Il romanzo è qui…

romanzo

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Da quando una ragazza, prima lettrice assoluta, mi disse:

«Il materiale è ottimo, c’è la storia, c’è la presenza e la cognizione di ciò che scrivi, la sensibilità con cui presenti i personaggi e le situazioni sottintendono una ricercatezza nel linguaggio, nella volontà di fare bene che si vede, e il lettore riesce ad apprezzarlo.

Il romanzo è assolutamente pubblicabile e lo collocherei tra il genere “pop” nello scaffale della libreria.
Quindi complimenti!!! Davvero!
Spero di essere stata una lettrice all’altezza delle tue aspettative.»

Era il 30 gennaio 2012.

Sapevo che prima o poi avrei dovuto pubblicarlo. E arriva il giorno in cui lo fai. Dopo aver sistemato tutto quanto è in tuo potere lo fai. Ti chiedi tante di quelle cose che entri in un vortice che si autoalimenta. Ti blocchi, ti paralizzi e poi lo fai.

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Il dettaglio… chiamato marketing

(CC) by Andrea Ciambra. Immagine non modificata: licenza.

(CC) by Andrea Ciambra. Immagine non modificata: licenza.

Il dettaglio più banale e sconvolgente per un libro di narrativa si chiama marketing, anzi strategia di marketing. Ci sono corsi appositi per farti diventare un buon ambulante.

Sì, devi essere al pari di un venditore ambulante che passa per piazze, vicoli, stradine e spiagge e urla: “Cocco! Cocco bello, volete il cocco? Fresco e dissetante!”.

D’estate fa caldo e il cocco fresco è piacevole, oltre che buono e salutare.

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i dettagli… di un testo di narrativa

(CC) dy Andrea Ciambra. Immagine non modificata: Licenza

(CC) dy Andrea Ciambra. Immagine non modificata: Licenza

Quando si scrive si scrive. Si buttano parole una dietro l’altra, si usano termini ricorrenti, similitudini ricorrenti, tutti i personaggi incrociano le braccia sul petto, a tutti batte forte il cuore, tutti si mordono il labbro o le labbra… In un paragrafo ti capita di usare 5 volte lo stesso termine. È il tuo modo di fare, tanto l’importante è la storia, mica la forma? Non perdiamoci in inutili dettagli.

Scrivere è facile. Metti le parole parole una accanto all’altra e hai fatto. Tempo 20 giorni e hai scritto e pubblicato un romanzo, no? E magari la gente lo compra pure, in tanti lo prendono e diventi un best seller, ti pare? Al diavolo i dettagli, fanno solo perdere tempo.

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il dettaglio… della privacy

Facebook: The privacy saga continues

(CC) opensource.com nessuna modifica effettuata all’immagine: clic qui per licenza.

Quando all’inizio furono inventati i telefoni, si era anni luce lontani dall’uso che se ne fa oggi di un “telefono”. Che poi, la parola telefono nel 2015 è completamente errata. Oggi si parla di smartphone. Che tra l’altro sono computer veri e propri e sono anche più potenti del mio laptop HP Centrino che ha ben 12 anni e che con Linux ancora va avanti e mi permette di scrivere e creare ebook.

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non leggere fa bene alla salute

"Cien anos de soledad"

(CC) Rosy: nessuna modifica dell’immagine: licenza

Articolo ispirato a quello di Marco Freccero sul perché non si legge.

Perché mai uno dovrebbe leggere se oggi ci sono così tante fiction italiane che vogliono insegnarti qualcosa e che vogliono farti la morale, intrattenerti? Una mia zia diceva che guardava una certa fiction in TV perché così ogni sera stava lì a piangere. Ecco, vedi. Perché devi leggere se puoi piangere ed emozionarti davanti a un capolavoro italiano?

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less is more? sempre?

Da che parte stare

(CC) Donato Accogli: nessuna modifica fatta all’immagine: licenza

Gli autori inglesi spesso dicono che “less is more”, ovvero che “il meno è meglio” e lo dicono in riferimento a un testo narrativo. Un po’ come dire: “bando alle ciance veniamo ai fatti”. Ovvero, in una storia devi scrivere l’essenziale, perché ogni elemento che è in più dà fastidio, rallenta, distrae, crea uno strato di grasso.

E quindi, niete frasi troppo ampollose, ma anche nientre frasi fatte. Perché usare frasi fatte sentite e risentite se risolvo con una sola parola? Che possa essere un verbo o un aggettivo. E proprio in merito agli aggettivi basta usarne uno solo invece di eccedere.

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Casalinghe all’inferno di Margherita Giacobino

L’ho comprato su una bancarella per tre euro. Bella copertina, bella presentazione, idea interessante, prima pagina che cattura la curiosità, ma uno strazio. Confusione allo stato puro, un milione di personaggi, un romanzo che in realtà è un insieme di racconti isolati, racconti in cui non si mostra ma si racconta. Ho resistito fino a pagina 98, poi l’ho buttato nella carta da riciclare.

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Il caso dell’editoria italiana?

Mis libros de 2009

(CC) Malglam: nessuna modifica apportata: licenza

Il caso dell’editoria italiano è sempre sotto gli occhi di tutti, stavolta anche degli autori esteri tradotti in italiano. Ed è un caso generalizzato. Io, personalmente, ho smesso di credere negli editori diversi anni addietro. Eppure c’è ancora chi ci crede, chi desidera e agogna una pubblicazione con un editore. Sia ben chiaro: che ognuno si senta libero di fare ciò che vuole, di agognare, io non ne sento alcuna necessità. Gli editori li ho conosciuti di persona e non ci tengo a essere pubblicato da un editore. Non sarà un marchio editoriale a etichettarmi come scrittore e, tra l’altro, io odio le etichette.

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tu che leggi selfpublisher e dici di non farlo

Blu window
(CC) Nicola Romagna / Flickr

Sì, parlo con te. Tu che dici che è un’indecenza questa moda che ognuno si pubblica da solo senza un editore che faccia da filtro e che solo gli editori pubblicano cose di qualità.

Hai letto la trilogia delle 50 sfumature edita da Mondadori?

Sicuramente, oppure hai letto “Switched. Il segreto del regno perduto (Lain)”, edito da Fazi? Primo volume di una trilogia, tra l’altro.

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