Un autore deve essere anonimo?


Da un po’ di tempo a questa parte mi sto interrogando su una cosa che un autore deve definire nel momento in cui decide di pubblicare il suo primo libro. Diciamo che oramai sono in ritardo di 5 anni.

Qual è la domanda che mi sto facendo? Eccola: “Perché non ho scritto con uno pseudonimo?”.

Ho ascoltato l’intervista che Michele Amitrani (un autore indie come me che mi ha intervistato qualche tempo fa) ha fatto a Lorena Laurenti, altra autrice indie. Lei diceva che non bisogna contare sui parenti, che non ti vedono mai come uno scrittore. Io aggiungerei: “Ti vogliono psicanalizzare dalle cose che scrivi, vederci un nesso con la storia della tua vita, si scandalizzano per quello che scrivi (scene di sesso)”.

Ho abbandonato Facebook da 6 giorni. Ho scoperto che in realtà alcuni account “dormienti”, come li chiamo io, leggevano e giudicavano tutto quello che io scrivevo su Facebook, ma senza mai commentare nulla lì, senza mai aggiungere un loro status da mesi. Persone che non vedi e non senti e che stanno là a giudicarti.

Potrei cancellare e bloccare i loro account? Non posso farlo, altrimenti apriti cielo. Oramai la gente si erige solo a giudice degli altri, tante maestrine di vita e tanti maestri di vita che però pensano solo a se stessi, sotto sotto. Alcuni li ho rimossi a tempo debito, ma, ecco, ora ci risiamo.

Non so se tornerò su Facebook, se disattiverò proprio l’account o lo cancellerò. La pagina autore resta perché c’è Andrea che se ne occupa. Mi dispiacerebbe solo per 5-6 persone con cui non voglio perdere i contatti.

Ecco. La domanda che mi pongo: “Non sarebbe stato tutto più facile essere uno sconosciuto tra sconosciuti?”. Nel senso che quando ci si appresta a pubblicare comunque si è uno sconosciuto, anche se non per tutti, ma non sarebbe stato meglio essere completamente anonimo in un mondo di milioni di autori?

Devo giustificare le cose che scrivo? Se uso parolacce, se scrivo scene di sesso (e anche di che tipo di sesso parlo), se non le scrivo, se… se… E poi: “Ma la storia che hai scritta è vera?”. Devo essere psicanalizzato nella mia scrittura? Ma che stiamo scherzando o facciamo seriamente?

Tra l’altro, io non pubblicizzo mai i miei libri, mi venne la folle idea di farlo sapere a un collega prima che iniziassi a pubblicarmi come autoeditore, tipo 6 anni fa. Gli chiesi il costo del libro perché a me costava uguale che a chiunque altro. Non ci crederete, ogni volta che mi vede, racconta agli altri che io ho chiesto i soldi per un libro. Cavolo, è una cosa scandalosa, no? Chiedere i soldi per un libro. Che brutta persona che sono, non credete? Come se mi potessi arricchire in questo modo: vendendo libri, vendendo un libro che tra l’altro avevo pagato lo stesso prezzo che chiedevo. Per arricchirsi ci sono ben altri metodi legali. Un esempio? Entrare in politica. Basta un giorno in Parlamento… ma che dico, poche ore in Parlamento e hai diritto a una bella pensione coi fiocchi più di chi ha lavorato tutta la vita. Quello sarebbe un modo per arricchirsi.

E poi ci sono tante altre implicazioni imbarazzanti e spiacevoli, molto spiacevoli.

Perché il problema è che nessuno legge e quando sanno che uno scrive sarebbe bello potersi fare un’idea su quello che pensano voglia significare “io scrivo”. A volte mi viene da ridere, immagino quelle sedie a cerchio che si vedono in quei film americani quando uno si alza e dice: “Ho un problema. Bevo”. E immagino io che mi alzo e dico: “Ho un problema, anzi due. Scrivo. E lo faccio con il mio vero nome”.

Scrivere è una cosa che mi permette di svagarmi, in un certo senso, deve diventare così pesante per causa di persone che non si rendono conto di ciò che fanno e dicono?

So che dico spesso di voler smettere di scrivere, lo dico spesso. Dà fastidio se mi sento così tormentato? Credo che qualunque scrittore che si rispetti e che ha un forte legame con la scrittura dica di voler smettere, ma poi non ci riesce davvero, o non ci riesce per un lungo periodo. Lo ammetto, io lo dico troppo spesso. Sono tormentassimo per tante cose che non sto qui a dirvi. Dovrei sentirmi più leggero, ignorare, ma se non reagissi in un certo modo non sarei io che quello che sta reagendo.

