less is more? sempre?

Da che parte stare

(CC) Donato Accogli: nessuna modifica fatta all’immagine: licenza

Gli autori inglesi spesso dicono che “less is more”, ovvero che “il meno è meglio” e lo dicono in riferimento a un testo narrativo. Un po’ come dire: “bando alle ciance veniamo ai fatti”. Ovvero, in una storia devi scrivere l’essenziale, perché ogni elemento che è in più dà fastidio, rallenta, distrae, crea uno strato di grasso.

E quindi, niete frasi troppo ampollose, ma anche nientre frasi fatte. Perché usare frasi fatte sentite e risentite se risolvo con una sola parola? Che possa essere un verbo o un aggettivo. E proprio in merito agli aggettivi basta usarne uno solo invece di eccedere.

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Casalinghe all’inferno di Margherita Giacobino

L’ho comprato su una bancarella per tre euro. Bella copertina, bella presentazione, idea interessante, prima pagina che cattura la curiosità, ma uno strazio. Confusione allo stato puro, un milione di personaggi, un romanzo che in realtà è un insieme di racconti isolati, racconti in cui non si mostra ma si racconta. Ho resistito fino a pagina 98, poi l’ho buttato nella carta da riciclare.

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Il caso dell’editoria italiana?

Mis libros de 2009

(CC) Malglam: nessuna modifica apportata: licenza

Il caso dell’editoria italiano è sempre sotto gli occhi di tutti, stavolta anche degli autori esteri tradotti in italiano. Ed è un caso generalizzato. Io, personalmente, ho smesso di credere negli editori diversi anni addietro. Eppure c’è ancora chi ci crede, chi desidera e agogna una pubblicazione con un editore. Sia ben chiaro: che ognuno si senta libero di fare ciò che vuole, di agognare, io non ne sento alcuna necessità. Gli editori li ho conosciuti di persona e non ci tengo a essere pubblicato da un editore. Non sarà un marchio editoriale a etichettarmi come scrittore e, tra l’altro, io odio le etichette.

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tu che leggi selfpublisher e dici di non farlo

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(CC) Nicola Romagna / Flickr

Sì, parlo con te. Tu che dici che è un’indecenza questa moda che ognuno si pubblica da solo senza un editore che faccia da filtro e che solo gli editori pubblicano cose di qualità.

Hai letto la trilogia delle 50 sfumature edita da Mondadori?

Sicuramente, oppure hai letto “Switched. Il segreto del regno perduto (Lain)”, edito da Fazi? Primo volume di una trilogia, tra l’altro.

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l’editing… chi era costui?

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(CC) Matt Hampel / Flickr

L’editing è quel processo che prende un testo iniziale e lo trasforma in meglio.

Sembra un concetto semplice, no? Cosa ci sarà mai di tanto difficile nel migliorare un testo?

Be’, in effetti pare proprio facile, ma non lo è. Dipende da come ci si pone nei confronti di una storia e della forma in cui viene presentata, inoltre, esistono diversi livelli di editing. Si può partire da un testo già ben scritto, privo di errori di grammatica, di errori grossolani come il cambio di colore dei capelli di uno dei personaggi, refusi.

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Joe è tra noi… la copertina e l’editing

copertina: © Paha_l | Dreamstime.com – Surprised Teenager Boy Against Sea, Half Of Face Photo
foto copertina: © Paha_l | Dreamstime.com – Surprised Teenager Boy Against Sea, Half Of Face Photo

È da diverso che tempo che non scrivo un articolo per il blog. Il 9 febbraio scorso è venuto a mancare mio padre, quindi non è che avessi grande voglia di pubblicare un bel nulla, incluso articoli per il blog. Sono letteralmente sparito dai social network e non ci voglio tornare a breve.

Prima che il mondo cambiasse del tutto ero intento a spingermi verso il mio record personale di scrittura. L’ultima mia pubblicazione risale al giugno del 2013 con il romanzo “Le parole confondono”, quindi ero un po’ indietro coi miei progetti creativi.

