c’era una volta il beta reading


Scrivere è relativamente semplice, giusto? Tutti sappiamo mettere parole una dietro l’altra, concludere una storia, finire la prima stesura, ma saper scrivere davvero è un’altra cosa.

Non è la realizzazione della prima stesura a stabilire che si sa scrivere e che abbiamo finito con quel testo, anzi, direi che non abbiamo nemmeno iniziato.

Ci sono varie fasi che si alternano nel lungo processo di revisione. Innanzitutto, dobbiamo rivedere tutti gli errori di battitura, le incoerenze del testo, le descrizioni, l’ambientazione, i dialoghi e le parole. Troppe parole? Poche parole?

Il problema più grande è che scrivere un testo troppo piccolo è un problema, scriverlo troppo grande è un problema, scriverlo medio è un problema, non aver saputo trascinare dentro i lettori è un problema, non averli saputi emozionare è un problema, non avergli lasciato spunti di riflessione è un problema, averglieli lasciati è un problema perché magari volevano la storia definita in tutto e per tutto.

Cercarsi un editore è un problema, non volerlo è un problema.

Ma se io non voglio un editore, posso pubblicare il testo dopo averci fatto vari passaggi di revisione? 4 vanno bene? Direi di no. E 10? Forse nemmeno.

Un editore in teoria valuta un testo, giusto? Diciamo che spesso non lo fa. Spesso si limita a leggere i primi due righi della sinossi, se la chiede, altre volte dipende da quanti manoscritti sono arrivati e i 4/5 li butta senza nemmeno aprirli.

Ma supponiamo che un editore si legga il manoscritto per intero (non diciamo assurdità a meno che non voglia pubblicarci). Se non voglio un editore come faccio a sapere prima di pubblicare se sto facendo una cosa buona? O una emerita cavolata?

Si ricorre ai beta lettori. Un beta lettore ti dà le sue impressioni su un testo a 360°. Ovvero, su quelli che sono gli errori di battitura che ne vengono fuori e che anche dopo 10 revisioni si nascondono. Ti fornisce le sue impressioni mentre legge, ti dirà cosa pensa su tutto il testo.

Ma credete che trovare un beta lettore sia facile? È un problema. Prima di tutto deve essere una persona affidabile, non è che gli dai il testo in mano, lui lo corregge, cambia il titolo e lo pubblica a nome suo e tu non potrai mai saperlo a meno che quando lo vai a pubblicare su Amazon non ti dicono che quel testo è già presente nel loro catalogo e che stai violando il copyright. Prima di dare un testo in mano a qualcuno lo registro.

Ma un beta lettore affidabile è uno che conosce il tuo modo di scrivere. Intendo lo stile. Se preferisce leggere cose brevi deve sapere quanto testo di tuo deve leggere.

Deve conoscere la trama, deve sapere che genere di testo è. Un thriller? Un genere drammatico? Un testo di fantascienza? Un genere erotico? Un genere adolescenziale?

Perché se non è disposto verso la trama e il modo in cui scrivi non può prendersi l’onere di farti da beta reader. Certo, nulla vieta di scriverti e dirti: “non mi dire nulla, ma il tuo testo ho fatica a continuare a leggerlo”. In quei casi sei tu che hai sbagliato ad affidarlo a quella persona, che magari non ha capito cosa stava per fare o casa stava per leggere. A volte la cosa importante in un lavoro di beta reading è indicare passo passo, o comunque dove interessa, cosa provi durante la lettura, fosse anche noia va detto. E io scrittore non posso prendermela a male quando qualcuno mi annota i suoi pensieri sul mio testo. Sono io che ho cercato il suo aiuto, il suo parere.

Attenzione però all’umiltà. Io devo essere umile nell’accettare critiche, ma ci deve essere altrettanta umiltà a porle dall’altro lato. Che intendo dire? Se il beta lettore è convinto che il mio stile sia errato e che vada cambiato a tutti i costi perché solo lui sa come si scrive, si sta perdendo tempo. Lo stile può migliorare, ma non trasformarsi completamente in quello che l’altro vorrebbe.

