diario scrittorio: venerdì, 28 aprile 2017


Da quando ho pubblicato il mio ultimo romanzo non ho smesso di scrivere, correggere.

Ho fatto già la mia prima e completa revisione del terzo volume de “Le parole confondono” e, ora, sto affrontando il romanzo dei romanzi, quello che continuo a scrivere in rarissimi momenti di pausa. Sono passati già sei anni da quando l’ho cominciato.

Cos’è questo romanzo dei romanzi?

Non è facile spiegare cosa è. Ho pensato al genere. Non è un romanzo di formazione, è un po’ thriller, ma giusto un poco poco, è un romanzo erotico, lo è abbastanza, è un romanzo di attualità, lo è perché si parla di politica, si parla di editoria, si parla di come si vive la città, di come si vive il quotidiano. La città, quale? La città è Roma.

Che roba è esattamente? Proviamo un po’ a dire qualcosa di più ordinato.

È il romanzo dei romanzi perché una cosa così impegnativa non l’avevo scritta dai tempi di “Certe incertezze“, in cui ci sono diversi personaggi, ma in questo nuovo romanzo non c’è un personaggio che fa da voce narrante, non è una voce in prima persona che parla di ciò che vede e che intreccia la sua strada con altri personaggi. C’è di più. Ci sono tanti personaggi con la loro storia e ci sono relazioni tra questi personaggi.

Si inizia la scena con una protagonista tutto pepe che non ha peli sulla lingua, se per esempio pensa che un personaggio è un cretino, questa ragazza, non usa giri di parole, glielo dice in faccia, magari non usando la parola cretino, ma qualche bella parolaccia. Oddio, le parolacce, eh? Ce ne sono, ma non tantissime, sono dosate alla situazione e al personaggio. Mica tutti i componenti di questa storia sono così passionali e disinteressati all’educazione? Ci sono alcuni che sono quasi nobili.

La protagonista

Allora, c’è questa ragazza di 25 anni bella tosta, che non si fa sfuggire nulla. È disposta a pubblicare il suo romanzo, e non si farà alcuno scrupolo a tentare qualsiasi mezzo, poi ha una vita particolare, conosce personaggi ancora più particolari. Ci sono delle scene in cui ridevo da solo per il modo diretto in cui il personaggio si presenta nelle platee e nelle folle remando controcorrente e rompendo il bel costume di queste aree in cui tante persone di cultura si radunano. Editori, autori, relatori. Sì, perché questo è un po’ romanzo sull’editoria, ma non è solo quello, come dicevo, e non è nulla vero. Tutto inventato. Non c’è nessun nome di editore reale, ho caratterizzato i miei in modo particolare e la storia, ripeto ancora una volta, è completamente inventata.

Piccola parentesi. Mi sto divertendo.

La cosa divertente è che mi sono inventato trame, titoli di libri, di autori e di case editrici che è stato uno spasso. Insomma, la scrittura/revisione di questo testo mi sta davvero divertendo. Ed è questo quello che deve fare la scrittura, divertire mentre la si produce. Non divertirà sempre, perché ci sono le fasi in cui bisogna pubblicare, ma, sinceramente, faccio una cosa per volta. Questo romanzo per quanto sia a circa 100’000 parole non è finito. Bisogna chiudere le storie dei vari personaggi. Qualcuno potrebbe spaventarsi. Sentire che ci sono tutte ‘ste storie, tutti ‘sti personaggi, tutte ‘ste parole. Bisognerà leggerlo il testo per giudicarlo, ma forse non accadrà mai. Per il momento ho deciso che mi fermo con la pubblicazione. Mi dedico solo a concludere romanzi che sono in piedi da anni, poi magari cambio idea e li pubblico dopo averli sistemati, ma al momento non mi pongo questo problema. Avete di che leggere su Amazon, non sentirete la mancanza di un paio di miei romanzi.

Le altre storie

Torniamo alla trama. Ci sta questa scrittrice tosta che incontra editor, editori, altri scrittori. Come il ragazzo che scrive e che ha un’amica che scrive e tutti e due hanno il desiderio di pubblicare il loro romanzo. La ragazza ha un’amica che ha pubblicato e che vuole portare dei libri in una libreria per venderli. Ci sono questi librai. Ci sono alcuni personaggi molto potenti e meno.

Ci sta un ragazzo molto crudele e che fa danni. C’è una famiglia che subisce danni pesanti. La parte in cui si entra in una sorta di thriller psicologico. C’è il condominio dove c’è un pazzo che litiga spesso con la moglie e ogni tanto lancia dalla finestra TV full HD e roba varia.

