Il selfpublisher di successo


(C) Jason Gillman at Morguefile
(C) Jason Gillman at Morguefile

Nei precedenti due articoli ho scritto del perché smettere di essere un selfpublisher e del perché continuare. Ho scritto delle cose, ma ho specificato sempre di non prenderle esattamente come sono scritte. Ognuno di quei punti menzionati meriterebbe un articolo a sé che vada a scalfire lo strato della superficie.

Probabilmente sarò stato un po’ (tanto?) negativo in questi due articoli, ma ho affrontato in piccola parte il tema in cui alcuni di noi si ritrovano. E ho scritto questi due articoli perché ho letto sempre in giro articoli simili, così ho detto un po’ la mia.

Ora vediamo quali punti vanno essenzialmente chiariti.

Ho scritto:

Non mi interessa sfondare, diventare un best seller e con il selfpublishing non c’è questa ansia da prestazione. Chi mi vuol leggere lo fa, chi non vuole non lo fa.

Che potrebbe suonare come:

Non comprate i miei libri.

Il senso era un altro. Se volessi preoccuparmi ogni momento del perché trovo pochi lettori o non ne trovo, potrei impazzire, ma questo mi potrebbe capitare anche se avessi un editore alle spalle che crede nella mia storia, ma affida tutta la promozione a me. Ci sono tanti editori e ogni giorno qualcuno chiude, qualcun altro apre un nuovo marchio, per cui chi pubblica senza poi spendersi in promozione per l’autore esiste. Nel caso meglio starne lontani 🙂 .

Come autore selfpublisher la promozione, l’autopromozione, non dico che viene prima della scrittura e della qualità della stessa, ma siamo lì. Senza una “pubblicità” in se stessi non si arriva davvero da nessuna parte. Non parlo solo della scrittura. È una cosa che vale in generale nella vita. A un colloquio di lavoro, come in un locale quando incontri una ragazza e vuoi fare colpo. Se non si ha sufficiente stima in se stessi è un problema.  Combatto regolarmente con questo mio carattere chiuso, sensibile e incerto. Starmene a preoccupare tutto il tempo non andrebbe bene, farmene un problema di vendite non andrebbe bene. Non è che si deve puntare al best seller, certo sarebbe bello, ma è noto che se non si fa in modo da provare delle strategie che permettano ai meno di conoscermi nessuno viene a bussare da te. Ci sono tante persone in giro nel mondo.

Ho scritto anche:

Posso scrivere ciò che voglio, cioè non devo accontentare nessun gusto del pubblico perché devo vendere 100’000 copie o 1’000’000 di copie. Non vendo pentole o bicchieri, ma un testo su cui bene o male ricevo buoni consigli da tanti che piaccia e convinca prima me, senza avere dei temi obbligati, format e regole ferree che se non rispetti è la tua fine.

Che potrebbe suonare come:

Non lo so manco io cosa scrivo, tanto non ho rispetto per i miei lettori.

Che è l’esatto contrario di quello che ho intendevo. Vediamo qualche dettaglio.

Posso scrivere ciò che voglio, è vero. Se mi rivolgessi a un editore dovrei studiarmi il suo catalogo e comprare qualche loro libro. Capire se il mio tipo di scrittura, il genere e gli argomenti sono di interesse per quell’editore. Fare questo per ogni singola casa editrice che voglio contattare. Si capisce subito che una cosa del genere distrae dalla propria scrittura, non solo, ma questo significa che se io voglio essere pubblicato con quell’editore, credendo che leggono il mio manoscritto quando l’ho mandato, dovrei limitare molto diverse cose.

Per esempio non potrei mai scrivere qualcosa che tradotto in termini di libro cartaceo va oltre le 180 pagine perché sei uno sconosciuto e nessuno può pensare che sei così bravo da tenere vivo l’interesse per più di 180 pagine. Significa anche che non puoi mettere vari temi nel testo perché se vuoi trattarli con decenza le superi quelle 180 pagine. Molti autori di successo, John Grisham incluso, hanno dovuto orientare la loro scrittura, poi dopo la fama hanno potuto scrivere il vero libro che volevano scrivere.

Io sono più fortunato, posso scrivere il libro che desidero sin da subito. Mi sembra ovvio però che se è un libro particolare troverò meno persone disposte a leggermi. Lo so. La disposizione a leggere un libro non è una cosa tanto strana. Anche io che scrivo devo essere disposto a lasciarmi andare in una lettura e se non mi convince, allora non mi ci avvicino nemmeno a un testo. Certo è che qualche regola devo comunque seguirla. Non ho detto che non conosco le regole basilari della scrittura.

Se volessi scrivere un thriller potrei ottenere più riscontri. È uno dei generi più letti, ma, come dicevo in un articolo… E i sottogeneri? Un testo è così preciso e perfetto da poterlo inquadrare in maniera precisa in un solo genere? A volte sì, ma altre volte no. In ogni caso visto che ci sono tanti thriller in giro il rischio di scrivere una cosa normale e niente di eccezionale è alto, potrei addirittura scrivere in modo anche meno efficace del dovuto. La TV e la narrativa americana ci hanno presentato così tanti thriller che oramai non ci fa più impressione nulla, vero?

Io ho scritto un solo thriller, ma era collocato in un genere più ampio, ovvero fantascienza, ma non era il solito thriller fantascientifico. Non ci troverete astronavi aliene che vogliono distruggere la Terra e non ci sarà un eroe che salverà tutti. Ci troverete Joe, un ragazzino nato a Londra che tra 300 anni avrà i suoi problemi adolescenziali da cui si sente braccato. In un futuro dominato di tecnologia e dove proprio in questa tecnologia riuscirà a ricostruire il suo passato e così affrontare il futuro. Ho inserito (come in tutti i miei testi) molta introspezione psicologica dei personaggi. Io amo i miei personaggi. Bravi o cattivi che siano. Il titolo del romanzo in questione è “Joe è tra noi“, uscito lo scorso 22 luglio. Per maggiori informazioni: qui.

In generale scrivo testi di narrativa varia e quindi mi ritrovo a dover essere paragonato agli autori più blasonati, ovvero è difficile imbattersi in un mio titolo direttamente nelle pagine di Amazon. Più semplice (ma nemmeno più di tanto) è trovare i miei testi tramite il blog.

Quindi, viste le tante difficoltà, credo che, come avviene nella vita in generale, il selfpublisher di successo è quello che si fa poche domande e che anche se ha tanti dubbi, continua a essere un selfpublisher perché sente che la cosa lo mette a suo agio in alcune occasioni, in qualche altra di meno, ma deve crederci e, per fortuna, qualcuno che tifa per me c’è, mi incoraggiano alcune lettrici, qualche lettore, ed è proprio grazie a loro che sono felice. Che provo a essere felice.

E la felicità non ha regole scritte.

Si diventa un selfpublisher di successo  avendo forse una maggior coscienza delle proprie potenzialità.

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