Il selfpublisher NON esiste


Immagine con licenza CC0 rilasciata su Pixabay.

Spesso si inizia a usare un termine “nuovo” e tutti lì a inondare il web di informazioni errate (testate giornalistiche incluse), a volte lo si fa volutamente. Tanti a criticare e a fare disinformazione. Alla fine ti ritrovi una etichetta addosso, una etichetta che, però, ognuno interpreta a modo suo. In realtà, l’etichetta pura non esiste. Il selfpublisher NON esiste. Non esiste?

No, non esiste. E sicuramente se esistesse non avrebbe nulla da dimostrare a nessuno sul proprio operato e sul fatto di dover essere superiore o inferiore a qualcuno, può esserlo e basta, superiore, senza per questo che lo si debba dire, almeno non usando parole che escono dalla sua bocca, anzi, il selfpublisher, quello vero, che non esiste, non dice nulla. Fa.

Eppure, a forza di ricevere attacchi, insulti continui e costanti, alla fine, ti rompi i coglioni, e inizi a sclerare, dire che sì, tu sei un selfpublisher e sei meglio di Tizio, Caio e Zempronio messi insieme.

Perché dico che il selfpublisher non esiste?

Perché ognuno lo intende a modo suo e gli affida responsabilità che sono di tutto il mondo. Dite di no? Io dico di sì. Spesso sento dire: “I selfpublisher (tutti) pubblicano merda”, “I selfpublisher (tutti) sono sfigati”, “I selfpublisher (tutti) rovinano l’editoria”.

Fino a prova contraria, le persone sono singole, non vivono in mille o più corpi contemporaneamente. Persino due gemelli sono diversi l’uno dall’altro. Purtroppo, però, la brava gente non se lo toglie il vizio di fare di tutta un’erba un fascio quando davvero mi pare abbastanza ovvio che, in questo caso specifico, dietro ogni selfpublisher c’è un intero universo.

Il selfpublisher X può pubblicare merda, il selfpublisher Y può essere sfigato, ma non possiamo dire che se un selfpublisher si comporta in un modo, allora si comportano così tutti quelli che pubblicano testi propri senza un editore, basandosi sull’ipotesi, assurda, che i selfpublisher sono tutti uguali. Ma allora, se sono tutti uguali, identici e precisi, perché usiamo il plurale? Me lo spiegate? “Il selfpublisher” o “I selfpublisher”?

I selfpublisher (tutti) pubblicano merda? Lo sapete quanti editori fanno editing serio, di serie A e pubblicano solo cose di elevato valore letterario? Molti molti molti pochi e il risultato è pure peggio di quanto si creda, o si voglia dire in giro. Ci sono miti da sfatare, ma non li voglio sfatare io. Io nemmeno esisto, figuriamoci. Io non conto. Non sono un influencer, non ho orde di like alle cose che scrivo su Twitter o sulla mia pagina Facebook o sul mio profilo Instagram. Se mi mettessi nudo su Instagram non credo che prenderei i like di Belen.

Siccome non mi nutro di queste cose moderne, irrilevanti ai fini pratici, ergo, qualsiasi cosa possa dire da qui, non vale nulla, prendetela con un sorriso sulle labbra.

Se “I selfpublisher (tutti) pubblicano merda” perché ci sono fior fiori di editori col sangue agli occhi che guardano la classifica di Amazon per poi provare a mettere sotto contratto quelli che stanno sempre nella top 10 per mesi? Se sono merda, allora gli editori vogliono diffondere più merda del necessario? O ci vogliono salvare dalla suddetta merda?

Perché gli editori fanno finti concorsi di selezione dove si usa la parola selfpublisher al posto di “concorso dove la selezione sarà portata avanti dai lettori a colpi di like/stelline e NON dall’editore”?

Se “I selfpublisher (tutti) sono sfigati” perché ne parlate? Per dire che chi NON è selfpublisher non è sfigato? Eh, sì, buonanotte al secchio.

C’è poi chi associa la parola selfpublisher allo scrittore esordiente, malato di narcisismo e che non lascia decantare il testo e smette di lavorarci molto prima di 10 anni. Dannato esordiente! Farabutto narcisista che rovini tutta l’editoria italiana, ma come accidenti ti permetti? In ginocchio sui ceci, forza! Muoviti, prima che usiamo la frusta!

Chi associa molto molto erroneamente la parola selfpublishing all’editoria a pagamento. Qui siamo all’inverosimile. Alla disinformazione allo stato puro. Figuriamoci, ma di cosa dovremmo ancora parlare? Che qualcuno ci scansi da queste persone!

Certo, ci sono questioni più gravi di cui parlare… tipo la gravissima crisi internazionale che potrebbe portarci, alle soglie del 2018 quasi, alla terza guerra mondiale e quindi all’estinzione? Mamma mia bella!

Come ben vedete i problemi sono tanti, molti sono tanto più gravi di altri.

Del selfpublishing importa a nessuno o quasi, però, insomma, quando se ne parla, ecco, facciamolo disinformando e lanciando merda sulla gente per mostrarci forti. A volte mi sembra di leggere articoli e status Facebook come se si fosse in una rissa da stadio, dove la gente va munita di molotov e coltelli a serramanico per uccidere i tifosi avversarsi della squadra nemica, più che per godersi in santa pace una partita di calcio.

Dire che “I selfpublisher (tutti) pubblicano libri di merda” è la stessa cosa di dire “Un pessimo libro (di merda) definisce tutti i libri pubblicati come pessimi libri (e di merda)”? Voi che ne dite? È uguale o non è uguale? Il concetto non fa una piega se la poniamo in termini di logica matematica. Il principio di induzione matematica, giusto? Ma chi lo conosce sa bene che è facile fraintendere quel principio, che poi è quello che accade nell’affermazione di cui sopra. Uno non implica tutti.

Stamattina mi sono svegliato con un po’ di vena polemica, ma anche pronto a fare ironia, sia chiaro.

Alla fine, il selfpublishing, l’autoeditoria, potrebbero non esistere, ma essere tutte invenzioni dell’editoria e degli scrittori per confondere e per giustificare il loro modo pessimo di presentare e scrivere libri.

Avevo pensato di fare un elenco di persone che si spacciano per selfpublisher, ma che in realtà sono tutt’altro, ma penso che non lo farò. L’articolo puzzerebbe troppo di essere saccente anche se motivassi ogni singola motivazione. Se volete lo faccio, ma dovete chiedermelo 🙂 .

Forse, l’unico modo per combattere queste persone che ignorano è ignorarle a nostra volta.

La via del selfpublishing è lunga e dolorosa, a volta bella e piacevole, ma il più delle volte non produce tantissime emozioni, e non ogni giorno. Quando accade però bisogna godersele e stare sempre lontano da articoli negativi e di disinformazione. Tra l’altro, la bocca è fatta per fare prendere anche aria, giusto? E gli spacconi e quelli che dicono cose inesatte non sono nati oggi. Esistono da sempre.

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