il cammino impervio della scrittura


(c) Vincepal / Flickr
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Scrivere.

Vuol dire tutto e nulla.

Sicuramente vuol dire esporsi, vuol dire fare bene i compiti e, comunque, non aver fatto nulla.

Vuol dire divertirsi, qualche volta, magari spesso, forse soffrire, ridere, piangere, perché se scrivere volesse dire diventare felici, allora dovremmo scrivere tutti, non avremmo più nessun altro mestiere. E, in ogni caso, scrivere non permette di mettere in tavola il piatto di pasta tutti i giorni per sé e per il proprio figlio.

Tutti scrivono e nessuno scrive, perché nessuno fa i compiti.

Scrivere può anche essere rilassante; buttare fuori idee sensate e in linea con una trama non può che andar bene.

Pubblicare lo scritto vuol dire crearsi un’aspettativa, anche minima, sia ben chiaro, che può produrre disillusione.

Ci sarebbero gli editori, che facendo da filtro coi lettori sono in grado di riconoscere il talento e la qualità. Ma questo è oramai un concetto che va riscritto, somiglia più a una favoletta che si può raccontare a chi non ha mai avuto a che fare con un editore italiano. E non parlo di grandi o piccoli. Parlo di editori in genere. Non di tutti, sia chiaro. Di tutti meno un paio, forse.

Molti dicono che la pubblicazione è la soddisfazione del proprio ego e che tanti sono ben disposti a pagare affinché ciò accada. Che lo facciano i non scrittori e i personaggi che popolano talk show e salotti letterari che sono arrivati dove sono arrivati per conoscenze dirette e meno dirette, per agenzie e agenti vari. Io non ho un bisogno impellente di pubblicare e se lo faccio non pago nessuno per farmi dare un codice ISBN e poi fare promozione da me, oppure non do gratis a nessuno niente di mio per farmi dare un codice ISBN e un marchio editoriale. Io ho il marchio editoriale.

Ma quindi?

Quindi nulla.

Qualcuno in genere non ne capisce, qualcuno un po’ di più, ma come la si mette o non la si mette: troppe persone che scrivono e nessuno che legge, molta gente legge molte sfumature di grigio, c’è molto rumore, troppo rumore.

Che ognuno valuti da sé.

E a qualsivoglia conclusione si giunge c’è una certezza. La strada è sempre in salita.

Sempre.

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