il dilemma autentico della scrittura


(CC) Lauren Coleman from Flickr with Creative Commons license. No modification made to the picture.
(CC) Lauren Coleman from Flickr released with Creative Commons license. No modification made to the picture.

Negli ultimi mesi sono stato un po’ incostante nella scrittura del blog. Il motivo forse si lega al mio desiderio di smettere di scrivere, desiderio che mi rendo conto essere pura follia.

In un certo senso, al di là dei titoli nobiliari e meno nobiliari che servono, mi sento uno scrittore, anzi, di più, mi sento uno scrittore che non può smettere di scrivere. Vengo travolto come un fiume in piena da idee, da personaggi, da scene, mentre sono per strada guardo le persone, ascolto battute, frasi e penso: “Ecco, questa la butto in una delle mie prossime storie”.

Sono malato del morbo dello scrittore. Durante l’estate ho preso libri, anche molto lunghi, li ho letti e ne sto leggendo ancora. In particolare ho finito due testi di autrici indipendenti (che ho recensito poco fa), il libro di uno scrittore tedesco (ancora non recensito) e mi sono dato alla tetralogia de “L’amica geniale” di Elena Ferrante di cui ho già letto il primo volume, sono a un terzo del secondo e credo che mi piacerà anche questo e divorerò anche gli altri due volumi. Ho un po’ abbandonato Stephen King. Non compro più i suoi libri in cartaceo edizione rilegata cartonata da quando due di questi mi si sono spaccati e visto quanto costano, anche perché è un po’ invecchiato e non suscita particolare interesse come è successo per alcune sue opere (ho letto tutto di questo autore dal 1970 circa da cui pubblica). Ora vado a botte di ebook di amici scrittori indipendenti come me e non solo. Ho capito che la scrittura indipendente è vista molto male ovunque, ma chi se ne frega, se a me un libro piace, piace. Non ho la puzza sotto il naso come certi autori e certe autrici casa editrici dipendenti che vogliono insegnarti a scrivere. Siete tutti più bravi di me che vi devo dire. Per fortuna che le recensioni ai miei libri parlano in mia vece.

Dicevo, sto leggendo molto e più leggo, più devo scrivere. Dovevo dedicarmi al terzo volume de “Le parole confondono”, ma, di punto in bianco, ho ceduto. Il 14 giugno ho iniziato a scrivere una storia nuova che avevo in testa da un po’. Doveva essere una raccolta di racconti incentrati sul tema del caffè, un po’ come le storie di Luciano De Crescenzo e di un altro autore partenopeo, magari seguendo il loro esempio avrei fatto la mia fama(e). Poi ho pensato: dai, sta venendo un romanzo breve. Ho fatto un po’ ironia sui social sul concetto di romanzo breve. Alcuni editori e autori presentano raccontini di 40 pagine come romanzi brevi e alcuni ci piazzano anche un costo di 9,99 euro sulla scia del loro famoso nome, ma scritti in maniera davvero aulica che più aulica non si più. Alcuni dovrebbero tornare alle scuole elementari e capire come si usano i puntini sospensivi, visto che sono praticamente stati usati circa 600 volte in un testo di circa 103 pagine. Eh, sì, li hanno usati in vece di virgola e punto fermo, però hanno un bel nome: come autori so famosi, il resto è fuffa all’ennesima potenza. Ed è quello che ho notato contare: la fuffa e la spinta del nome, anche se, a volte, per fortuna, il lettore lo capisce e non vanno da nessuna parte lo stesso, ma sono casi rari. Fatti il nome, fatti l’editore e sei a cavallo a prescindere da ciò che ti faranno pubblicare.

Ritornando al mio nuovo testo di giugno scorso, da racconto lungo a romanzo breve il passo è stato breve e ora a romanzo vero e proprio. Mi lego ai personaggi, intreccio le loro vite con gli altri protagonisti e viene fuori un romanzo purtroppo scritto bene. Se lo scrivessi male, avrei magari la fortuna, la botta di sedere che mi serve. Tutti ne parlerebbero male e tutti lo vorrebbero leggere perché dovrebbero verificare. A parte gli scherzi, chi mi segue sa quanta energia uso durante la fase di editing a più mani, beta lettori, mie mille e uno revisioni. Ecco perché volevo smettere di scrivere. Una fatica immane e soddisfazioni che in blocco durano non più di 5 minuti per massimo 4 o 5 volte in un anno. Aiutooooooo!

Il romanzo ora ha un titolo, una copertina (una foto scattata da me) e una storia ambientata a Napoli dove la città verrà fuori nel suo massimo terrore. Mi sono ispirato ad alcuni racconti che ho letto per il tema. Qual è il tema? La povertà, la paura di perdere il lavoro, i sacrifici che si fanno ogni giorno per andare avanti in un sottofondo di frastuono che viene dal vivere in una città decadente e che ha tanto da dare, ma che, purtroppo, riesce a esprimersi solo in un certo modo, eppure non sono mai troppo velenoso nel raccontare certi dettagli raccapriccianti. Se mi guardo intorno la realtà è molto più avanti della fantasia ed è ancora più drammatica, visto che nelle mie storie c’è il vicino gentile, il ragazzo di cuore e c’è l’amore, l’affetto. Non mi riesce di scrivere senza questi elementi che sono certezze, incerte, ma certe, sicure.