Quando pensavo di pubblicare “Le parole confondono” volevo già usare uno pseudonimo, volevo chiamarmi Andrea Marini, come il protagonista della storia, ma poi non l’ho mai fatto, come ben sa chi ha letto i primi due volumi della serie.

Non mi sto montando la testa, non lo sto facendo. Io non sono nessuno, non vi preoccupate, non scrivo articoli come questo perché mi sento uno buono, uno importante, e non lo faccio nemmeno perché voglio essere compatito, o per vittimismo come qualcuno mi è venuto a commentare spiacevolmente sulla mia pagina. Sono rimasto basito, ma tanto basito. Non ho la folla di King o Grisham al seguito, e nemmeno la voglio, non saprei manco gestirla. Non voglio nemmeno sapere chi legge o non legge i miei libri, ma ho pensato che forse l’anonimato permette di stare più tranquilli. Scrivi, in anonimato e non dici nulla a NESSUNO.

Ah, beata Elena Ferrante. Lei scrive e tutti la adorano anche se non è il suo vero nome. Beata lei, che in un’epoca in cui se non sei social non esisti, perché è riuscita a fare parlare di sé nonostante la sua assenza, il suo non esserci. I giornalisti che si rodono il fegato pur di capire chi è veramente.

Il problema è comunque più generale. Si presenta anche quando scrivi un articolo nel tuo blog o una recensione. Stai sempre con quell’ansia addosso, soprattutto se vuoi far notare cose che non ti sono piaciute. Ho dovuto cancellare almeno tre volte alcune recensioni di libri per quieto vivere e a volte anche un paio di articoli tecnici di un altro blog dove facevo notare che alcune applicazioni libere avevano smesso di essere funzionanti o utili e l’autore, che conoscevo, si è fatto tradurre la cosa da Google Translate e se ne è risentito, mi ha contattato e io ho rimosso tutto l’articolo e ho smesso di usare quel Software Libero e di partecipare alle questioni relative che prima mi prendevano così tanto. Ma se una cosa non funziona perché non posso dirlo solo perché è Software Libero? Perché prima davo una mano al Software Libero? E quindi? Che ansia!

Domandone

Premessa: scrivere è bello, lasciando da parte che è una gran perdita di tempo in generale perché eccetera eccetera eccetera.

Secondo voi non è meglio scrivere con uno pseudonimo sempre e a prescindere? Anche se dovessi scrivere favole per bambini?

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15 thoughts on “Un autore deve essere anonimo?

  1. Personalmente scrivo con uno pseudonimo. Nel web ovunque. Ma sai cosa? Non è proprio uno pseudonimo. Ho fatto con la scrittura un po’ quello che fanno le monache quando prendono il velo: nel momento in cui ho deciso di volerlo fare “seriamente” (parolone!) mi sono auto-ri-battezzata.
    Per cui, non è proprio giusto dire che si tratta uno pseudonimo, perché questo nome che ho scelto per me l’ho scelto io, è davvero il mio. Sono io.

    1. Beh lo pseudonimo è un nome non proprio con cui uno si riconosce, come se prima di nascere si potesse definire quel nome a proprio piacimento e forse nemmeno perché lo di dovrebbe cambiare per pubblicare storie… non so se sono riuscito a esprimermi correttamente in modo sintetico.

  2. Mi pento sempre di più di non aver usato uno pseudonimo.
    E’ come se la mia identità pubblica fosse la maschera sbagliata per scrivere, una camicia di forza. Non si può scrivere ed essere beneducati al contempo.


  3. https://polldaddy.com/js/rating/rating.js“Scrivere è una cosa che mi permette di svagarmi, in un certo senso, deve diventare così pesante per causa di persone che non si rendono conto di ciò che fanno e dicono?”
    Perché permetti ad altri di influenzare quel che provi riguardo alla scrittura?
    E poi ancora: che cosa ne sai realmente di ciò che pensano gli altri?…

    1. Perché avendo un rapporto molto conflittuale con la scrittura diciamo che sono vulnerabile. Ne so cosa pensano perché qualcuno molto candidamente me lo ha detto senza mezzi termini. Ci ho ragionato, ma alla fine è stato un: che ho detto di male? Un pareggio, insomma.

