il primo giorno d’autunno


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Oggi è il primo giorno d’autunno, le foglie degli alberi sono rosse, marroni, ti vien voglia di andare in campagna, sederti su una sedia a sdraio al sole tiepido e magari stare lì a non fare nulla, solo a guardarti intorno.

Eppure le stagioni sono cambiate. Negli ultimi 21 giorni era estate, ma non lo era davvero più. Avrei voluto andare al mare, ma tira vento, il cielo si rabbuia, ci sono le nubi scure, per non parlare dei giorni di pioggia, intensi e ripetitivi, noiosi quasi.

Ho sempre voluto scrivere delle scene in cui i protagonisti di un racconto, di un romanzo, durante la pioggia osservano i vetri della finestra dove ci batte sopra l’acqua e parlano, si fanno una rivelazione importante.

E la pioggia che batte sui vetri credo non manchi mai nei miei testi. Di certo non manca nell’ultimo romanzo su cui sto lavorando e, considerando che il mese di agosto ci ho potuto mettere mano ben poco, sono stato rapido in due mesi a trasformare l’idea per una raccolta di racconti prima un romanzo breve e poi in un romanzo completo e, forse, anche lungo. Siamo quasi agli sgoccioli della storia. Sono più o meno 64 mila parole e manca il capitolo su Sergio, che proverò a fare più breve. Mi ero prefissato di fare 4 capitoli di 15’000-20’000 parole. Sono diventati 5, che poi in realtà sono 5 parti senza interruzione in cui si parte con le elezioni di sindaco a Napoli, si giunge a un certo punto di questa prima parte, tra mille avventori che si alternano nel bar e poi si va indietro di un anno e mezzo con dei flashback che creano la storia piena dei personaggi, per poi ritornare nel quinto capitolo a riagganciarmi alla fine del primo. Il quinto sarà molto breve.

L’autunno ispira? Non lo so. Di certo cambiano un po’ le abitudini d’autunno, si inizia a pensare al Natale, al Capodanno e poi all’inizio dell’anno nuovo, ci si inizia ad angosciare. Cosa vorrò cambiare di me prima di giungere alla fine dell’anno?

Sono un po’ giù di morale, provo con la scrittura a riprendermi, leggo molto. Mi sono imbattuto nella saga storia di Elena Ferrante, L’amica geniale, è ne sono stato divorato. Leggo fino a tardi, come non mi capitava da tempo. Ho divorato i primi due volumi e subito sono passato al terzo e poi andrò avanti con il quarto. Vedo attraverso il testo della Ferrante che l’idea che abbiamo di Napoli coincide. Anche perché in questo nuovo romanzo (il mio) ci addentriamo nel cuore nero della città, attraverso le storie difficili del quotidiano, anelando speranza. Ho quasi idea di dire che questo è il primo volume della serie “Città violata”, ma in una serie ci deve essere una continuità di trama/personaggi? O va bene anche solo il tema? Il secondo volume della serie ha già un primo capitolo, un titolo e (forse) una copertina, lo scrissi più o meno un anno fa, inizia il giorno in cui morì mio padre, ma non è legato a questo evento di papà, poi mi misi d’impegno per concludere “Certe incertezze” e da un’idea all’altra non si smette di scrivere e di leggere tantissimo.

Ho nostalgia di Londra, benché non è che ci manchi proprio da tanto. Per me è diventato una specie di porto salvo, quel luogo in cui vai perché ti rilassi la mente, inizi a fare lunghe passeggiate, oppure ti porti un telo da mare e dei panini. Ti stendi al sole sul telo e ascolti musica, leggi, dormi un po’, mangi, ed essenzialmente ti rilassi in uno dei tanti parchi. C’è tanta gente, ma non c’è caos, non ci sono disservizi come in questa città in cui descrivo in questo romanzo, come anche in “Certe incertezze”, come si vede in questa tetralogia di romanzi della Ferrante, come si vede nella raccolta di racconti “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese. In origine avevo pensato a un titolo come “Il mare non ha mai bagnato Napoli”, però non lo so sei poi qualcuno (qualche editore) non mi veniva a contestare il titolo che ovviamente era un richiamo alla Ortese e alla sua opera.

Ho nostalgia del me stesso bambino. Di quei tempi felici dove ogni stagione era speciale, di nonna, dei suoi racconti. Vorrei sentirmi speciale, ma, a volte, mi sento fuori da qualsiasi luogo e tempo. Non ho più un posto speciale vicino dove ritrovarmi per andare avanti. L’unica cosa, come un po’ per i protagonisti delusi delle mie storie, è guardare la distesa del mare dal lungomare e starsene lì immobile a fissare il riflesso del sole sulla distesa d’acqua, oppure il rumore delle onde dal Castel dell’Ovo, che tornerà nel terzo volume de la serie “Le parole confondono“, un po’ come lasciare un ricordo di se stessi dentro un testo.

E perdersi.

L’autunno a cosa ti fa pensare? Ti intristisce o ti rallegra?

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