Scrivere per un lettore…


Scrivere oggi è una moda. C’è internet e quindi milioni di persone scrivono articoli ogni giorno, altrettante persone hanno la mania di definirsi scrittori e scrivono ovunque: per blog, per piattaforme social come WattPad dove i lettori iniziano a seguire uno scrittore e magari poi gli rubano la storia, la fanno editare e la pubblicano con un nuovo titolo, ma, in genere, si scrive tanto, tantissimo e si legge poco pochissimo.

Ci sono milioni che scrivono e pochi lettori. Negozi di libri su internet come Amazon, Apple iBookStore, Kobo Books e Google Play Books rendono la lettura e la pubblicazione ancora più facile: attraverso il potente mezzo elettronico dell’ebook.

Ci ritroviamo invasi di ebook fatti male, roba da cinquantotto pagine definite romanzo breve e vendute come se si trattasse di un romanzo, non so, da trecento, quattrocento pagine. C’è un… c’è un… un… un magazzino digitale con milioni di ebook che attendono di essere scovati. Autori che si autopubblicano (oddio che schifo! Ma come cazzo si fa? Ma come osano costoro autopubblicarsi? Ma chi si credono di essere?) come me che nessuno troverà mai e, anche se ti trovano, ti lasciano nello stesso modo in cui ti hanno trovato. Lo so perché capita pure a me di guardare e riguardare un libro di uno sconosciuto prima di comprarlo. Lo so, lo so.

Poi magari ti capita di pubblicare un romanzo, poi ne pubblichi un altro e un altro ancora e continui in maniera illusa a scrivere ancora come se… come se… come se fossi uno scrittore. In realtà sono una molecola di sabbia in un deserto e visto che per sfornare un romanzo ci metto dai 2 ai 4 anni perché io DEVO correggerlo mille volte, una fatica immensa, d’estate che non riesci a scrivere nulla, non riesci nemmeno a riposare su un letto che bruci vivo, figurati se ti viene di scrivere.

E poi, accidenti, ti fai in testa un film, pensi chissà cosa accidenti possa accadere quando comparirà su Amazon il tuo nuovo romanzo, su Apple, su Google, su Kobo. Pensi che migliaia di persone lo comprino? Ma tu lo pubblicizzi per bene? Hai un bel bacino di lettori del blog, gente che commenta ogni articolo o gente che è ansiosa di leggere il tuo prossimo romanzo? La risposta a tutte queste domande è semplice: no.

Scrivere ha senso quando hai un bacino di lettori, un centinaio. Sarebbe un traguardo considerando che “Certe incertezze” è stato comprato da 7 persone. Le ringrazio tutte e 7 mille volte. L’ultima fatica è stata davvero una fatica. Ho letto il testo, tra l’altro molto molto lungo, qualcosa come dieci volte quasi. E ogni lettura portava con sé trasformazioni, miglioramenti, quasi la voglia di piangere perché vedevi errori nel testo che non avresti mai fatto di proposito, ma erano lì, belli sorridenti che se la spassavano alla faccia tua. Li vai a eliminare tutti, provi a metterci dentro una bella storia, ricca di sentimenti e di tensione, dove nel finale tu scrittore ti commuovi anche un po’ e puffete: solo 7 lettori perché qualcuno ti ha pubblicizzato, altri menti ne sarebbero restati 2 o 3.

Sono umano, molto umano. Sensibile, molto sensibile. Piango, mi avvilisco, non credo in me stesso, mi abbatto e quando guardo questi risultati mi avvilisco ancora di più. Uno sforzo di anni che brucia in un batter di ciglia.

Qualcuno offende. Definisce il selfpublishing MASTURBAZIONE. Chi? Un autore anche un po’ noto, non tantissimo, ma pubblica da anni per CASE EDITRICI. Che poi ce ne fosse uno che trovato un editore ci resta fedele. Vabbe’, torniamo sul tema. Dopo tanto tempo a capire che io, come il 95% di quelli che si autopubblicano restano perfetti sconosciuti vita natural durante ti fermi e dici: ok, ora si smette di giocare, non si scrive più. Perché solo il pensiero che a un certo punto avrai finito di scrivere qualcosa ti spinge a pensare che poi vorrai pure pubblicarlo ti brucia, perché dopo un lungo sforzo di editing serio e ossessivo, dopo letture incrociate e pareri, non arrivi a concludere nulla ti vien voglia di smettere senza nemmeno fare alcun annuncio. Sparisci e basta e nessuno lo nota, perché non sei nessuno. Non sono nessuno. Polvere ero e polvere tornerò a essere. E se queste delusioni mi fanno male devi decisamente cambiare registro.

