Una storia che spacca, una storia che prende e coinvolge oltre ogni misura. Mi è capitato raramente che un libro abbia avuto questo effetto su di me. È successo per “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, per “Qualcosa c’inventeremo” e “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna e ora per “Le stelle si spengono” di Mirko Lamonaca. Tutte tematiche adolescenziali ben trattate.
In questo romanzo si parla di perdita. Il giovane Cédric, di appena sedici anni, ha perso il nonno, la nonna e il papà e il fratello sono andati via. Gli resta la sua bella cittadina, il suo migliore amico Thierry e il suo fratellino Antonie, un bambino di sei anni che si fa voler bene.
So bene che prima di comprare un ebook bisogna tornarci sopra mille volte, guardare la copertina, leggere la sinossi… il nome dell’autore, quello, lo guardate subito. Se è Stephen King, se è John Grisham, se è un candidato o vincitore del premio Bancarella o Strega o Calvino allora lo comprate senza nemmeno leggere il titolo, leggere la sinossi o guardare la copertina e, ovviamente, poi ve ne lamentate.
Ecco, ce l’abbiamo fatta, pareva che non finisse più. Ulteriore rilettura mirata a individuare specifici “errori” e relativa correzione. È stata abbastanza lunga. Pensavo: “ecco, ho finito” e poi: “ehi, visto che mi trovo correggendo, perché non controllo pure l’uso di questa espressione”. E quindi si scoprivano almeno altri due termini da correggere.
Poi è chiaro che a un certo punto ti fermi, ti guardi in giro e pensi. Direte: “il tempo lo passi a pensare?”.
Eh, vorrei saperlo pure io.
Insomma, non ho altro mezzo se non il blog di far sapere sei cose.
Quella che segue non è una recensione vera e propria. L’ho sempre detto che le mie sono opinioni. Soprattutto sarà un mio punto di vista sul tema del romanzo.
Ho spesso detto che non avrei letto bestseller, soprattutto se ne traggono serie TV o film.
Ho fatto uno strappo alla regola perché il tema mi interessava. Ho visto prima la serie su Netflix e poi letto il libro.
Ho notato subito grosse differenze e ho capito che la resa nella serie TV prodotta tramite Netflix e messa in onda su Netflix è decisamente migliore, più violenta di ciò che Jay Asher tratta nel romanzo. L’ho letto in inglese perché volevo sfidare me stesso in questa impresa. Imparare un po’ meglio la lingua, anche se in realtà non è inglese, ma inglese americano.
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Questo articolo nasce dopo una riflessione. Dopo essermi reso conto di una cosa assurda, inquietante, ovvero quello che nel 2017 una persona che lavora nel campo informatico non ha la benché minima idea di cosa sia un eBook.
State ridendo? Fate pure. Anche io ho riso dopo essermi reso conto che esistono ancora persone che teoricamente hanno grandi conoscenze di informatica e poi dopo una discussione contorta capisci che non hanno la più pallida idea di cosa sia un eBook.
Ma se un informatico non sa cosa sia un eBook siamo alla frutta. Come possiamo allora pretendere che un NON informatico sappia cosa è un eBook e, peggio del peggio, convincerlo a leggere/comprare il nostro romanzo in eBook? Ora diamo i numeri, davvero, stiamo spingendoci a pretendere davvero troppo. Chi vuol vendere in eBook romanzi, raccolte di racconti in Italia, in generale, sta un attimino delirando.
Sono rimasto gelato. Ho dovuto fermarmi dieci secondi per respirare. Poi ho capito perché la gente non legge e non compra eBook.
Il 25 marzo scorso ho pubblicato “Sai correre forte“. C’è da fare un bilancio? Direi di no.
È andato tutto secondo previsione.
L’ho pubblicato solo su Amazon in cartaceo ed ebook. Chi volesse leggerlo in un formato standard come ePub? Be’, se lo compra su Amazon, mi manda l’immagine dell’acquisto effettuato e io gli mando l’ePub.
Perché l’ho pubblicato solo su Amazon? Per permettere anche a chi possiede l’abbonamento del Kindle Unlimited di portelo prendere in prestito a costo 0. Vi ricordo che il Kindle Unlimited è gratuito per 30 giorni, quindi potreste pure abbonarvici e disdirlo.
Qualcuno avrà notato che sono due settimane in cui non ho scritto nemmeno un articolo per il blog.
Ho avuto un po’ da fare. Sono stato in giro. Molto in giro, mentre disperavo di non poter scrivere, completare il romanzo iniziato circa sei anni fa e di non poter tornare a editare il terzo libro della serie “Le parole confondono“. Ma mi sono divertito tanto quindi non ho scritto, e sono stato benissimo.
Nel mentre ho avuto un’altra idea, diciamo che c’è sempre stata. Un modo per decantare l’amore che ho per una certa città. E, infatti, due giorni prima di ripartire sono andato in giro per vari negozi e ho comprato un quadernetto carino dove ho iniziato a scrivere, in mancanza di un PC, a mano i motivi per cui val sempre la pena di tornare in un certo luogo. Dovrei aggiungere un motivo al giorno, motivi brevi, ovviamente. E diventerà non un romanzo, ma un saggio da pubblicare un giorno.
Da quando ho pubblicato il mio ultimo romanzo non ho smesso di scrivere, correggere.
Ho fatto già la mia prima e completa revisione del terzo volume de “Le parole confondono” e, ora, sto affrontando il romanzo dei romanzi, quello che continuo a scrivere in rarissimi momenti di pausa. Sono passati già sei anni da quando l’ho cominciato.