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Preferisco il rumore del mare di Giovanna Astori e Andrea Masotti

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Titolo: Preferisco il rumore del mare

Autori: Giovanna Astori, Andrea Masotti

Sinossi

Un uomo e una donna sono seduti di fronte su un treno che scivola lungo la costa adriatica. Beatrice è una studentessa inquieta che viaggia fra Bologna e Rimini dove vive Denis, irrisolto quarantenne coinvolto in un gruppo sovversivo, e la Puglia, terra d’origine della sua famiglia facoltosa e affettivamente distante. Luca è un infermiere marchigiano che oscilla fra un padre ingombrante e assente allo stesso tempo, le occasioni perdute con Michela e la compagnia degli amici di sempre, che fanno da sponda alla sua ricerca di identità. Quello fra Beatrice e Luca è un incontro intenso e fugace, fatto di una parola e molti pensieri, il punto d’incrocio di due esistenze piene di inconfessabili segreti e domande ancora aperte. Per un istante il desiderio di reciproca umanità pare avvolgerli, riprendendo poi rapidamente direttrici forse solo apparentemente divergenti, come linee parallele che si incontrano all’infinito sull’immenso orizzonte marino che li accompagna. Il mare, come la musica, è presenza rassicurante, nel tentativo di dare un senso alla vita, di riconciliare i padri coi figli, di trovare risposte che tardano ad arrivare.

La mia recensione

Luca e Beatrice. Un viaggio in treno, un incontro, uno scorcio delle loro vite dentro i loro pensieri, dentro la quotidianità, dentro le loro storie personali, nelle loro vite, nelle amicizie, nei sogni e nell’amaro confronto con la realtà che irrompe sempre potente e, a tratti, inattesa nella forma in cui arriva.

Due studenti, due ragazzini cresciuti attraverso le difficoltà che attendono chiunque di noi nel proprio cammino.

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Fortitude, Lost: quando l’incipit è di base

Quando si scrive narrativa, sia essa varia, sia di genere, è fondamentale avere un incipit di fuoco o quasi. Quando poi si parla di una serie televisiva, allora il concetto non può essere da meno, anzi, è ancora più amplificato, visto che l’impatto visuale ha necessità ancora più spinte. Gli Americani, gli Inglesi, sono molto forti sulle serie televisive. Chi non ricorda Lost? Ti buttava direttamente nell’azione. L’aereo è precipitato, ora un pezzo alla volta vediamo chi c’era nell’aereo, cosa fa, perché, cos’è quest’isola, come faranno per salvarsi e chi ci riuscirà. Continua a leggere “Fortitude, Lost: quando l’incipit è di base”

Quando le parole confondono

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Le parole confondono sempre. Quando le pronunci male, quando le pronunci bene e non vengono capite o quando sei confuso e le confondi tu stesso, quando non ci ragioni sopra. Sono quelle l’unico mezzo che abbiamo per farci capire, per comunicare. Parlare dicono non costi nulla e, tolti i politici di mezzo, restano i comuni mortali che queste benedette parole incartano o in maniera voluta o in maniera non voluta. Continua a leggere “Quando le parole confondono”

non prendiamoci troppo sul serio, per favore

Foto di Josh Sorenson da Pexels

È una cosa che penso da diverso tempo. Quando circa sei anni fa iniziai ad avere i primi rapporti con l’editoria e con la pubblicazione tramite editore ero seriamente convinto che le idee che avevo avuto prima di allora fossero errate.

La pubblicazione con qualsivoglia editore la vedevo avvenire solo perché si pagava la persona giusta. Quando poi pubblicai per un editore il mio primo scritto non pagai e allora iniziai a pensare alla validità di avere un editore, all’universalità di una critica letteraria, delle recensioni e al fatto che la bravura ti fa arrivare in alto. Dopo sei anni, però, ho rivisto ancora una volta il mio pensiero.

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