Ho visto di recente questo spot pubblicitario di Treccani.
Mi è piaciuto, poi la prima cosa che ho pensato è stata una frase che uno scrittore mi disse in una sessione di CampNaNoWriMo:
Io pago una editor, le ho sottoposto la descrizione di un personaggio e mi ha cancellato tutti gli aggettivi. Come posso descrivere una persona senza aggettivi?
Scrivere oggi è una moda. C’è internet e quindi milioni di persone scrivono articoli ogni giorno, altrettante persone hanno la mania di definirsi scrittori e scrivono ovunque: per blog, per piattaforme social come WattPad dove i lettori iniziano a seguire uno scrittore e magari poi gli rubano la storia, la fanno editare e la pubblicano con un nuovo titolo, ma, in genere, si scrive tanto, tantissimo e si legge poco pochissimo.
Ci sono milioni che scrivono e pochi lettori. Negozi di libri su internet come Amazon, Apple iBookStore, Kobo Books e Google Play Books rendono la lettura e la pubblicazione ancora più facile: attraverso il potente mezzo elettronico dell’ebook.
La notizia è vecchissima. È datata 1 aprile. Sono stati annunciati gli autori candidati al premio Strega. Tutti scrittori con alle spalle grosse case editrici, ma quest’anno c’è anche un autore Amazon e Amazon non c’è mai stata al premio Strega (e nessuno sopporta Amazon, giusto?). In lista c’è poi anche una casa editrice indipendente: La Nave di Teseo.
L’autore che molti hanno scambiato per selfpublisher al premio Strega che, chiaramente, non vedeva mai richiamare piccoli editori o selfpublisher è Riccardo Bruni col suo La notte delle Falene.
Da quando ho iniziato a scrivere per la prima volta è passato moltissimo tempo, quasi due decadi. Ho pubblicato un racconto lungo, due raccolte di racconti brevi e due romanzi e si spera per fine aprile/inizio maggio di pubblicare il terzo romanzo (che tra l’altro si lega al primo).
Scrivere è importante per uno scrittore, più scrivi più migliori, ma il vero problema sappiamo bene che sta nel modo in cui si scrive, ovvero nelle modalità (se stai in silenzio o se i nipotini stanno urlando e litigando per un gioco sul tablet, se qualcuno ti interrompe ogni 5 minuti perché devi fare delle cose) e nel grado di attenzione che è possibile dedicarci (magari hai avuto una giornata di lavoro pesantissima e sei sfinito, non hai tempo e concentrazione sufficiente).
Spesso siamo frenati da un quantitativo di regole assurde che non è possibile applicare mentre si scrive la prima bozza. Si prova, ma la prima bozza sarà completamente diversa dal romanzo che si pubblicherà alla fine.
Ho spesso letto libri di genere diverso e di un diverso numero di pagine. Ho letto tomi da 1300 pagine e novelle da 120 pagine. Stephen King in certi casi ha bisogno di quelle 1000-1200 pagine per creare un intero mondo, un universo narrativo complesso composto da un gran numero di personaggi e da intere cittadine inventate con tanto di nomi di strade e di negozi, di storia della cittadina stessa, tradizioni e misteri insoluti.
Uno dei miei libri preferiti di King è Dolores Claiborne. L’ho letto diverso tempo fa, era il 1993, e ricordo che aveva uno stile bello originale, scritto in prima persona. Si parla di una eclissi di sole e l’ambientazione è addirittura un’isola. King ci porta dentro una comunità, una piccolissima cittadina posta su questa isola dove si conoscono tutti, e crea un universo narrativo bello preciso. Non usa nemmeno troppe pagine. Circa 267 pagine.
Mi sembra quasi impossibile, ma nell’attesa dei miei beta reader mi sto divertendo molto nella revisione del romanzo che uscirà dopo il prossimo che pubblicherò.
Per il momento lo revisiono, solo perché mi serve rimettermi al passo con la storia, non perché sia finito. So bene che non basterà una sola revisione e che manco 5 saranno sufficienti.
La storia è lunga perché non esiste un solo protagonista. In questo romanzo sull’editoria e su altre storie ci sono tante trame parallele che percorrono il testo e i personaggi vivono in modo indipendente il loro rapporto personale con la scrittura e l’editoria e con il mondo difficile. Mondo che in questo caso è ambientato a Roma.
(C) ScottS at MorguefileTutti si lamentano dell’editoria, ma spesso nessuno ne sa a sufficienza. Nessuno è a contatto con editori per poter dire: «Ehi, ma è vero!».
E alla fine il problema che si riscontra non è l’editoria, ma il selfpublishing. Certo, se ci fermiamo a un’analisi superficiale è così che va a finire. È sempre e solo colpa di quella brutta gente che scavalca l’editore e si pubblica da sola e, fino a prova contraria, è proprio così, giusto?
A volte si pensa che l’essere scelti da un editore tradizionale sia la vera strada (e anche l’unica) che porta alla pubblicazione dignitosa.
Dopo aver cercato di farsi strada tra editori a pagamento, quelli a doppio binario, quelli che offrono pseudo servizi editoriali, dopo essere stati ignorati dai grandi editori, se il nostro testo ha un certo valore si finirà nelle mani di piccoli editori che varieranno la percentuale dei propri diritti d’autore dallo 0% al 3-5% massimo. Sempre che poi ti dichiarino onestamente il numero di copie venduto.
Nei precedenti due articoli ho scritto del perché smettere di essere un selfpublisher e del perché continuare. Ho scritto delle cose, ma ho specificato sempre di non prenderle esattamente come sono scritte. Ognuno di quei punti menzionati meriterebbe un articolo a sé che vada a scalfire lo strato della superficie.
Probabilmente sarò stato un po’ (tanto?) negativo in questi due articoli, ma ho affrontato in piccola parte il tema in cui alcuni di noi si ritrovano. E ho scritto questi due articoli perché ho letto sempre in giro articoli simili, così ho detto un po’ la mia.