  4. Si tratta di un argomento molto soggettivo.
    Per quanto mi riguarda, scrivere NON è piacevole, non lo è mai stato e credo proprio che mai lo sarà. Scrivere per me è doloroso, una sofferenza, come dice Thomas Harris (non a caso il mio autore preferito): scrivere è una vera tortura.
    Piacevole è quel fuggevole momento appena finisco una sessione di scrittura, magari di notte prima di andare a dormire, ma il giorno dopo mi sveglio di nuovo con l’ansia al pensiero che devo scrivere. Sicuramente è molto piacevole quando finisco la prima stesura di un libro e so che per un bel po’ di tempo non dovrò scrivere. Che liberazione!
    Io non scrivo perché è piacevole scrivere, ma perché mi piace il risultato: l’aver reso “reale” e definita un’emozione nella mia mente. Ma mi piace anche molto l’idea di lasciare qualcosa di me tramite i miei libri a chi verrà dopo nel futuro, quando io non ci sarò più, per cui vedere il mio nome, quello vero, legato a qualcosa che ho scritto è una sensazione piacevole. A ciò aggiungi che trovo estremamente divertente avere l’opportunità di partecipare di persona a degli eventi per presentare ciò che ho scritto oppure, grazie a ciò che ho scritto, poter divulgare ad altri delle conoscenze che ho (e qui salta fuori il mio istinto dell’insegnante che sono stata, e talvolta sono ancora, e della divulgatrice che vorrei essere).
    Per tutti questi motivi non potrei fare a meno del mio nome sui miei libri e del mostrare la mia identità.

    Userei uno pseudonomo solo per pubblicare qualcosa che non vorrei associata alla mia persona, poiché non mi rappresenta, al puro scopo di guadagnare dei soldi.

    Riguardo a tutto il resto, fortunatamente sono circondata perlopiù da parenti e amici che mi appoggiano, poiché sono persone che leggono e apprezzano il valore della cultura. Talvolta succede l’opposto: vedono le persone per più di quello che valgono, solo per il fatto che scrivono e pubblicano dei libri. E, quando questa ammirazione un po’ ingenua si riversa su di me, conoscendo come funziona veramente l’editoria, la trovo abbastanza imbarazzante, ma apprezzo comunque l’intenzione.
    L’opinione di quelli che non mi appoggiano non mi interessa minimamente, ma è anche vero che in generale me ne frego dell’opinione degli altri sulla mia persona e su quello che faccio, inclusi i miei libri. L’unica opinione di cui mi importa qualcosa è la mia e quella di pochissime altre persone cui tengo poiché loro tengono a me.

    1. Sì, piacevole nell’atto della scrittura in sé, nella creazione e nell’avanzamento della trama, ma detesto la parte di editing infinito che migliorerà anche molto il testo, ma a volte mi piace perché non ricordavo di aver scritto periodi già buoni. Nessuno nega che l’editing serve, ma io mi proietto poi in avanti e il mio caso ha sempre portato più sforzi che risultati di cui mi posso tenere soddisfatto per molto molto tempo, e allora appena qualcuno inizia a darmi i numeri io rimango basito. So che non dovrei, perché sicuramente ad autori più noti, molto più noti di me, sarà successo anche peggio, ma io reagisco così. In effetti quando vedo tua madre che condivide i post dei tuoi libri, sorrido. Penso che tu sia una delle poche persone che ho conosciuto che ha carisma, così tanto che ti riescono a stimare oltre ogni ragionevole dubbio. Poi ti fai in tremilaottocentoquarantasette, quindi sarà che non raggiungi quanto voluto, ma pian piano ci arrivi.

      1. Mah! Speriamo che ci arrivi! 🙂 Finora in tutte le cose che ho fatto nella vita ho sempre raggiunto successi momentanei, mentre per essere veramente realizzati ne serve uno duraturo.
        Io comunque odio la scrittura, l’atto di scrivere per me è pura sofferenza, ancora di più è il pensiero di doverlo fare, mentre l’editing dei miei scritti mi piace molto, perché la storia ormai è lì, non può scappare, e, anzi, mi dà fastidio avere il tempo contato per dedicarmici.

  5. Non so se sia meglio scrivere con uno pseudonimo: te lo dice uno che lo pseudonimo lo usa 😉
    Credo che la risposta sia molto personale.

    Dal mio personalissimo punto di vista, non ne saprei fare a meno perché lo pseudonimo mi permette di mettere da parte tutto il resto. Su questo tema qualche mese fa ho scritto un post nel mio blog, citando tra l’altro la Ferrante, che però in quanto caso più unico che raro non fa propriamente statistica.

    Da un punto di osservazione meno personale, ti dico invece che nella mia esperienza ai lettori piace che lo scrittore ci metta la faccia. Succede anche a me come lettore. In un certo senso si ha maggiore credibilità, se ci si presenta per chi si è, con la propria identità reale. Se questa è la strada che hai scelto, forse vale la pena proseguire, proprio per dare continuità e spessore al tuo lavoro.

    My two cents 😉

    1. Sì, la Ferrante è effettivamente un caso estremo ideale. I lettori la amano a prescindere. Scrive Storie Belle. Cosa che molti autori italiani non sanno fare. Grazie del consiglio. 🙂

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