Ci sono i dipendenti non pagati da un editore. C’è un concorso letterario abbastanza noto in questa finzione letteraria che cerca di farsi strada e di spiazzare quelli ben noti nell’ambito. Ci sono i comitati di lettura, la responsabile. C’è anche una collaboratrice familiare che sogna di pubblicare il suo romanzo.

C’è un modello che dà il suo volto a molti cartelloni pubblicitari di Roma che ha intenzione di diventare Presidente del Consiglio e, prima ancora, di fondare il suo partito politico. Incrocerà la strada di questa scrittrice disposta a tutto pur di pubblicare e di un altro personaggio detestabile.

C’è uno scrittore che ha pubblicato con un grande editore che si troverà sulla strada della famosa scrittrice agguerrita. C’è un altro scrittore che diventerà famoso.

I personaggi di questa grande storia sono quasi tutti infami, sono cattivi, sono predatori nei confronti dei pochi che sono buoni e che subiscono, alcuni dei danni anche irreversibili. È una storia per chi non è debole di cuore, è una storia in cui viene fuori il peggio dell’essere umano, le pulsioni più morbose, le debolezze, le paure, le angosce, miscelate da scene anche divertenti in cui il personaggio cattivo di turno, per un attimo, ci fa anche ridere.

E che sto facendo?

Come dicevo, in questa fase ne sto facendo l’ennesima revisione, visto che sono sei anni che è in scrittura. Il vino buono lo si conserva per anni. A me sembra davvero bello. Forse, il romanzo che volevo sempre scrivere, con tante sottotrame che si prestano molto al cliffhanger. Cos’è il cliffhanger? È quello strumento narrativo che mantiene in tensione, che spinge il lettore a continuare pagina per pagina. Ci sono scene che terminano con un interrogativo: “Oh, cavolo, e ora che succede? Mamma mia bella, e mo questo che fine fa?”. Il cliffhanger è per l’appunto una cosa tipo: il personaggio è appeso a una parete, le pietre sotto di lui iniziano a cadere e, puffete, si cambia scena.

Ne sto facendo revisione per riprendere in mano le redini delle 100’000 parole. A quel punto poi mi scriverò le scene che intendo aggiungere per concludere le storie e le porterò avanti una per una. Prevedo che ci sarà ancora un po’ di lavoro di scrittura da fare. Magari arriverò alle dimensioni di “Certe incertezze”. Quando hai in ballo tante sottotrame in terza persona alla fine anche tagliando e riducendo, il romanzo ha bisogno del suo spazio. È il modo in cui è concepita la struttura che lo impone. Ed è il classico romanzo che nessun editore ti pubblicherebbe. Gli esordienti… Per loro sei sempre un esordiente anche se hai pubblicato altre cose. Gli esordienti devono mantenersi sulle 100 paginette. A prescindere dalla storia.

Quando sarà concluso magari poi me lo impagino per bene, me lo stampo e lo conservo. Facile, no? Non c’è scritto da nessuna parte che io debba pubblicarlo, e non perché non sia un bel romanzo. È un romanzo tosto e ricco di sfaccettature, di situazioni assurde o quasi, e una copertina e un titolo che non vi sto qui a raccontare. La copertina e il primo capitolo definiscono in modo univoco il tipo di testo che vi troverete di fronte. La scena in cui la scrittrice agguerrita rivela i suoi diabolici piani è spiazzante. Magari troverebbe un bel pubblico, ma ci penserò. Se qualcuno mi stimolerà o mi farà cambiare idea poi ne parleremo, ma, nel frattempo, vorrei porre la parola FINE a questa storia.

Che poi con tanti personaggi si presterebbe a essere raccontata in più libri, farne una saga con uno bello sfondo: politico, erotico, dinastico, ecc…

Nel frattempo lo finisco.

Ma non scrivo solo. Sto leggendo un romanzo in inglese e ne inizierò un altro, sempre in inglese, che mi ha già ispirato due capitoli (già scritti) di un altro romanzo. In realtà la trama per il romanzo già era in testa, ma mi servivano dei testi che parlassero un po’ del tema, per confrontarmi. Perché? Perché il tema è molto difficile. Perché non scrivo storie semplici? Perché quelle le possono scrivere tutti, l’abilità sta a cimentarsi in sfide sempre crescenti, e finché si può fare…

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