Il più semplice? Smettere. Dedicarsi ad altro. Aprire magari un negozio di pasticceria.

Poi ti avviva un tweet:

LeParoleConfondonoCerteIncertezze

Direi che ora manca solo il terzo 😁😁😁

 

E pensi: wow, qualcuno ama le mie scritture, ama Andrea, Francesco e Giulia, ama la mia sempre più volte annunciata trilogia/tetralogia de “Le parole confondono”, al momento composta da “Le parole confondono” e “Certe incertezze“. E non so che fare. Forse dovrei sforzarmi e fosse anche per una sola lettrice completare questo ciclo di storie e il resto lasciarlo inedito oppure non lo so… Boh, non lo so… So solo che le storie mi invadono di continuo, catturo frasi per strada, vedo persone litigare o ridere e immagino la loro storia. È una malattia da cui non ti liberi la scrittura e quando pubblichi stai male perché non sai rivenderti, non sai annunciarti, dovrei… devo rinunciare a scrivere e a pubblicare. Devo farlo per il mio bene.

Quando mi lamento che non vendo non lo faccio perché mi va di lamentarmi del nulla. I libri non si vendono da soli, lo so bene, la pubblicazione è solo la prima fase, non si vendono da soli soprattutto perché pochi leggono e quindi anche 7 copie sono magari un record in questi tempi, in ebook poi… quanta gente legge in ebook? 🙂 Mi lamento di me stesso, ma forse anche in maniera sterile. Come c’è chi si rifiuta di imparare a usare un telefono… c’è una mia zia che fa partire le telefonate da un dispositivo Android e poi quando le dici che ti ha chiamato lei dice che no, non è stata lei, così io mi rifiuto di capire come vendere, se volessi sforzarmi di capire questi meccanismi di vendita, magari lo farei con qualcosa di un certo valore o che so che interessa di più di un libro, forse… visto che comunque c’è Amazon che vende di tutto e di più… Vabbe’, forse dovrei capire come si fa a smettere di scrivere, magari anche articoli per il blog 😀 .

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4 thoughts on “Scrivere per un lettore…

  1. Hai detto una cosa giustissima, questa è una malattia. Non si può scegliere di averla, ti invade e puoi solo accettarla e viverla. Forse malattia però è un termine che implica qualcosa di sgredevole, direi più un’ossessione. Perché è vero che è dura a volte che i propri sforzi non vengono ripagati, sapere che hai passato ore a scrivere e revisionare, che ci hai messo tutto te stesso in una storia, e poi non vedi dei frutti. Ma è altrettanto vero che la passione per la scrittura contiene di per sé molte soddisfazioni.
    “Le storie mi invadono di continuo, catturo frasi per strada…” tutte cose che vivo anche io, e sono felice di questo. E poi quando arrivano dei riconoscimenti come quello che hai riportato, capisci che basta anche un solo lettore che ha apprezzato a farti felice.
    Non ho ancora letto nulla di tuo, ma conto di farlo senza meno. Per ora prendi questo come un incoraggiamento a continuare, anche se non credo tu ne abbia bisogno 🙂

  2. Hai scritto una bella storia e vorresti dirlo a tutti, anzi, lo dici a tutti pubblicando il libro che la contiene, ma la frustrazione arriva quando non ci sono abbastanza occhi interessati al tuo entusiasmo.
    Ti capisco e ti capisco e ti capisco.
    Forse dovremmo recuperare quel sano piacere di scrivere in modo ossessivo senza aspettarci nulla, senza chiedere di più. Lo so che è una fatica immane leggere, rileggere e ritrovarsi sempre alle prese con piccoli insulsi errori (dopo non so quanti anni e quante correzioni, il mio libro ha ancora refusi: ho deciso di infischiarmene del tutto), ma è così che, ahimè, funziona e abbiamo due strade: o ci accontentiamo del nostro esiguo ma autentico numero di lettori che aspetta di leggere ancora qualcosa di nostro oppure sgonfiamo questa mongolfiera di sogni e ci facciamo quattro passi a piedi.
    Io mi sento di dirti: non mollare mai, perché uno scrittore scrive punto. A prescindere da risultati e traguardi concreti raggiunti.

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