Giusto per darvi qualche dettaglio, la copertina è stata un mezzo travaglio. La foto in origine era leggermente inclinata. L’occhio vigile di uno dei miei beta lettori lo ha subito capito e ho dovuto inclinarla per bilanciare al contrario il difetto, ovviamente ritagliarla e, ovviamente ancora, riapplicare lo stesso filtro di luce che avevo applicato prima. Risultato? Circa 180 minuti di modifiche varie. Cerca il colore giusto per il titolo, per il nome autore, facendo in modo che la foto di sfondo non debba penalizzare la visibilità di questi elementi testuali. E tutto questo applicato ad altre immagini di prova che ho sottoposto. Diciamo che 3-4 giorni a fare prove tecniche di copertine sono andati. Anche fare copertine mi serve. È pure sempre creatività all’opera. E mi diverte. In 3 ore posso anche arrivare a finirla la copertina, non di certo il testo e il suo editing completo e ripetuto. Sempre per pochi lettori… E la voglia di continuare a scrivere è tanta tanta tanta poca…

Il nuovo romanzo è finito? Quasi. La prima parte (dovrebbe essere diviso in 4-5 parti, sto valutando) si ambienta in un bar, ci sono le storie tipiche degli avventori che allietano la mattinata di Salvatore, il protagonista di questa nuova storia. E sono storie vere, per quanto vera possa essere una storia inventata, spesso non si capisce che il vero di un romanzo, non è il vero vero del mondo reale, ma pura invenzione, invenzione che però va adattata alla storia che si va narrando. Il concetto sembra troppo semplice, banale, ma, spesso, sento di lettori che si lamentano di questo aspetto. Ma la realtà è coerente?

E poi inizi a fare il booktrailer della serie “Le parole confondono”, mescolando tutte le copertine della serie, i titoli ancora non pubblicati, un bel video di un… eh non do indizi. Inizi a voler riprendere il terzo volume che si compone di circa 60mila parole. E poi ti viene in mente quel romanzo che ha una storia forte che parla di scrittori, di editori, di politici e giornalisti, di potere e plebe (troppo pretenziosa, complessa e quindi difficile da correggere, riscrivere e rendere impeccabile, ecco perché poi cambio aria e mi dedico ad altro) e che ha un titolo e una copertina e vorresti finirla di scrivere perché, in fondo, già sai come finisce, ma non riesco a rimanere concentrato a lungo su un testo, su una storia di personaggi. A un certo punto devo cambiare aria, mi devo rigenerare il cervello. Con l’ovvia conseguenza di allungare i tempi di conclusione della storia in sé e della pubblicazione e magari di non riuscire a combinare nulla più. E forse è quello il mio scopo. Incartarmi in storie e personaggi e abbandonare la scena sul più bello, tanto sono 5 i miei lettori. Ne avessi 5000 allora il discorso cambierebbe. E magari 5000 non ne vorrei. Che caos, eh?

Forse sarebbe il caso di scrivere storie brevissime, accenno minimo o inesistente alla backstory dei personaggi, fare un editing approssimato e sfornare su Amazon e basta. A raffica. Ogni due mesi. O magari, meglio ancora, non dire nulla, non fare dichiarazioni. O si pubblica o si smette di scrivere. Ci sono tante altre cose da fare e non si può pensare di far aumentare il numero di lettori di un blog delirando in un articolo come questo che, molto probabilmente, andrebbe cancellato. Il 90% di chi vi si imbatte lo leggerà tutto? E chi avrà dedicato il suo tempo, lo avrà compreso o mi prenderà per un demente spaccone che dice di fare e dire, ma che il quasi 100% dei lettori non conosce?

Chissà. Chissà. Chissà.

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5 thoughts on “il dilemma autentico della scrittura

  1. Che dire, alla fine il potere della scrittura vince su tutto: paure, delusioni, stanchezza. E a prendere di nuovo la penna in mano si fa in un attimo. Tu, poi, sei velocissimo a costruire le tue storie, io a leggerle! 😉

    1. Velocissimo magari adesso. Pensa ho un romanzo nel cassetto dal 2008 e che ho riscritto per intero almeno 4 volte (cambiandone il punto di vista da prima a terza, poi da terza a prima e poi alcune parti da prima in terza, insomma ascoltavo i consigli degli altri scrittori che mi mandavano al manicomio e riscrivevo con tanta pazienza) e non ne ho parlato in questo articolo, ma diversi anni fa ne parlavo nei miei post “Diario di viaggio”: https://giovanniventuri.com/category/blog/diario-di-viaggio-blog/. Ho una certa remora a pubblicarlo perché in 8 anni la scrittura evolve, me ne venne la nausea, tanti mesi e anni. Lo mandai a parecchi editori e dopo un po’ iniziai a sentir parlare del selfpublishing, ma solo nel 2012 feci la mia comparsa sulla scena, ma non con quel romanzo, scrissi una timida raccolta di racconti e poi venne fuori “Le parole confondono” che segnò il mio ingresso nel regno del romanzo da selfpublisher. 🙂 Prima o poi, sistemati questi 3 romanzi, dovrò pubblicarlo 😀

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