Quindi, ripetiamo, il beta lettore deve essere un lettore che corrisponde al target del romanzo, gli si devono dare informazioni sulla lunghezza del testo, sulla trama, sul genere e sottogeneri, deve sapere come scrivi (deve conoscere già il tuo stile magari avendo già letto tuoi libri) e deve rifiutare se non è convinto. Lo stile è l’insieme dell’espressività usata da un autore e di più, quale per esempio il soffermarsi su certi dettagli, su descrizioni, sul fatto che il protagonista racconta molto o poco di sé, ecc… Non perché siete amici deve leggere qualcosa che non è per lui e, soprattutto, io scrittore non devo andare a coinvolgere chi non so bene se piace il mio stile di scrittura, i temi che tratto e come li tratto. Ma si può sempre sbagliare, no? Siamo tutti umani.

Trovare il beta lettore giusto per quel tuo nuovo testo non è facile. Un beta lettore potrebbe aver apprezzato il tuo precedente scritto di fantascienza, ma non essere assolutamente nelle corde del tuo nuovo testo di narrativa varia in una storia difficile di rapporto madre/figlio che si complica man mano. Che fare? Diventa una situazione imbarazzante e difficile tra te e il beta reader. Hai individuato in modo errato il target del tuo romanzo. Immagina quando lo pubblicherai quante persone potrebbero sbagliare a rivolgersi al tuo testo. Se è successo a te in piccolo, immagina quando il romanzo, la novella, è accessibile a tutto il mondo.

Già è difficile trovare dei beta reader… Adoro quelli che si leggono il testo e mi dicono tutto ciò che pensano sullo stesso. La cosa che mi terrorizza è sbagliare target. Leggere un testo che non piace perché la storia non interessa è un supplizio e io non amo far di questi scherzi. E se mai succedesse mi troverei in seria difficoltà verso il beta reader in questione. Sarei imbarazzato e anche un po’ teso. Mi chiederei: mi detesterà anche se gli ho detto di interrompere?

Io vivo il mio personale rapporto con la scrittura in modo un po’ travagliato e credo che sia il problema di ogni scrittore, piccolo o grande che sia. Indie o con editore alle spalle. Se tutto sanno perfettamente ciò che fanno e non commettono errori, a tutti piace il proprio libro da subito… che vi devo dire: beati voi, ma forse non vivete con intensità quello che scrivete? Oppure avete un rapporto distaccato con le vostre storie? E se è vero che avete un rapporto distaccato con una storia, come pensate di poter far avvicinare in maniera emotiva un lettore alla storia e ai personaggi?

Se tutte queste cose sono difficili, cosa si può fare?

Prevedo che non si possa smettere di scrivere. Quello che si può fare è tenere quello che si scrive per sé. Ha senso scrivere e tenere le cose per sé? Può darsi di sì.

Si può essere stanchi? Si può essere sfiduciati? Sì.

Eppure l’esempio che ho sempre davanti agli occhi è la storia dei 4 libri della serie delle 50 sfumature pubblicate da Mondadori. O è una leggenda o è vero, ma pare abbiano venduto 50 milioni di copie nei primi 3 mesi. Non parlo solo delle copie distribuite da Mondadori, parlo di tutte le copie che l’autrice è riuscita a piazzare in tutto il mondo. Eppure, non ho letto una sola recensione che ne parli bene. Eppure, cavolo, ha venduto 50 milioni di copie in soli tre mesi, come (bip) ha fatto?

L’importante è che se ne parli? Bene o male non importa? Certo, bene è meglio, ma l’importante non è il come, ma che succeda, giusto?

Eppure c’è qualcosa che mi sfugge. Ce l’ho sulla punta della lingua.

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