400 pagine in formato 6″ x 9″, il prossimo sfiora le 500. Siamo a quota 714’594 battute, ovvero 124’254 parole. Il testo più lungo che abbia mai prodotto da 24 anni a questa parte.

Dopo tutte le mie correzioni, lo passo a dei lettori selezionati per vedere se regge, se ci sono cose che posso migliorare ulteriormente e poi, se non fossi un autore indie, cercherei una casa editrice, ma io devo avere il controllo della mia opera nel bene e nel male.

A questo punto scatta il preventivo dell’editor, l’acquisto della copertina e la realizzazione della stessa. Si paga l’editor e si inizia a lavorare ancora una volta sul testo. Poi si fanno varie riletture per scovare refusi che si annidano sempre dove non si vedono.

E poi quando pubblichi non succede nulla. Forse qualcuno lo noterà per caso, vedrà il prezzo, vedrà che ne sono io l’editore e se ne va perché gli autopubblicati vendono solo se regalano il testo oppure non osano oltre i 99 centesimi di dollaro, se mettono a prezzo più alto hanno perso il tempo. Eppure come si fa a investire dei soldi, perché un editor di certo non lavora gratis, la copertina di certo non è gratis.

A volte poi capita nelle mani di chi capisce ben poco di quello che legge, oppure si rende conto di aver comprato una cosa per un’altra perché non si è nemmeno letto l’anteprima che un Amazon/Kobo/Google/Apple ti mette a disposizione e lascia tre stelle. Che su qualsiasi store equivalgono a un giudizio tale che non invoglia nessuno all’acquisto. Certo, meglio di una o due stelle, per carità.

Poi c’è chi critica la tua grande inventiva anche quando ci sta poco di inventato per dentro, ci si è documentati in vari modi, ma vallo a spiegare a chi legge. Chi legge vuole un romanzo come crede di volerlo, nel senso che se ti discosti dai romanzi dei grandi editori, parlo di best seller, puoi essere visto con la puzza sotto il naso.

Ci può stare, lo so, nessuno ne è indenne, però un autore indie è soggetto a un numero maggiore di problemi. Il primo in assoluto è spiegare perché non hai scelto un editore. Non basterebbe un libro per spiegarlo, poi qualcuno potrebbe anche dire: “trovati un editore e non ti lamentare” e, qualcun altro ancora, potrebbe osare: “invece di perdere tempo a scrivere gratis vai a fare altro”.

Cioè, il discorso è lungo. Per me la pubblicazione è un salto nel vuoto. E se qualcuno che mi è accanto non lo capisce, non mi sostiene nemmeno, ma voi mi dice cosa mai posso pretendere io da chi nemmeno mi conosce? Nulla. Nulla. E nulla.

(c) GIuseppe Moscato / Flickr
(c) GIuseppe Moscato / Flickr

Ho paura di pubblicare. Mi creo mille e cinquecento motivi per non farlo e per farlo.

E poi, per l’appunto, quando ti hanno letto in 3, forse 4, perché non ho certamente un ufficio marketing a mia disposizione, potrebbe essere tutto il mondo. Mi leggeranno in pochi se il prezzo è basso e se ci sono recensioni che invogliano, se il blurb… cioè se la descrizione di 3 righe sul bookstore convince. Poi ci sono quelli che comprano solo in cartaceo e un indie in carta costa troppo per rischiare. Un indie quindi è un pioniere. Nel digitale, nell’ebook, non ci credono nemmeno i grandi editori, figurarsi se i lettori possono vederla come una grande possibilità. Una grande casa editrice invece di investire in un lettore ebook come un Kindle (però Giunti lo ha fatto: qualcuno ne capisce ogni tanto) va a scegliere un ebook giocattolo e poi anziché far promozione in tal senso si inventa il flopback, cambia il contenitore del libro, senza capire che il contenuto è più importante. Quindi se non ci credono loro, non ci crederanno i lettori e, tornando al punto di partenza, un indie come me resta fregato dalle aspettative.

Si capisce di come io detesti la pubblicazione con tutti i problemi, le ansie che genera in me. Ci sono anche le piccole soddisfazioni, ma per il tempo che posso concedermi a fare tentativi promozionali non posso aspirare a una diffusione a larga scala: tipo 20 acquirenti nei primi due giorni di pubblicazione, perché poi si sa, nel frattempo si pubblicano altri 1500 testi in un giorno e dopo un mese (se non prima) sei sparito nei meandri di una libreria digitale infinita. Quindi i primi 2-3 giorni contano molto, poi dopo si cade in un limbo dove si sparisce del tutto.

Eppure, un romanzo confezionato con tutti i crismi diventa come un bambino appena nato che ha bisogno solo di tanto affetto.

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