“Non confondete la soddisfazione personale con il successo. Anche se non riuscirete mai a guadagnare un soldo con le vostre opere, proverete sempre il piacere incomparabile di aver creato un mondo che nessun altro avrebbe mai potuto creare, popolato dalle creature della vostra stessa immaginazione. Assaporate questa consapevolezza, godetevela! È questa la realtà del successo. L’unico vero insuccesso è quello di non averci mai provato.”
(Rhona Martin)
La storia è presentata al solito, come la tradizione vuole per questa serie, su due livelli. Azione corrente e ricordi del passato, a capitoli alterni. Si apre la scena a Londra, in un Café Costa. Giulia è lì con Andrea e Francesco e si lascia affascinare da tutto ciò che riesce a notale.
Oggi, anno 2017, l’editoria è palesemente in crisi. In realtà questa informazione non è estremamente precisa. L’editoria era in crisi anche quando era in vita Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ovvero nel 1800, quindi, correggendo, l’editoria è sempre in crisi.
Come oggi, anche all’epoca c’erano pubblicazioni che erano carta straccia. Solo che oggi c’è più carta straccia che in passato (pensiamo anche solo a quella digitale) e, peggio che mai, oggi, nessuno scopre nessun nuovo autore che sarà ricordato tra 100 o 200 anni. Toglietevelo dalla testa.
Oggi essere editore vuol dire avere un codice ISBN, il resto sono chiacchiere.
Quando si dice che è facile scrivere, che tutti scrivono, e bla bla bla, non si conosce il lavoro che c’è dietro ogni singolo testo e qual è la mentalità di ogni singolo autoeditore.
Sono ancora in modalità editing a tutto ritmo. Mi servirebbe del cioccolato, magari un tè a Covent Garden e un bel Ben’s Cookie, un po’ di relax, insomma.
Deve uscire sto benedetto romanzo, perché deve, altrimenti blocchiamo tutto il resto, letture e vita personale inclusa. Non che a qualcuno di passaggio in questo blog possa interessare, lo so bene 🙂 .
Spesso, scrivendo da anni, mi interrogo su quale sia il senso che c’è dietro l’atto della scrittura e, soprattutto, quello di continuare a farlo.
Oggi tutti hanno almeno 15 romanzi nel cassetto. Nel 2017, quasi 2018, con Amazon, chiunque abbia un computer e una connessione a internet può “invadere” il mondo col proprio prezioso “libro”. Basta un attimo. Ragione in più per pensare cosa fa la differenza tra impegnarsi e non farlo, perpetrare e darsi per vinto, esausto.
Venerdì scorso davo uno sguardo all’ennesimo romanzo porno spacciato per “erotico” su un gruppo Facebook dove oramai arriva solo immondizia allo stato puro in blocchi da 10 porno al giorno. Tutto gratis. Oramai si scrive solo di porno, facendolo malissimo, tra l’altro.
Non ho letto la trama, ho aperto l’anteprima del libro per vedere la qualità infima dove arrivasse.
Il pezzetto del puzzle di questa settimana è l’ultimo sulla destra della riga centrale. Ne restano sono altri tre da svelare e poi avremo anche il titolo del terzo capitolo della serie.
Spesso si inizia a usare un termine “nuovo” e tutti lì a inondare il web di informazioni errate (testate giornalistiche incluse), a volte lo si fa volutamente. Tanti a criticare e a fare disinformazione. Alla fine ti ritrovi una etichetta addosso, una etichetta che, però, ognuno interpreta a modo suo. In realtà, l’etichetta pura non esiste. Il selfpublisher NON esiste. Non esiste?
No, non esiste. E sicuramente se esistesse non avrebbe nulla da dimostrare a nessuno sul proprio operato e sul fatto di dover essere superiore o inferiore a qualcuno, può esserlo e basta, superiore, senza per questo che lo si debba dire, almeno non usando parole che escono dalla sua bocca, anzi, il selfpublisher, quello vero, che non esiste, non dice nulla. Fa.
Eppure, a forza di ricevere attacchi, insulti continui e costanti, alla fine, ti rompi i coglioni, e inizi a sclerare, dire che sì, tu sei un selfpublisher e sei meglio di Tizio, Caio e Zempronio messi insieme.