la resa di un testo di narrativa

(c) Rayani Melo / Flickr
(c) Rayani Melo / Flickr

Durante la lettura della tetralogia de “L’amica geniale” di Elena Ferrante, il personaggio di Elena Greco, scrittrice, si chiede spesso se la sua sia letteratura, se nelle storie che scrive in realtà manchi l’anima, se manchi tutto ciò che voleva davvero dire, come gli fa notare uno dei personaggi lettore.

Non so se riesco a spiegarmi, ma leggendo un testo di un altro autore si capisce quanta anima c’è dentro o meno, perché emoziona, accanisce, si resta incollati alla storia, ma, soprattutto, ai personaggi.

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Scelte stilistiche e il verbo “dire”

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È da un po’ di tempo che ho iniziato a odiare il verbo dire nei dialoghi. Lo ritengo superfluo, insieme al verbo domandare e rispondere. Un po’ abusati. Ogni volta che noto che riporto una battuta di dialogo con i tre verbi vado a cancellarli.

«Ti amo, lo sai» disse.
«Davvero?» domandò.
«Sì» disse.
«Sicuro?» chiese.
«Certo» rispose.

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Elena Ferrante e i casi dell’editoria

(C) Jamierodriguez37 at Morguefile
(C) Jamierodriguez37 at Morguefile

Su Elena Ferrante c’è da dire parecchio. Più o meno. È uno pseudonimo. Un giornalista ha fatto un’inchiesta e ha capito dalle dichiarazioni dei redditi che Elena Ferrante è Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, autore a sua volta che pubblica con Feltrinelli e di cui lessi il divertente “Ex cattedra” (un racconto).

Sarà vero? Sarà falso? A me non può fregare di meno.

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se non fossi io sarei…

… un altro, ovvio. A che mi riferisco? Be’, devo proprio dirlo ancora una volta, questa saga storica scritta da Elena Ferrante è meravigliosa. Mi sto innamorando del suo stile. Quando avrò finito di leggere tutti e quattro i libri sarà un problema serio trovare un autore che ti faccia appassionare così alle storie, magari leggerò anche gli altri romanzi che ha scritto.

Photo by Pexels
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“Ma se non fossi io sarei un altro” cosa vuol dire? Vuol dire che io come autore scrivo di ciò che vorrei leggere, ho il mio stile, i miei personaggi, le mie tematiche, le mie fisse, i miei modi e ovviamente non si cambiano, si scrive, si legge, si rilegge, ci si fa leggere e, forse, si pubblica. Ma se fossi un altro, se potessi scegliere? Se potessi diventare un altro autore chi vorrei essere e perché? Potendo scegliere tra due autori di sesso opposto.

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la fretta, questa cattiva consigliera

Photo by Pexels
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Spesso si dice che quando si deve prendere una decisione importante non bisogna avere fretta. Io, in genere, ci ragiono così tanto su una cosa che poi smetto anche di prenderla la decisione, ecco perché, per esempio, non mi sono mai trasferito a Londra e ne parlo, faccio un po’ troppi ragionamenti, forse inutili o dannosi. Certe cose o le fai o non le fai. O ci credi o non ci credi.

E in narrativa? Ah, be’, si dice ancora di più. Non bisogna avere fretta.

Ho conosciuto scrittori che ci hanno creduto così tanto che hanno avuto il loro manoscritto nel cassetto per 12 anni finché non hanno trovato l’editore che glielo ha pubblicato, poi non hanno pubblicato più nulla e magari non hanno scritto più nulla.

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il selfpublishing è la tortuosa via del…

(C) Jody Sticca / Flick: C'è chi aspetta la pioggia (CC)
(C) Jody Sticca / Flick: C’è chi aspetta la pioggia (CC)

Nulla! Avete presente la “Storia infinita” e il fantomatico Nulla che divora tutto?

Il selfpublishing è la risposta a una pessima editoria, a dei tempi lunghi, e alla spocchia di molti editori che fanno solo perdere tempo e che, però, loro, tempo non ne vogliono perdere.

Ho letto articoli, su articoli, su articoli sul selfpublishing, sull’editoria, scritti da editori, da editor, da gente che bazzica nel mondo del self-publishing, ma che non ha letto nemmeno un solo libro autoprodotto e che pretende di forse fare una classifica degli autori selfpublisher più bravi.

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il dilemma autentico della scrittura

(CC) Lauren Coleman from Flickr with Creative Commons license. No modification made to the picture.
(CC) Lauren Coleman from Flickr released with Creative Commons license. No modification made to the picture.

Negli ultimi mesi sono stato un po’ incostante nella scrittura del blog. Il motivo forse si lega al mio desiderio di smettere di scrivere, desiderio che mi rendo conto essere pura follia.

In un certo senso, al di là dei titoli nobiliari e meno nobiliari che servono, mi sento uno scrittore, anzi, di più, mi sento uno scrittore che non può smettere di scrivere. Vengo travolto come un fiume in piena da idee, da personaggi, da scene, mentre sono per strada guardo le persone, ascolto battute, frasi e penso: “Ecco, questa la butto in una delle mie prossime storie”.

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usiamoli… gli aggettivi?

Ho visto di recente questo spot pubblicitario di Treccani.

Mi è piaciuto, poi la prima cosa che ho pensato è stata una frase che uno scrittore mi disse in una sessione di CampNaNoWriMo:

Io pago una editor, le ho sottoposto la descrizione di un personaggio e mi ha cancellato tutti gli aggettivi. Come posso descrivere una persona senza aggettivi?

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Scrivere per un lettore…

Scrivere oggi è una moda. C’è internet e quindi milioni di persone scrivono articoli ogni giorno, altrettante persone hanno la mania di definirsi scrittori e scrivono ovunque: per blog, per piattaforme social come WattPad dove i lettori iniziano a seguire uno scrittore e magari poi gli rubano la storia, la fanno editare e la pubblicano con un nuovo titolo, ma, in genere, si scrive tanto, tantissimo e si legge poco pochissimo.

Ci sono milioni che scrivono e pochi lettori. Negozi di libri su internet come Amazon, Apple iBookStore, Kobo Books e Google Play Books rendono la lettura e la pubblicazione ancora più facile: attraverso il potente mezzo elettronico dell’ebook.

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